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Genova 1530

Il tempo sul mare era splendido: dalla costa sopraggiungevano i profumi delle coltivazioni e delle piante aromatiche.
Lungo la riviera di levante, un susseguirsi di baie, insenature, rocce a picco sul mare, villaggi raccolti intorno alla marina. E là, dove la costa era più protetta dalla tramontana, si infittivano le piante, gli oliveti che sembravano catturare sulla costa un’eterna primavera.
Genova appariva all’alba, tra le foschie mattutine, all’improvviso, in lontananza, stupenda e nei bagliori dell’aurora, senza ombra alcuna, fiera con tutti i suoi abitanti.
La città era più viva che mai: ovunque un brulicare di gente; nei vicoli ci si affaccendava in un via vai di borghesi, nobili, lavoranti, ognuno dietro alle proprie occupazioni. Era luminosa, immersa fra alberi, giardini, cespugli, fin dove le onde lambivano le rocce.
Si rimaneva affascinati dall’atmosfera orientaleggiante che sembrava caratterizzare anche i palazzi, dalla natura che si inerpicava su per le pareti marmoree e che formava splendidi pergolati sui tetti, adagiati nella contemplazione del mare. Le sensazioni di luce, calore, splendidamente rese vive dallo sgorgare copioso dell’acqua delle fontane e la bellezza dei palazzi, facevano gridare al miracolo.
Il popolo era riuscito a creare eroicamente, tanti anni prima, su un lembo di terra sospeso tra il mare e le rocce, un paradiso di benessere e di ricchezza, sublimato da una natura altrettanto benigna. La vita nei vicoli appariva come quella di un intricato alveolo, fucina di attività incessante e industriosa che si svolgeva in quelle ristrettezze, avente per sfondo palazzi che a malapena lasciavano filtrare qualche raggio di luce, tanto da apparire fiabeschi.
Le case dipinte all’esterno, avevano un aspetto allegro e vivace. Tutt’intorno profumo di lentischio. E i canti che provenivano dalla chiesa di Sant’Ambrogio dei Gesuiti. Ma quello che più stupiva i visitatori, erano i giardini  pensili, con aranci, limoni e altri cespugli rari che servivano da nido a uccelli di ogni sorta.
La città intera era una miriade di meraviglie costruite dalla sagacia dell’uomo, sempre proiettato verso l’affermazione di se stesso.
Tra gli abitanti c’erano tessitori che lavoravano la seta, artigiani che modellavano il corallo e ricchi mercanti. Le merci provenivano dalle città olandesi e tedesche. E non mancavano pittori, scultori, poeti e studiosi venuti da ogni parte, ospiti  di ricchi borghesi. Qui, più di ogni altro luogo, era diffuso il mecenatismo, fenomeno tipico di quel movimento di rinascita che caratterizzava l’epoca, dopo lunghi anni di “oscurantismo” medioevale.
Gli uomini colti, dal materiale raccolto nei testi classici, volevano fare scaturire l’uomo nuovo, e intendevano la vita di cittadino integralmente e liberamente umana, quale sforzo operoso verso il bene comune, come vita civile.
Accanto a questa realtà però, ce n’era un’altra più triste: corrosa dalla miseria, stretta dalla morsa di ferro dell’assolutismo spagnolo e dal terrore dell’inquisizione, la popolazione si era abbrutita. Una parte del popolo soffriva la fame e mendicava per le strade. Le galere erano gremite d’infelici, legati alla rinfusa alle catene: si trattava per lo più di criminali, disertori, contrabbandieri e Turchi.
Questa città, comunque, con i suoi paesaggi scoscesi, ma coperti di olivi, con i suoi orti fragranti, questa città incantata, mediterranea, che stordiva i viaggiatori, era considerata dalla Chiesa, chiusa ancora nella stretta morsa del conservatorismo medioevale, “paese d’infezione, luogo di corruzione e di depravazione di costumi, un paese dove non mancavano inganni magici e incanti diabolici, dall’aria pestilenziale”. E dicevano di lei così: “Genova, montagne senza legno, mare senza pesci, uomini senza fede, donne senza vergogna” terra insomma di profumati incanti e di mortali pericoli.

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