Maria Grazia Maramotti

Recensione al romanzo “Nelle mani del vento” di Maria Grazia Maramotti (critico letterario)
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“Nelle mani del vento”, romanzo edito da Laterza e prefato da Massimo Lucchesi, è a firma di Nicla Morletti, una delle autrici odierne più apprezzate e sensibili ai risvolti dell’animo e al suo disgelarsi nell’umana commedia.
In inchiostro d’apertura si alza così il sipario narrativo: “Lo conobbi un pomeriggio di fine settembre. Seduto su una panchina di pietra del molo, dipingeva il mare. Le onde lambivano la spiaggia solitaria e Viareggio era tutta nel sole.
Ad un tratto, elegante nel volo, solcò il cielo un airone rosa.
“Bello, non le pare?”
“Dice a me?”
“Proprio a lei, lo sa che gli aironi sono qualcosa di magico?”
Cappello a falde larghe, maglietta azzurra, il pennello in mano, mi guardava con i suoi occhi chiari”.
Così è introdotto l’io narrante e il personaggio chiave, evocatore, e coprotagonista della storia, dall’orditura impregnata da subito di mistero.
Sullo sfondo un paesaggio non cornice ma dal colore e moto propri, ricettore del trasfondersi del sentire umano in un processo osmotico che si fa via via vibrazione di vita universale.
In questo stesso procedere si snodano i romanzi e le novelle di Guj de Maupassant, colorista sobrio e preciso che come la Morletti non aggiunge una parola in più a ciò che vede, per non sciupare l’incanto, lo stato di grazia in cui la natura lo pone.
Poi le immagini incalzano nel profilare la figura tutta femminile dell’io narrante (probabile quella dell’Autrice stessa) prima che si faccia da parte e lasci imperare il racconto: “Sentii il suo sguardo scivolarmi addosso. Il vento mi sollevò la gonna e scompose i capelli”.
E qui l’effetto filmico è conclatamente percepibile e non può non ricondurre alla regia di Billy Wilder in “A qualcuno piace caldo” con un’indimenticabile Marylin Monroe, in una scena apparentata a questa.
Successivamente la trama si inonda di un profumo di primavera, Spring Flower, che dipana il filo del ricordo e lo raggomitola nell’intera vicenda.
L’incontro tra lui, Diego Romei, noto giornalista e saggista, un tipo affascinante nonostante l’età avanzata e lei, Desirée, avviene un pomeriggio d’estate. “In uno di quei pomeriggi benedetti da Dio in cui capita di sentirsi felici senza saperne il perché. In quel breve tragitto che il battello compie ogni giorno dal paese di San Feliciano all’Isola Polvese. In uno di quei traghetti che scivolano lenti nello specchio d’acqua del Lago Trasimeno. Lei era là in piedi, appoggiata alla cabina, il viso al sole, un libro in mano, la borsa  a tracolla mentre il vento le modellava la veste leggera, frugava con dita invisibili tra i lunghi capelli, giocava con le forme di un corpo perfetto”.
E il vento come si evince già dal titolo ha un ruolo rilevante, opera quale “deus ex machina” dietro le forme, le muove, le sfuma, le agghindae le plasticizza per renderle straordinariamente vive sensuali. In quest’arte Nicla Morletti è vera maestra, con uno stile duttilmente personale, pur intingendo la penna nei canoni creativi del Romanticismo e in quelli del “giallo” per connotare la narrazione di molteplicità suggestive e “suspence”.
Il vento stesso è latore di un misterioso biglietto amoroso che disgelerà il suo senso solo alla fine. Ed è compartecipe nello scoccare della scintilla d’amore tra Diego e Desirée mentre approdano all’Isola Polvese.
Isola che è metafora del sogno archetipale di ogni coppia colpita da Cupido di conseguire, nella fusione dei corpi e dei sentimenti, l’unità, un tutto univoco isolato dal resto del mondo, che viva in totale completezza ed armonia. A livello inconscio rappresentativo di Dio, Suprema sintesi di Amato e Amante in cui il singolo si fonde e ricompone divenendo l’Uno.
Il romanzo si frange in segmentate tensioni del sentire interconnesse con variegati languori emotivi. Germinazioni atte a catalizzare l’attenzione del lettore, cui vien presentato il “terzo incomodo”, una donna altra, che distrae la scena senza acquisire reale importanza.
E come la vita materiale si stempera e dissolve nel paesaggio metamorfico della morte, così l’amore vero si sottrae alle spire della caducità. Nell’oltre si sublima ed eternizza, mentre sulla terra rimane ardente il suo ricordo.
L’io narrante interviene nuovamente verso la fine, per emozionare ancora e poi concludere: “Un lampo squarciò il cielo, un tuono parve rotolare nelle acque agitate dal vento. Caddero le prime gocce che si mescolarono alle mie lacrime. E in quella sera di ottobre, mentre un’onda più forte si infranse sul molo, il foglio scivolò nelle mani del vento.”

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