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Santiago De Compostela, anno 1530

Dal capitolo XIX

Isabella si sposò nel Santuario di San Giacomo a Santiago De Compostela, nella Spagna nord-occidentale, il  25 luglio  del 1530, con Don Ruj De Mendoza.
Indossava un abito di seta bianca. In testa, una corona di fiori d’arancio.
La cattedrale era mirabilmente costruita: ampia, spaziosa, di dimensioni armoniose e ben proporzionata.
Isabella e suo padre fecero ingresso nella chiesa attraverso l’incomparabile Portico De La Gloria.
Don Ruj, entrando da un ingresso laterale, passò sotto tre archi scolpiti in maniera ricca, costituiti da file d’angeli, di antenati, di apostoli e di profeti. Tutti tenevano in mano uno strumento musicale, mentre guardavano con devozione la figura del Cristo. Immediatamente sotto, la figura di San Giacomo, delicatamente tratteggiata, sedeva sopra l’albero di Jesse, o meglio l’albero genealogico di Gesù che mostrava la sua discesa da Jesse, padre di David. Nell’albero, cinque intaccature mostravano i punti in cui i pellegrini appoggiavano le dita, prima d’entrare nella cattedrale.
Isabella avanzò lentamente con suo padre a fianco, mentre l’organo suonava e la gente bisbigliava.
Alcuni pellegrini andavano a toccare la statua di San Giacomo sopra l’altare maggiore, altri scendevano nella cripta per vedere il cofanetto d’argento che conteneva le ossa del santo.
Infine tutti si ornarono della conchiglia di Pecten, simbolo di Venere, tradizionale emblema del viaggio a Santiago.
La conchiglia scolpita mostrava il corpo del santo, mentre arrivava in Spagna, su una barca, dalla Palestina.
La cattedrale era immensa e Isabella, per un attimo, si sentì una nullità. Il diaspro, l’alabastro, l’oro, l’argento, risplendevano ovunque, intorno a lei. Il profumo dei gigli e delle rose era talmente intenso, da stordirla.  E quando suo padre si allontanò per lasciare il posto  a Don Ruj De Mendoza, la ragazza ebbe paura: tra poco sarebbe stata la moglie dell’uomo più ricco di Santiago. Tutti la reputavano molto fortunata e chissà quante donne avrebbero desiderato essere al suo posto! Ma a lei questo non interessava: non era felice. Da quel giorno in poi avrebbe dovuto vivere in Spagna. Suo padre non le avrebbe più dato il bacio della buonanotte, né narrato storie di terre lontane. Non avrebbe rivisto Francesco, l’unico suo amore. Perché l’aveva tradita? E chi era quell’uomo che, accanto a lei, le avrebbe giurato davanti ai santi e a Dio che l’avrebbe amata e le sarebbe stato fedele per sempre? Ma cosa mai avrebbe dovuto giurare, se la conosceva appena?
Gli occhi le si velarono di lacrime. Don Ruj la guardò compiaciuto. Pensava che la sua giovane sposa fosse commossa, quindi le strinse la mano. Ma lei non rispose a quel segno d’affetto.
Si voltò, vide suo padre e notò che l’uomo era triste. Al termine della cerimonia sarebbe ripartito per Genova, senza di lei. Povero, sfortunato, amabilissimo padre!
Quel giorno era l’anniversario di San Giacomo e nella cattedrale ebbe inizio la messa solenne. Venne acceso il gigantesco turibolo: il Botafumeiro. Trainato da ben otto uomini e traboccante fuoco e fumo, l’incensiere fu fatto oscillare tra i transetti sotto un grande arco che si ergeva dal pavimento al soffitto. Isabella rimase stordita dalle fragranze che aleggiavano nell’aria.
Non vedeva l’ora di uscir fuori da quella bolgia, da quel caldo infernale. Non sopportava più i canti estenuanti dei pellegrini che si facevano largo tra la folla, per toccare un semplice pilastro dell’altare.
Se non fosse terminato tutto presto, di lì a poco, le forze le sarebbero venute meno.
Poi, ad un  cenno del sacerdote, lei pronunciò il “sì”. In realtà non si rendeva conto del significato di quella risposta affermativa.
Infine gli sposi si scambiarono gli anelli e Don Ruj la baciò sulla guancia. Tra gli applausi generali, la coppia si avviò verso l’uscita e Isabella, appena intravide la luce del sole, si sentì meglio.
Le vie della città e la Plaza De L’Obradoiro, la più grande di Spagna, su cui sorgeva anche il palazzo del marchese De Mendoza, erano affollate.
Mentre i musici suonavano, gigantesche figure colorate, dette “Xigantes” sfilavano per le vie. Seguivano processioni accompagnate da danze e da canti. Ovunque c’era strepito e allegria.
Durante il banchetto di nozze furono servite, su vassoi d’argento, più di cento portate diverse: agnelli, anatre, tacchini cotti al fuoco, canditi e dolci. Sul  tavolo scintillavano bicchieri di cristallo e posate d’argento.
Il marchese, ebbro d’amore per la bella e giovane moglie, non riusciva a distogliere gli occhi dalla sua amata.
Isabella, invece, silenziosa, non mangiò quasi niente.

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