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Venezia, anno 1547

17 anni dopo – Dal capitolo XX

Francesco, camminando per le vie, si rese conto che Venezia era una città dal fascino segreto, la città dell’amore, la sola in grado di riaccendere le illusioni, riannodare gli affetti, infiammare gli spiriti attratti da una magia irresistibile.
Era giunto sin lì, dopo un lungo e scomodo viaggio. Ma grande era il desiderio di rivedere padre Niccolò.
Erano passati diciassette anni dall’ultimo suo incontro con l’abate. Francesco era molto cambiato da allora; persino fisicamente era diverso.
Era stato difficile accettare la morte improvvisa di suo padre, come era stato difficile doversi occupare di tutto.
Prima della partenza per Venezia, gli era apparsa in sogno Isabella, vestita da sposa, che gli aveva detto: “Ho bisogno di te.”
Era stato tutto così reale, che una volta sveglio, non riusciva a comprendere come si fosse trattato solo di un sogno.
Ricordava ancora il giorno in cui, per l’ennesima volta, si era recato a casa di lei. All’ingresso del palazzo, aveva incontrato Giovanni Balestrieri.
“Come va?” gli aveva  chiesto l’uomo.
“Bene, signore, grazie” aveva mentito, “vorrei parlare con Isabella.”
“Si è sposata con Don Ruj De Mendoza.”
“Ora  abita a Santiago” aveva aggiunto la nutrice.
Era stato un duro colpo. Doveva essere anche impallidito, perché il Balestrieri gli aveva chiesto: “Avete bisogno di qualcosa?”
“No, signore” gli aveva risposto.
Poi era tornato al castello. Da allora non l’aveva più rivisto, e nemmeno la figlia, naturalmente.
Non si era innamorato di nessun’altra. Non si era sposato, ma forse era riuscito a dimenticarla.
Ora, trovandosi in quella città solare, dove Isabella aveva vissuto per tanti anni, i ricordi gli si affollavano nella mente.
Era una città linda e bella, ricca di viveri e mercanzie.
Adagiata sul mare, tutta circondata dall’acqua che scorreva anche per le vie cittadine gremite di gondole, aveva un aspetto ridente.
Francesco si trovò per caso in Piazza San Marco e notò che era stupenda, inondata di luce. Le persone si accalcavano ai botteghini, si incrociavano e si urtavano in mille direzioni in una corsa pazza, senza apparenti mete.
Davanti al portale di San Marco c’erano tre grandi alberi di nave ai quali erano attaccati tre stendardi di seta rossa, ornati d’oro. Il campanile si stagliava contro il cielo.  Domandò ad un passante se era lecito andare fin lassù. Gli rispose di sì e gli disse che non c’erano scalini, ma una salita di gallerie, tutt’intorno alla torre. Vi giunse: il panorama era splendido. Tutta quanta la città era circondata dal mare. Vide torri, chiese, abbazie, monasteri, ospedali e ponti grandi e piccoli, alcuni in legno, altri in pietra. Ovunque vascelli, barche e gondole come unici mezzi di trasporto.
Si era fatto tardi e Francesco doveva cercare la chiesa di Santa Maria dei Miracoli. A malincuore, scese da lassù. Camminò di buon passo, imboccò una strada e per caso si trovò sul Canal Grande, o almeno credette, perché quella gli parve la via d’acqua più grande della città.

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