Lia Bronzi, saggio critico

Nelle mani del vento – Saggio di Lia Bronzi (critico letterario e d’arte)
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La riduzione della linguistica all’estetica avviene mediante le riconduzione del linguaggio metaforico alla forma simbolica che permette di coglierne il significato con interpretazione libera e profonda: “ab imis”, con giustificazioni che accorciano le distanze tra vita, esperienza ed esplorazione tecnica, colte nel loro serrato dialogo. Il titolo che Nicla Morletti ha dato al suo ultimo romanzo “Nelle mani del vento” assolve in pieno questa funzione. Infatti, in tal senso, la metafora del vento è tutt’altro che astratta o puramente teorica, in quanto cifra ispiratrice ed ermeneutica al tempo stesso dell’intera narrazione, mentre compendia il cangiante dilatarsi dell’immaginazione e del sentimento, sul mosso avanzare di un’avvincente onda comunicativa. Infatti “il vento” non è presenza occasionale, ma opera una profonda suggestione nella narrazione, coagulando attorno a sé l’idea del passare del tempo, reinventando, al contempo, l’idea della condizione esistenziale con il distacco di chi sa essere giunto al passaggio del “poco giorno verso la morte”, come la voce dell’uomo che narra la sua storia, vero protagonista maschile del romanzo. Sappiamo che nella simbologia ermetica il vento vale lo spostamento dell’aria nell’etere, nell’abisso dei cieli ed è azzurro fluido primordiale, dello stesso colore dell’acqua, tutti elementi naturali che rappresentano tre piani dell’essere: fisico, astrale, divino. Tre cerchi, tre modi di vita che ci appartengono, che da un unico punto provengono, in esso si incentrano e ritornano. Essere nelle mani del vento, in tal senso, significa quindi abbandonarsi alla vita nella sua totalità e viverla in tutte le su più alte accezioni ma anche nelle sue più dolorose discrepanze, per passare quindi ad uno stato di quiete, unico ed irripetibile, come la presenza della morte che nel romanzo, quando arriva, viene avvertita non come assenza, ma come presenza: “Sempre”.

Fin da una prima lettura del testo si avverte che la peculiarità dell’atto creativo della narrativa di Nicla Morletti è quello di appartenere alla sfera dell’espressione poetica, e ne è l’esigenza ineliminabile della specificazione e la necessità della caratterizzazione del tono fondamentale, che conferisce all’opera una visione del tutto originale nei confronti delle tradizioni espressive e culturali della narrativa antecedente e contemporanea, alle quali peraltro, tale peculiarità appartiene. Cosicché essa è totalmente rispettata nel  leit – motiv del testo che è mosso da un amore totalizzante, considerato nella sua estensione di interezza e di carattere quasi stilnovistico, da “Fedeli d’amore” direi. Mentre il tgratto più veristico e distintivo è rappresentato da realismo sostenuto da magica capacità descrittiva e da precise immagini nate sul filo della memoria in funzione rievocativa. La storia si sviluppa quindi sul registro dell’intimo rapporto d’amore, un amore dominante “ab aeterno” che, come fuoco che a vivo arde, persiste nella sua identità e nella sua irriducibile esigenza di totalità, anche quando la temporalità ne segna la fine terrena, quasi un mistero criptico, nell’interscambio tra due persone che vanno là dove l’esplosione del cuore le conduce nell’approdo al sogno più segreto dell’animo umano, dove fiorisce la celeste atlantide dei sentimenti, per proseguire poi fino al “gran cerchio d’ombra”. Il romanzo inizia con l’incontro tra il protagonista maschile, che è poi un affascinante anziano che dipinge ed una bella scrittrice alla quale egli narra la storia della sua vita , quasi come “Bachelardiana reverie” attratto dalla somiglianza di lei con Desirée, la donna da lui amata, stimolato in questo, anche dal profumo che essa stessa emana: “Spring – Flower”, appunto, che è poi fotogramma con il quale il protagonista gioca, accostandolo, per analogia,  ad altre sensazioni ed immagini in modificazioni contigue  e continuate, che sono cifra importante della narrazione, nella grazia lavorata dal componimento, dal gusto e profumo, appunto, di carattere floreale, secondo un particolare simbolismo attivo e operante dalle complesse radici poste alla base della conoscenza, all’interno di una nuova “WELTANSCHAUUNG” e di un più alto grado di spiritualità. I “Topoi” dell’ambiente geografico, fin dall’inizio fanno riferimento a: Viareggio e Torre del Lago, per passare a San Feliciano e nell’Isola Polvese del Lago Trasimeno, quindi nel “Bosco dalle ragnatele d’argento” e poi in Liguria a Portovenere, tutte coordinate spaziali in luoghi “egregorici” che, proprio in virtù di iter ed evocati incanti di bellezza infondono un gradito senso di esaltazione e di pace all’enunciato della narrazione, mentre per la ricchezza dei loro attributi, escono dalla temporalità della storia stessa e del divenire, per universalizzarsi nell’astrazione dell’estetica che diviene, al contempo, paesaggio d’anima, isola incantata o “tranche de vie, che si raccoglie con omogeneità e coerenza nel tempo psicologico e reale. Tutte atmosfere oniriche, diafane e sognanti nel ritmo scorrevole del tempo e della narrazione, alle quali corrisponde una buona scrittura versata alle immagini ad all’ Impriting con il lettore. Tutto ciò si evince dal fluido scorrere delle pagine così come ben si evince anche da ciò che l’autrice fa dire allo stesso protagonista a pag. 59 del testo: “… Ero giunto in quell’isola incantata per ritrovare me stesso, la pace e il silenzio interiore, e avevo trovato lei, Desirée, che all’improvviso mi aveva rapito il cuore al punto da farmi dimenticare dove fosse veramente la mia dimora, il mio mondo. Poi pensai che il nostro  mondo è dentro di noi e dentro di me c’era lei. E la mia vita in quel momento era lì.” Dove lui e lei hanno una doppia identità, l’una specchio e  pietra di paragone dell’altro, ma anche di una rappresentazione di un’altra alterità tutta da esplorare, secondo una mappa di percorso conoscitivo  e creativo. Ed, in tal senso, anche il silenzio si colora di mille parole, mille pensieri mentre è avvolto dal profumo di lei fatto di iris, viola, ciclamino: “Spring Flower”, appunto, incantevole “memoir” che lascia trapelare infinite facce del reale, fatte di segni e significati, nel sottofondo musicale delle note delicate di un violino ed in parole sussurrate appena, che evocano la sapienza di Siddharta, tutti elementi di raffinata cultura, atti a colorare l’atmosfera, secondo una concezione quasi pagana dell’erotismo, per la quale Eros e Mithos si sovrappongono, nel riaffiorare di uno spirito di religiosità dionisiaca. Il tempo che scorre, scandisce fatti e struttura stessa del romanzo, in modo tale che l’ “ultima linea reuma” sia sia dilazione simbolica della fine, dove si accorda alla morte il trasalimento della vita e alla vita la presenza e la vertigine della morte. Cosicché vita e morte sono comunque segno di vita e di amore con apertura sull’illimitato, poiché se nel limitato e nel terreno se ne vanno le forme, nell’eternità restano le essenze, le astrazioni, la spiritualità…

Dal punto di vista squisitamente formale, lo stile è già “Morlettiano”, non decorativo, pur snodandosi in modi eleganti, mi volgari anche quando a prevalere è il gioco dell’incastro sensuale, che pur c’è, ma sempre espressivo per l’infinita, delicata varietà di contenuti in sfumature cromatiche, colte in leggere gradazioni che ci restituiscono i  fremiti dei sentimenti dentro una vita pulsante in un magico fluido, mentre dalla viva e insistita col lateralità con la figurazione di un “Liberty”mediterraneo che colloca, con un lampo di luce, la storia narrata e la sua posizione tout – court nell’arcobaleno della poesia e del sogno, ARRIVA dal “Vento” UN  SOFFIO RISTORATORE  NELL’ ODIERNA  NARRATIVA  CONTEMPORANEA.

Chiuderò questo saggio con i versi di Padre Gianni Hanzolato che ho trovato nel testo di poesia “Nel palmo della mano di Dio” e che recitano: “Come dimenticare il vento aperto sulla bara/vento dello spirito sfoglia quelle pagine con forza/fare ora un mare in tempesta, ora il passar del tempo/ora un andar/ora un venir convulso della storia/quel vento che ricama una tela di resti di colori/che scuote e unisce l’abbraccio di una Pentecoste/sfiora il lontano e il vicino, travalica muri  econfini/stringendo il mondo in un unico girotondo d’amore. Titolo della poesia: “Dalla finestra del cielo, il canto di Papa Giovanni II.

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