Natale insieme nella Blogosfera 2010

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“Guardai fuori della caverna e vidi che aveva cessato di piovere. Una famigliola di cinghiali sbucò dal bosco, si fece largo tra i pruni, ci passò davanti per poi scomparire tra fronde e felci, oltre il sentiero.
Clarissa si strinse a me e nel candore che la pioggia aveva lasciato sul mondo, mi disse piano: – A tutte le stelle vorrei dare il tuo nome. Al cielo, alla luna. Al vento della sera che dolce mi accarezza. Ai fiori e alle ginestre della terra darei il tuo nome. E alle nubi, all’aria. Al vasto mare.”

da I giorni della rosa, il nuovo romanzo di Nicla Morletti

***

Natale insieme nella Blogosfera 2010: scrivi un breve racconto, una poesia, un pensiero oppure, semplicemente, un commento alle parole di altri autori. Ritroviamoci come sempre nel Blog per scambiarci in questo modo gli auguri per le festività. La partecipazione è aperta a tutti. Il tema è libero. Puoi pubblicare una o più opere direttamente nei commenti a questo post, da oggi fino al 10 gennaio. Segnalando questa Iniziativa nel tuo blog o sito web parteciperai anche all’assegnazione del titolo di Blog letterario dell’anno (Premio Manuale di Mari – Bando 2010). Alcune opere, selezionate dalla Redazione, saranno pubblicate anche nel Blog degli Autori e presentate nel Portale Manuale di Mari.

*Alcune raccomandazioni*
1 – Non pubblicare racconti troppo lunghi che si leggono con difficoltà in un Blog.
2 – I testi saranno pubblicati così come li inserisci. Rileggi tutto prima di pubblicare.
3 – Non postare più di due opere o interventi per volta.
4 – Puoi lasciare tutte le repliche che vuoi alle opere degli autori.

476 Commenti

  1. NON E’ NATALE SE…

    “…si come rota ch’igualmente è mossa,
    l’amor che move il sole e l’altre stelle”
    Dante, Paradiso, canto XXIII

    Non può essere Natale davvero
    se non c’è la festa nel tuo cuore,
    se non hai dato un poco di conforto
    a chi è nel dolore, in difficoltà,
    se non hai fatto una buona azione,
    o donato un poco del tuo tempo
    per far felice una persona sola…

    Natale è amore,tanto amore
    da donare con gioia, con calore,
    con entusiasmo, con generosità,
    perchè c’è tanto bisogno d’amore
    in questi nostri tempi così tristi,
    così caotici, così confusi,
    così poco attenti ai sentimenti!

    E soltantp l’amore può salvarci
    da solitudine ed infelicità…

    Edda Ghilerdi Vincenti

    Bergamo,25 Dicembre 2010

  2. Sola, seduta al dinanzi al camino,
    mi lascio sedurre dall’alta
    corposa fiamma,
    che tremula dal focolare avanza.

    Avvolto di malia è l’animo,
    che sogni coglie
    e il cuore, libero
    tra afflati di ardenti sembianze.

    Offrimi ancora giochi di luce,
    carezze scintillanti sole.
    Quest’attimo è si più dolce del miele.
    Presto! Vieni fiamma, lasciami sognare, ancora.

    • Molto belli e intensi questi versi.
      Ti lasciano trasportare e vivere come in un sogno la bellezza del fuoco di un camino, magari quando fuori la neve scende a fiocchi.
      Grazie anche per il tuo commento.
      Un augurio di un 2011 pieno di sodisfazzioni.

      Sandra.

  3. Irene arrivò in spiaggia alle undici. Passo pigro, indolente, grandi occhiali da sole, capelli raccolti sulla nuca. La sua pelle chiara, delicata spiccava come una macchia lunare su quella spiaggia affollata di corpi lucidi e neri. A lei quelle membra scure e sudate facevano quasi schifo, un carnaio umano in mezzo al quale passava con una sorta di ribrezzo. Non sapeva ancora perchè si trovasse lì. Era stato il marito a portarla quasi di peso in quella cittadina di mare e a costringerla a starvi un mese. Lei non voleva. Non voleva lasciare la sua casa, il suo giardino, il suo lago. Il marito invece era stato irremovibile. Doveva andare e basta. Lui sarebbe venuto ogni fine settimana a trovarla. ” Irene, – le aveva detto – non mi fare storie. Ho prenotato per te una cara con vista sul mare in uno dei primi hotel lungo la riviera. Non dovrai pensare a niente, solo a riposarti e a prendere sole. Vedrai che ti troverai bene”. Lei aveva preferito tacere perchè temeva le parole. Un silenzio prudente che il marito aveva interpretato come una forma di resa. Era stato il medico a suggerirgli di portare la moglie in una località di villeggiatura. Un cambiamento di ambiente le avrebbe fatto bene, aveva detto. Sarebbe stato la ricetta necessaria per farla guarire da certe sue malinconie, da certi suoi improvvisi ed inspiegabili sbalzi di umore. E lui, docile, aveva accettato quel consiglio. Perchè voleva che Irene tornasse ad essere la sua Irene e non quella creatura che, da un po’ di tempo, si aggirava svagata ed assente per casa. Depressione? Solitudine? Non sapeva. Forse ci voleva un bambino, aveva pensato. Una terapia tutta sua, ma l’aveva tenuta per sè.
    Irene, alla proposta del marito di stare fuori un mese, era insorta. A lei il mare non piaceva, aveva gridato. Le piacevano invece la dolcezza e la quiete del lago, i profumi ed i colori del suo giardino. Mentre parlava, appariva agitata, le tremava la voce. Lo aveva guardato quasi con odio e lui era rimasto turbato da quello sguardo che non le conosceva. Una resistenza la sua che Ugo aveva trovato eccessiva, inspiegabile. Alla fine, Irene si era piegata al suo volere ed ora si trovava lì, sotto quel sole ardente che trovava invadente e volgare, in una sorta di esilio che la portava a disprezzare il marito e la sua arrogante volontà. Leggeva molto, ma la mente spesso vagava lontano e la portava altrove, accanto ad un uomo che entrava, come di soppiatto, nelle sue fantasie, cogliendola nell’ intimità dei suoi pensieri. Uno spazio proibito che conosceva solo lei ed in cui la memoria della sua infedeltà le procurava come un senso di vertigine.
    Lo aveva conosciuto durante una delle sue passeggiate serali che faceva sempre all’ora del tramonto, prima che il marito tornasse dal cantiere. Impartiva alla cuoca gli ordini per la cena, poi scendeva in giardino, desiderosa di immergersi nelle sottili fragranze delle piante e dei fiori. Percorreva i viali lentamente fino ad arrivare alla balaustra da cui si potevano contemplare le acque del lago, incendiate dagli ultimi raggi del sole. Lì sostava, rapita da quello spettacolo che le procurava ogni volta un senso come di languore.
    Dal racconto “Irene” in “Donne e delitti” di Giuliana Colella

    • Cara Giuliana,
      ho trovato l’estratto del racconto “Irene” molto bello e vicino, per tematiche trattate e per genere, alle storie che narro io stessa. Dipinge Irene con maestria, ce ne rende vivida l’immagine, il carattere mite che implode e si ribella, ma solo nella mente, laddove la libertà è assoluta. Una storia di rapporto di coppia vissuto male, subito, ma con l’incapacità di distruggerlo, o forse la determinazione avuta in passato da molte donne, per facili infatuazioni o passeggere malinconie. Congratulazioni.
      Lucia Sallustio

    • Cara Giuliana,
      sanguigno il tuo incipit, teso a scavare nelle ferite, della protagonista e del marito.
      Narri senza nulla concedere ai facili sentimentalismi, aprendo il varco per approdare al
      racconto del vero amore.
      Il tuo stile fluido, scattoso a tratti, eppure formalmente molto elegante rappresenta un ottimo
      connubio-contrasto con il contenuto del testo.
      Sai destreggiarti molto bene nell’arte dello scrivere.
      I più vivi complimenti e auguri di buon anno.

  4. La modella albanese

    Fuori dalla finestrella della cella la neve fioccava. Il cielo era stranamente terso ora che si stava sbarazzando delle nubi. In lontananza le cime erano di nuovo innevate e i campi si distinguevano appena sotto un biancore che tutto ammantava, mescolando cielo e terra. Lo scenario non era granché diverso da quello del suo paese. Un’eco di cornamuse si avvicinava in un’atmosfera di sospensione. Mirada si sporse oltre la grata alla ricerca degli artefici di quei canti arcani e melodiosi, ma non vide nessuno. Fra le comunità cattoliche del suo popolo, si conservavano le stesse usanze e sapevano trasmettere la stessa suggestività. Le parve quasi di risentire l’odore penetrante delle spezie, zenzero, cannella e chiodi di garofano che donavano un aroma caratteristico alla dolcezza delle mandorle e dei fichi. I dolci di nonna Aminah erano prelibati e allietavano le tavole di tutte le case del paese, sembrava che solo lei serbasse il segreto di ricette millenarie custodite chissà per quale mandato. Nonna Aminah, un trionfo di dolcezza e robustezza, un arcano della femminilità vittoriosa, la sua pena del contrappasso. Le rimandava, di riflesso, l’immagine del proprio avvilimento fisico e morale.
    L’odore delle spezie si fece persistente e vicino, come se dall’altra parte sua nonna stesse sfornando quei dolcetti friabili e gustosi che si scioglievano nella bocca come fiocchi di neve. Era di nuovo Natale, la gente tornava ad augurarsi serenità e bellezza, a fingere di dimenticare la vergogna di brutture e violenze, arrotondava labbra avide al sorriso, stendeva la mano destra in segno d’amicizia e amore. Di questo era capace l’uomo, quello che da sempre immolava e torturava l’innocente, salvo poi fingere di pentirsi e costruirsi nuove identità. Tempo di riflessioni, spesso amare, di bilanci e di nostalgia, più di rado tempo per la vergogna, quella era sempre degli altri.
    “Sorella Benedetta, sono arrivate le bambine. L’aspettano nel parlatorio” la informò una voce giovane appena sussurrata bussando alla porta.
    “Grazie, sorella. Dica che arrivo subito.”
    Si diresse vero l’armadio di castagno scuro che troneggiava su di un lato della minuscola cella da chissà quanti secoli e che chissà quali terribili segreti aveva custodito prima del suo, e tirò fuori i vestitini di velluto, uno blu e uno marrone, che aveva preparato per Emma e Paoletta. Sarebbe stata una sorpresa e l’avrebbe resa ancora più gradita con i dolci che suora Gina stava alacremente preparando da giorni. Avvolse i due vestitini in carta regalo, avendo cura che non rimanessero false pieghe impresse nella stoffa tanto morbida quanto delicata, e completò con due belle coccarde in tinta per non sbagliarsi: la blu per Emma e la marrone con spicchi dorati per Paoletta.
    Uscendo richiuse la porta con gentilezza, era sacrilegio infrangere il silenzio in convento, non solo per regola benedettina ma per una sua ferrea volontà. Il silenzio era sempre stato l’antidoto al peccato che non riusciva a rappresentarsi meglio alla mente che con l’idea del frastuono e del caos. Il silenzio era bellezza e perfezione e raggiungerlo non era così facile come pensavano i più. Povere piccole, anche loro un altro Natale senza il papà!
    Man mano che si affrettava in cucina attraversando con passo leggero e capo chino e pensieroso i corridoi in penombra, l’aria si riempiva della dolce fragranza delle numerose infornate che avevano impegnato suora Gina e le consorelle aiutanti tutto il mese di dicembre. Le giunse un cicaleccio appena percettibile, risatine timide accennate, un frusciare di vesti. C’era aria di festa in cucina e la vista dei dolci cotti disposti su vassoi d’argento coperti di eteree trine ad orlare il candido lino e di quelli ancora da passare nel forno che attendevano in bell’ordine sui tavolieri di legno le comunicò un sentimento inaspettato di gioia e convivialità, smarrito nei meandri della memoria. L’odore le penetrò l’animo, le accese ricordi di bambina, la flagellò coi momenti impressi a marchio di fuoco e nella carne dell’umana perversione. Non riusciva ad essere felice un solo attimo senza oscurarsi immediatamente per quell’ombra che le gravava
    addosso, che la permeava, per l’odio che non si acchetava ancora, nemmeno nel silenzio e nella preghiera. Le campane che suonavano pigre i dodici rintocchi del mezzogiorno, la distolsero per un momento dall’ossessione: le bambine non potevano aspettare ancora. L’attesa snerva e indebolisce, lei lo sapeva bene. Lo aveva appreso nell’altra vita, quella per la quale doveva pagare ed espiare ora.
    “Sorella Benedetta,” la scosse gentilmente per un braccio Ave, la novizia brasiliana, porgendole i due vassoi colmi di dolcetti natalizi
    “ pensa che possano bastare per le due piccoline?”
    “Sì, certo. Va bene così. Saranno felici, almeno per un giorno, loro e la loro mamma. Graziella si merita un po’ di serenità anche lei, la vita non è solo lutto e le bambine hanno bisogno del calore del suo sorriso per crescere nell’incanto del Creato e fugare le ombre che rattristano la Vita.”
    Si segnarono tutte il capo frettolosamente, a suggellare le parole di suor Benedetta che nell’altra vita s’era chiamata Mirada ed era stata derisoriamente soprannominata la modella albanese.

    tratto dal romanzo breve “La modella albanese” di Lucia Sallustio

    • Mi piace il tuo modo di descrivere nei dettagli ogni piccolo particolare.
      Credo che quando si legge un libro, o un racconto piuttosto che una poesia, si debba essere dentro alle parole.
      Questo è anche quello che cerco di trasmettere nei miei romanzi o racconti.
      Complimenti.
      Grazie anche per il tuo commento, per me molto significativo.
      Auguri di una buona fine e un meraviglioso 2011.

  5. Gentile Nicla Morletti,
    La informo che ho linkato l’iniziativa ” Natale insieme nella Blogosfera 2010″ nel mio blog nella pagina News & Concorsi letterari raggiungibile cliccando su:

    http://luciasallustio.wordpress.com/news/

    Auguro nuovi giorni di serenità e armonia a Lei, a Robert e a tutti gli amici del Manuale di Mari e colgo l’occasione per partecipare all’iniziativa cpn una mia riflessione in versi:

    Ed è già nostalgia

    M’è più dolce

    Il presente

    Quando il presagio

    Futuro

    Del cambiamento

    M’arrende

    E il pensiero

    Della perdita d’un mondo

    Si fa lastra di ghiaccio

    Trasparente

    E divarica l’ora,

    pieno e tondo,

    dalla malinconia

    del domani

    di cui m’inondo.

    Ed è già nostalgia.

    di Lucia Sallustio

  6. PERDUTA ALLA MESSE DELLA COMPASSIONE

    Addio all’estate
    e al mio guru dell’amore..

    Sono uscita vergine
    dai tuoi pensieri e amplessi,
    orfana a me stessa
    perduta alla messe
    della compassione

    Sommersa in secoli di disordine
    pendolo a potere ipnotico
    di simmetrie di cristallo
    rifrangenti in un raggio
    tutti i colori dell’iride

    Le mani sul ventre teso
    -falce di luna tagliente-
    consegno decollato senno
    in bracière di metamorfosi

    Su cuscino di raso smeraldo
    di guerriera in disarmo piangono
    ammutolite sorelle siamesi
    il gelo di porcellana

    In subbuglio risuona
    la casa di gemiti
    e nel giardino capovolti
    cardi nascondono nella terra
    la carne delle loro foglie

    a occhio fuggiasco di sole

    * Vivere i colori dell’iride, tutte le sfumature..
    ma quando non si accetta compromesso, forse, tutti si spengono.

    DA: ERANTE TRA AMORE-EROS E THANATOS

  7. ATTESE

    Tornerò in quel punto
    ora flagellato dal vento
    e dal gelo
    Accenderò il camino
    e saprò attendere..
    Nessun luogo mi rispetta di più,
    nessun luogo

    Anche se a volte
    il cuore desidera
    spiagge che non esistono
    gemme che non si schiuderanno

    DA: “CROSTE”

    • Cara Gianna, ho trovato il tuo verso intenso, percorso da un’emozione che ha radici nella memoria del cuore. Brava! Tanti auguri per un lieto 2011.

  8. BABELE DI LINGUE A INSAPORIRE IL MONDO

    Nella casa a piccozza
    dove storto fato vige
    a vagito di infante
    arresa
    a moccolo di luce
    sospesa
    nel pieno di destini schiusi
    alla stretta delle fauci
    di un orologio ravveduto

    [mostrano loro volto gli affanni]

    fiaccola
    muliebre ancestrale
    con ali di bituminoso gabbiano
    rado basse goffaggini
    tra morsi di mele e affondi
    in coni di gelato
    squagliato
    al palato di mordaci voglie

    Senti,

    risuona ancora alle tempie
    puntuale alle ventunoedodici
    dalle rotaie il fischio del treno,
    da un angolo fitto e spettrale
    risponde l’abbaiare di un cane;
    colonna sonora al nostro film
    di vita prorompe rintocco
    di vespertine campane
    a riscattare l’ansia dell’attimo
    atteso in cui principe s’insinua
    squillo di cellulare

    frantumano ricami di assenze
    e attese da spruzzi incensate
    a lambire salmastro sasso
    quale fonte battesimale
    all’investitura di un nome
    declinato in tutte le sue colpe
    assolto in tantriche danze
    svogliato in palestre di baci
    spogliato di abusate
    utopie raffinate

    Oboli e corone di fiori
    dissemino su altari di chiese
    sconsacrate dai miei ex voto
    blasfemi e da chiavi negate
    a dischiudere sentieri sacri
    murati da cilici

    Mercanteggia mercante l’anello
    troncato di netto dal mio dito
    sanguinante tutto il senso
    della perdita a rosseggiare mare
    di rubini in lontananza in disdegno
    a chele spalancate alla fame
    del disgusto della vita

    Tutto l’abbecedario del genere
    umano è passato dalle tue stanze
    sono passata anch’io spoglia
    a cercare l’identità dell’amore
    mi hai portato in alto a pascermi
    di un banchetto di idee perverse
    accolte in stordimento di senno

    la libertà è splendore svanito
    per un nido di stanchezza
    appeso alle mie palpebre

    mi sono addormentata
    dentro una goccia di ambra
    verde larva dischiusa
    da onde acide cadute
    in occhi ciechi schizzati
    fuori dalle orbite

    In quaderno di passate memorie
    disseminate in cesto di cenere
    dalla cruna di un ago pensieri
    infilo a uno a uno a cucire
    brandelli della tua carne disfatta
    e calda che non respiro e ingoio
    ingorda a cibarmi in diaspora

    di lingue sparpagliate
    a insaporire il mondo

    Da “ERRANTE TRA AMORE-EROS E THANATOS”

  9. Amici del Blog,
    Buone Feste!
    Come molti altri, sto trascorrendo questi ultimi giorni dell’anno a tirare le somme del 2010 cercando di assaporarne le luci, e di capirne e dimenticarne le ombre. Soprattutto, faccio progetti per il nuovo anno, fisso obiettivi, penso a quante cose da fare, da leggere e da scrivere ci sono lì, ormai a cinque giorni da qui.
    Anche se il vero scopo é il nostro stesso viaggio, penso a come ci si sente quando si riesce a raggiungere una meta.
    Auguri a tutti.
    Alessandro Romagnolo
    —-
    Domenica 9 luglio 2006.
    A 4478 metri di quota fa freddo. Anna se ne accorse quando si tolse i guanti e toccò la croce. lo fece per accertarsi che fosse reale. Ne ebbe la certezza, ma fu costretta a rimettere subito i guanti.
    Dieci minuti prima aveva scoperto che c’erano due vette separate, su quella svizzera spuntava la statua di san Bernardo. Subito dopo c’era una cresta davvero mozzafiato e una grande croce in metallo sulla cima italiana. Sulla base c’era scritto «Pratumborno» e «Vallistornensis», chissà cosa voleva dire.
    Girò lo sguardo tutto attorno, poi si avvinghiò alla struttura in metallo e cominciò a piangere di gioia. la giornata era stupenda e mancava poco alle due di pomeriggio. Sentì che Cecilia le aveva posato una mano sulla spalla, sollevò un braccio e cinse lei e Giampietro. lui rideva. Le due amiche ridevano e piangevano insieme. Le loro tre teste, una contro l’altra, costruivano una piccola piramide singhiozzante.
    “Ce l’ho fatta” pensò Anna, senza ricordarsi più perché fosse arrivata fin lì, sopportando in un solo giorno una quantità di disagi che forse non avrebbe mai più subito: il dolore, la stanchezza, il freddo, la paura e la fame. Ma ne era valsa la pena, come le aveva detto anche Cecilia, aver raggiunto la meta le dava una gioia pura, la fatica e gli stenti l’avevano portata a una vertigine di sensi indescrivibile, in cui le motivazioni razionali che l’avevano spinta venivano messe da parte. Queste sarebbero riapparse dopo, per spiegare a se stessa e agli altri il perché di quell’avventura. Per ora si limitò ad assaporare quel fiume di sensazioni.

    (tratto da “Tutto vero!”, di Alessandro Romagnolo, edito da Albatros – Il filo, 2010)

    • Un bel brano tratto dal libro “Tutto vero!” di Alessandro Romagnolo. Una scrittura densa di emozioni e sensazioni. Un fluire di ottime parole in uno stile moderno, elegante. Giovane.

      Complimenti e Auguri!

      Nicla Morletti

    • Che bella sensazione mi lascia questo brano, dolce e nostalgico al tempo stesso. Tre amici d’avventura legati dallo stesso scopo che poi è quello che da sempre connota l’uomo: la ricerca di se stesso oltre ogni limite di sopportazione, sfidando pericolo, assoggettandosi al rischio, al dolore, alla paura, alla mancanza e alla fame. Lo spirito del pellegrinaggio che attraversando lo spazio vuole ricongiungere l’animo solitario, pur in compagnia, all’Ente supremo cui tutti aneliamo e che ci giustifica.
      Sensazioni da me provate recentemente durante il mio viaggio in Svizzera proprio passando da quelle zone dove una tormenta di neve preannunciava l’atmosfera di Natale e faceva dimenticare il disagio del protrarsi del viaggio a causa dei tunnel italiano e francese chiusi.
      Complimenti per lo stile terso e comunicativo!
      Lucia Sallustio

    • Alessandro , con rara arte della sintensi condensi l’intensità di una sensazione.
      E nella metafora della vetta conquistata unisci la realizzazione degli scopi, la sfida con se stessi, la bramosia di andare ‘oltre’, la voglia di vivere il senso del meraviglioso.
      Grazie per l’emozione che mi hai trasmesso. Ero su quella vetta, abbracciata alla Croce!

  10. Vorrei
    in questo anno che verrà
    udire del silenzio
    i sussurri più lievi
    toccarne il cuore
    ricco di memorie lontane

    Vorrei poter correre
    quando ancora non è ora
    incontro a promesse ricolme
    di tiepido sorgere
    e trattenere sulle labbra
    le emozioni del tempo

    Per goderne il sapore
    quando un ricordo
    giungerà al mio cospetto
    per unirmi alla brezza
    di un sogno ritrovato
    vorrei avvicinare la luna

    E rischiararmi del suo
    illuminarsi distratto
    improvvisare una parola
    accennare un passo di danza
    per ogni attimo che il vento
    trascina oltre l’ultima stella

  11. Notte estiva

    Spicchio di luce
    nell’aria nera
    piena di stelle

    Friniscono cicale
    illuminate dai fari
    delle auto avvinazzate
    a mezzanotte

    Dorme il grano
    nella valle gialla e antica
    d’estate ancor più bella

    Con me se ne sta
    l’ anima mia
    e osserva silenziosa

  12. Ad ogni tratto di parallelo e meridiano del globo esistono mille storie, tutte belle ed affascinanti, perchè gli uomini danno vita e vivono le proprie storie per due motivi, per amore o per denari. L’amore è l’unico sentimento buono insito nell’anima dell’uomo e l’amore è il buon Dio Gesù. Anche i denari sono amore in quanto frutto del lavoro dell’uomo di buona volontà e per volere della Divina provvidenza.
    La storia che sto per raccontare è quella vera di un uomo, un collega, di nome Bruno. Mi fu raccontata in parte dal protagonista, quando lo conobbi a Montecatini Terme, in occasione di un congresso di Medicina Ippiatrica tenutosi tanti anni fa, ove il relatore di lezioni magistrali fu il Professore di Chirurgia Ippiatrica Ted S. Stashak della Colorado University USA……….

    La finlandese, con i suoi nuovi mondi, l’hobby di allevare cavalli da corsa, con semplice e coinvolgente sensualità, è capace di fare breccia nel cuore di Bruno, pur se questi inizialmente non la corteggi, anzi a tratti la evita. La Fnilandia, come tutti i paesi del Nord Europa, compreso Norvegia, Svezia e Danimarca, è la patria della luce, della natura e soprattutto della tranquillità. A Bruno ciò lo ha sempre affascinato, le stesse donne di tali paesi hanno sempre avuto un desiderio particolare per il faire play latino. Dobbiamo affermare, le storie che durano a lungo sono sempre le più belle, perchè affascinano e coinvolgono.
    Un mattino di Marzo, quando il sole già sorto faceva fatica nello spuntare fuori da una nuvola passeggera che cercava di coprirlo e luccicava tremolando sulle bionde scaglie del mare appena appena increspato dal vento, poco distante dalla banchina del porto, un peschereccio arrancava verso il largo, mentre una nave di crociera si apprestava ad attraccare molto più lontano. Sulla costa un surfista era intento a mettere appunto le ultime cose al suo attrezzo, poi carezzare con lo stesso, (suo hobby), le onde del mare tra volteggi ed acrobazie, laddove il vento lo avrebbe permesso…

    Bruno sbalordito pensa, non chiama certo me, ma San Pio ripete il gesto e con l’indice della stessa mano lo identifica tra tanta gente e lo chiama per nome per invitarlo vicino a lui, dicendogli: “Bruno, vieni figlio caro, vieni qui”. Bruno, giunto davanti al Santo dice: “S. Pio cercate proprio me? Io sono un gran peccatore, non merito tanto”. S. Pio lo accarezza, lo bacia e gli dice: “Si, Bruno, proprio tu meriti questo. Ti devo benedire, lo meriti, ti ho chiamato per benedirti. Tu meriti una benedizione speciale”. ……ma sull’altare vi è SS Giovanni Paolo II ° o come lui a volte lo chiamaffermado: “Siate sereno e tranquillo, non avete di cosa preoccuparvi, vi benedico e vi predico, sarete ricevuto da SuaSantità”…… (Tre parti del testo).

    (I due sogni premonitori della guarigione miracolosa dalla gravissima leucemia di cui era malato Bruno). Dal libro: AMORI E MONDI INFINITI 2, storia di uomini, cavalli e fede. Edito da Guida Editore 2010. Autore: Pasqualino Mauro.

      • Gentilissima signora Morletti,
        grazie di gran cuore.
        Del resto, “La Fede è un mistero che parla di un mistero, più la Fede racconta ed opera, meno è possibile capire, comprende, conoscere, essendo la Fede, volere dell’infinita causa dell’infinito effetto Amore, ovvero Dio”. “E’ veramente sorprendente come la vita ti mette di fronte a delle situazioni particolari, che per un attimo senti tue appieno, coinvolti in questo meccanismo stupendo e tanto misterioso… sul filo tra umano e mistico, come un sole che oscilla tra il Cielo e le vette delle montagne… mi fai pensare a quanto le persone soffrano parchè si scontrano senza mai incontrarsi… mentre io, stasera, ho avuto proprio la fortuna e finanche l’impressione di averti incontrato…
        Grazie che esisti e mi sei venuto incontro…
        Dal libro inedito: “Medicina e recenti miracoli”. Autori: Giulio Tarro – Pasqualino Mauro.
        Con vivi sensi di stima ed ammirazione.
        Pasqualino Mauro.

    • ho letto questo estratto dell’opera con crescente curiosità e suspense, condividendone ogni parola, trasportata in terre lambite dal mare del Nord, con un fascino diverso dal mio Mediterraneo ma altrettanto accattivante sul mio immaginario, e sono giunta alle note finali che mi hanno lasciato un brivido di commozione.
      Congratulazioni.
      Lucia Sallustio

      • Gentile signora Lucia Sallustio,
        grazie infinite. Il suo commento è nobile, in quanto nasce dal suo regale e sensibilissimo animo, tanto da sollecitare la sua componente emotivogena.
        Con sinceri sensi di stima porgo i miei ossequi e gli auguri di un felice anno 2011.
        Pasqualino Mauro.

    • Credo ai miracoli. E Padre Pio Da Pietralcina ne ha fatti tanti e continua a farli. Questo libro ne è una testimonianza. La testimonianza di una guarigione e del grande potere della preghiera e della fede.

      • Onorevolissima signora Morletti,
        con inchino e profonda stima ammiro la sua fede e devozione in San Pio. Credere nei miracoli è credere in Cristo. Nel nostro caso, è come amare con tutto il cuore il creato, il Creatore, San Pio e l’intera Chiesa Cristiana Cattolica, tanto da poter vivere di una dimensione infinita di amore assoluto per l’intera umanità ed al suo servizio per volere del Signore. Se non esistiamo in Cristo non esistiamo e l’uomo senza relego e fede è uomo meno.
        Affettuosamente i miei ossequi.
        Pasqualino Mauro.

    • Gentile Sig. Pasqualino Mauro,
      Non le nascondo la mia emozione a leggere questo brano, anche io Credo fermamente in tutto ciò che parla di Fede Cristiana e nei miracoli della vita.
      Le scrivo questo perchè penso di essere stata accarezzata dalla Madonna, e che Dio mi abbia porto la Sua mano.
      Dopo un gravissimo problema di salute ” miracolosamente” mi sono salvata e dopo vari sogni premonitori con avvenuta guarigione, ho capito il senso della vita e che mi era stata concessa un’altra possibilità , non so perchè io potevo meritare questo…non ho il ” fiocchino rosso”…
      da questi episodi ho iniziato a scrivere lettere a chi aveva bisogno di una parola di conforto per lenire un dolore o sopportare una malattia, dalla mia mente sgorgavano pensieri come un fiume in piena e i fogli bianchi che guardavo si riempivano di parole piene di comprensione e di amore.
      Ho ringraziato il Signore che mi ha dato la sofferenza della malattia per darmi il dono di manifestare i miei pensieri e le riflessioni dell’anima con le parole.
      Mi piacerebbe molto leggere il libro ” Medicina e recenti miracoli”
      Scusi questo mio lungo commento , era il mio cuore che parlava, ed io con gioia correvo dietro a lui.

      Cordiali saluti

      Maria Luisa Seghi

      • Gentilissima signora Maria Luisa Seghi,
        in un intervista televisiva di presentazione del libro “Amori e Mondi Infiniti 2” mi fu chiesto: “Perchè Cristo ha scelto Bruno per guarirlo miracolosamente dalla gravissima leucemia?”. La mia risposta fu: “Cristo non sceglie i degni, ma rende degno chi sceglie, per fare più clamore con il Suo essere e fare Divino”. Nel suo caso, la Madonna ha baciato lei per ottenere maggiore effetto di risonanza dall’evento attraverso la sua magnifica penna per offrire conforto e lenire dolori a molti altri Suoi cari figli.
        Per l’occasione ringrazio e porgo i miei vivi auguri di felice anno 2011 ricco di pace e prosperità per volere di Cristo.
        Pasqualino Mauro

  13. Dopo New York, Montreal e Parigi arrivare a Roma era un po’ come ritrovarsi in una città di provincia. Era la fine degli anni sessanta e la vita nelle vecchie strade della capitale scorreva con ritmi ancora secolari. Ma i nuovi barbari erano in agguato…

    Ricordo l’arrivo a Roma con la mia Dauphine. Venivo da Aix en Provence e avevo percorso l’autostrada del sole, allora ammirata da tutti coloro che varcavano le nostre frontiere in auto. Nel resto di Europa di autostrade così ancora non ce n’erano e i miei amici francesi si lamentavano del ritardo del loro paese nella viabilità ancora collegata alle vecchie e gloriose “routes nationales”. Quella Italia, quella degli anni ’60 – ’70 in pieno boom economico aveva all’estero un’immagine molto positiva, dopo i disastri del fascismo e della guerra. Fino ad allora avevo vissuto all’estero e a prescindere dai soliti luoghi comuni stupidi e un po’ razzisti contro gli italiani che mi avevano accompagnato sin dai tempi della scuola, vi era in quegli anni molta simpatia per questo piccolo rinascimento post bellico. Per esempio nel cinema, dal neo realismo alla commedia italiana fino agli spaghetti western di Sergio Leone, i nomi di registi e attori che avevano conquistato i più sofisticati palati della critica come anche le più vaste platee, era infinito e non vi era festival o Oscar che annualmente non premiasse un Rossellini, un Fellini, un De Sica, un Visconti, un Antonioni o uno Scola, solo per citare i più premiati. E poi Mastroianni, la Loren, la Vitti, Sordi, Gassman e Tognazzi. La gente allora faceva la fila per vedere i loro film sui Champs Elysées o nel Village. La musica di Modugno, Bindi, Paoli, De André o Celentano e le colonne sonore di Ennio Morricone avevano finalmente fatto scoprire una canzone italiana che non era più soltanto quella partenopea. Ed era bello, gratificante sedersi in un caffé a discutere con gli amici francesi o americani di 8% o de “L’avventura”. Ma anche di Umberto Eco, di Moravia e di Sciascia. Insomma non solo, non solo più pizza, mandolini e… mafia… Era l’Italia di quegli anni bellissimi. Bellissimi anche perché non ero ancora un trentenne, ma questo fa parte del fardello degli anni che più diventa pesante, più fa rimpiangere i tempi in cui era lieve.

    “Quando Roma era un villaggio” – racconto tratto dal libro Viaggi della Memoria di Bruno Fontana, edito da “Tabula Fati”

  14. Ricordo benissimo il giorno in cui tornai nella vecchia casa. Si era nella prima quindicina di giugno e le giornate erano già calde, quasi afose. Di prima mattina avevo preso la mia decisione: sarei partita, senza salutare nessuno. In fretta avevo raccolto qualche abito e degli indumenti intimi e li avevo messi senza grazia nella mia vecchia valigia. Facevo tutte le cose quasi di corsa come per impedire a me stessa di pensare, di riflettere. Nessuno mi avrebbe cercata, lo sapevo. Certo non i miei genitori, che si erano sempre disinteressati di me nè tanto meno Sirio che era uscito così bruscamente dalla mia vita. Meglio così, mi dicevo. In fondo, non desideravo altro che stare sola e la vecchia casa mi avrebbe certo accontentata. Sorgeva al centro di un giardino coltivato essenzialmente ad ulivi e ad alberi da frutto, in una posizione alquanto appartata rispetto alle altre abitazioni. Appariva come chiusa in una sua nobile bellezza. Si trattava di una struttura in pietra a due piani che da un lato terminava con una specie di torretta. Ciò le conferiva un aspetto alquanto medioevale che, fin da bambina, mi aveva attratto. Fra quelle vecchie mura, immerse nella verde campagna ligure, avevano abitato la mia nonna materna e la vecchia Maria. A loro due ero stata affidata ogniqualvolta la mia presenza diveniva per i miei genitori troppo ingombrante, cosa questa che accadeva abbastanza di frequente. Per loro ero solo un impiccio di cui sbarazzarsi non appena possibile. Consapevole di essere considerata più che altro un peso, crebbi in una mia solitudine selvatica, appena mitigata dall’affetto che per me nutrivano le due vecchie donne. Fabia, la nonna, era vecchia dritta e vigorosa, che incuteva rispetto e soggezione. Abituata a comandare, era ferma nelle sue decisioni, incapace di cedimenti. Tuttavia aveva, a suo modo, un debole per me che esprimeva attraverso la cura con cui si dedicava alla mia educazione. Praticamente sono stata allevata da lei. Avevamo ben poco in comune. Priva di qualsiasi curiosità intellettuale, non l’ho mai vista con un libro in mano, mentre io ho sempre amato la lettura. Ogni volta che mi vedeva leggere, mi guardava con sospetto. Unico suo interesse era il giardino: ne conosceva ogni cespuglio, ogni albero, ogni fiore. Nulla le sfuggiva. Era un giardino stupendo, fiabesco, smagliante di colori. Spesso, verso l’ora del tramonto, mi invitava a passeggiarvi.Io accettavo di buon grado, perché solo allora, in quel mare di fiori, di arbusti e di alberi, la vedevo uscire dalla sua abituale austerità e trasformarsi. Sembrava un’altra. Si soffermava dinanzi ad ogni ramo, ad ogni foglia, per verificarne lo stato di salute o per aspirarne la sottile fragranza e, nel far ciò, appariva pervasa da una sua gioia segreta che riusciva in parte a trasmettermi. Il mio amore per la natura lo debbo a lei.

    Da “Il mio mondo ed altri racconti” di Giuliana Colella

    • Cara Giuliana, ognuno ha o dovrebbe avere una passione da coltivare. Per alcuni è un bel giardino di fiori, per altri la lettura, lo sport, la scrittura o… un grande amore.
      Senza passione, senza amore non si può vivere.

      Segnalo agli amici lettori il bel libro da cui è tratto il tuo racconto.

      Per ordinare il libro seguite questo link

      • Caro Robert, ti ringrazio per le tue belle parole. Amo molto scrivere e la natura. Spero di essere riuscita a trasmettere queste mie passioni con questi miei racconti. Buone Feste
        Giuliana

    • E’ molto bello questo brano, gentile Giuliana, come sono belli anche tutti gli altri racchiusi in questo amabile libro dal titolo: “Il mio mondo ed altri racconti”. La sua è una scrittura chiara, lineare, densa di emozioni e sentimenti. Una scrittura che cattura il cuore e induce alla riflessione. L’amore per la natura è una cosa meravigliosa. Non si può vivere senza amore, senza sogni, senza una passione, sia essa rivolta ad un’ arte, ad una persona o a qualsiasi altra cosa dello scibile umano. L’importante è credere, sentire, percepire. Amare.

      Con i migliori Auguri delle cose più belle.

      Nicla Morletti

      • Gentile signora Morletti, le sue parole di commento mi hanno fatto sentire profondamenete in sintonia con lei. Ha il dono di saper interpretare i sentimenti e le emozioni di chi scrive. La ringrazio e la saluto con affetto.
        Giuliana

    • Cara Giuliana,
      efficace, tenero e intenso il tuo spaccato di vita. Ha il sapore delle storie che non si vivono più. Tu leggevi i libri, la tua nonna leggeva gli alberi, le foglie, i fiori e si creava tra voi una comunione di spirito misteriosa.
      Imparavi i segreti di madre-natura e le forme di rispetto apparentemente particolari, in realtà universali.
      In quel giardino la tua anima si è riempita del lirismo e della passione che oggi dedichi agli amori e a tutti noi…
      Grazie e buon anno.

  15. Vorrei condividere con voi una delle tante favole che ho scritto, eccola qui! “All’improvviso un pò di luce. Sento freddo. Ma prendo forma. Esploro con la mente il mio corpo, sono composto da tante punte, sono sottile sottile. All’improvviso precipito! Sono così leggero che inizio a volteggiare sospinto dal vento. Guardo in su mentre lascio la mia culla di morbida nuvola. Se guardo in basso sono tante le luci che ammiccano sfavillanti dalle strade piene di gente. Sorrido, senti che bella musica arriva da laggiù! Tutto si avvicina, capisco che la mia breve vita sta per giungere al termine. Noto un bimbo con la faccia rossa rossa dal freddo che guarda in su. Gli occhi semichiusi a proteggersi dal turbinio dei miei fratelli e sorelle. Scelgo lui, come meta finale di questo viaggio che chiamiamo vita. Lo guardo mentre mi avvicino, sorride felice, la lingua in fuori a mò di pista di atterraggio, per catturare quei freschi piumini. E atterro sul nasino rosso rosso di freddo e di felice eccitazione. E’ il suo calore a decretare la mia fine. Ma muoio felice cullato dal gorgoglio della sua risata: mi sciolgo e mi immolo al calore umano di un bimbo che, meravigliato, osserva a faccia in su una nevicata di tanti piccoli fiocchi di neve, come me.
    E tutto ha un senso.
    Si dice che la vita sia sempre troppo corta. Ma è il senso che le diamo quello che le da spessore, come la spendiamo e la felicità che diamo agli altri.
    Anche se loro non lo sanno. “

    • Una favola bellissima e significativa, la storia di un fiocco di neve, della sua vita breve, intensa e straordinariamente affascinante. Un fiocco di neve che dopo una avventurosa scesa dal cielo, decide di sciogliersi sul volto di un bimbo, mentre egli, meravigliato, gioisce nel candore della neve. E’ vero la vita è sempre troppo corta ma è “il senso che le diamo, quello che le dà spessore, come la spendiamo e la felicità che diamo agli altri”

      Complimenti vivissimi e auguri

      Nicla Morletti

    • Marina,
      una bella favola che saprà divertire e insegnare tante cose, quelle che valgono e varranno per sempre, ai bambini e ricordarle agli adulti diventati più sbadati proprio a causa dell’affanno per vivere al meglio quella Vita troppo breve di cui parli nel racconto.
      Lucia Sallustio

      • Grazie, cara Lucia, sono proprio le favole che leggiamo ai nostri bambini cariche di metafore e impreziosite dai tanti insegnamenti che a volte andrebbero lette a tutta la famiglia, grandi e piccini…. un abbraccio!

  16. pre-commento:
    ecco una poesia-racconto dal vero sapore invernale. Non parla di Natale: parla di una grande foresta innevata, dove il protagonista si è perso e cerca un rifugio. Sentirete freddo (spero di no!).
    Ho preso l’ idea dalle leggende nordiche, dalla FANTASY in generale e a gruppi rock che ad essa si ricollegano, cercando il più possibile di creare un effetto 3-D. Sì, più di ogni altra cosa, mi auguro che possiate assaporare la mia avventura come se la vedeste “dall’ interno”.
    Scritta nel 2003, ritoccata di recente.

    NON TEMERE L’ INVERNO

    Freddo e vento
    neve e ghiaccio.
    In questa bianca,
    sterminata foresta
    cammino contro gelidi aliti
    che sferzano il volto.

    Fa freddo.
    Qui non c’è nessuno
    lo spazio si dilata
    per chilometri e chilometri
    il mio sguardo si perde
    nel bianco orizzonte
    sono io, forse
    l’ unico essere vivente?

    Freddo tagliente
    sono solo
    vorrei accendere
    un palpito di speranza
    vorrei un appoggio
    per trovare un rifugio
    per trovare un po’ di tepore
    in questi spazi vasti e rigidi.

    Mi chiesero in molti:
    ma come fai a vivere qui?
    In queste lande remote
    in questi posti sperduti
    dove chi entra si perde
    e scompare nel nulla…

    Una traccia ho seguito
    per amor di speranza
    e partii un giorno
    per trovare qualcuno.

    Una voce mi sussurrò
    “fatti forza fratello
    non perderti d’ animo
    proprio questo è il tuo vantaggio:
    sei dove altri
    non osano avventurarsi
    sei entrato dove gli altri
    si tengono lontani.

    Che prezzo alto!
    Sono andato troppo oltre?
    La tormenta avanza minacciosa
    la cappa bianca m’ avvolge
    e s’ avvicina il buio…il buio…

    devo ricordarmi la voce;
    una stretta via di fuga
    una piccola fiamma conservo
    senza farmi vedere
    dal nemico… il nemico…

    Mimetizzato.
    Freddo fuori, ma non dentro.
    Ora vedo con gli occhi della notte.
    In silenzio, nascosto nel buio
    eccomi tutt’ uno
    col bianco manto
    e le fronde ovattate
    dalla soffice coltre.

    Qualcosa sta cambiando.
    La foresta come rifugio?
    Anche qui abitano amici?
    Voglio raggiungerli.
    Per una cerca gioiosa io bramo;
    lancio un richiamo
    la caccia comincia?
    balzo improvviso
    fra cespugli, tronchi
    e cumuli bianchi.

    Palpiti di
    fiamma ancestrale in me:
    lo spirito del bosco
    m’ incoraggia e sussurra
    il suo vento mi sospinge.
    Il suo soffio
    accampagna i miei passi
    con rumore di fiera possente.

    Mirabili sculture
    fiocchi di neve mi sfiorano
    scintillanti colonne lucenti
    stalattiti cristalline
    risuonano al vento.

    Stanco, ma d’umor lieto
    sono felice nel selvaggio correre
    imitando branco di lupi
    saettante negli anfratti.

    “Non temere il freddo
    troverai rifugi nascosti
    e insperato calore
    non temere inverno e bufera
    anche qui puoi trovare la fiamma
    che ti spinge ad andare;
    corri, ragazzo, corri
    a cercar la tua giusta vittoria.

    Un sentiero invisibile
    un campo segreto
    dove sarà questo posto…

    mani tese s’ avvicinano…
    contorni sfuggenti
    sotto la luna
    come in un sogno:
    piccoli fuochi in lontananza;
    guizzi di torce
    serpeggianti nella notte
    balzano, s’ appropinquano;
    “persone vere, amici ”
    i fuochi mi catturano,
    da essi attirato e
    carezzato da fronde d’ abeti
    getto lo sguardo
    all’ agognato rifugio:
    sono alfin giunto alla meta,
    al focolare!

    • Una bella poesia – racconto, con tanta neve, una corsa carezzato da fronde di abeti. La corsa della vita e infine il focolare.La fiamma, il calore che scalda e allontana il freddo, ogni dolore.

      Complimenti e auguri

      Nicla Morletti

  17. Amici del Blog, Buon Natale! Sebbene sia motivo di tristezza in un giorno così lieto, desidero rievocare un Natale di qualche anno fa, l’ultimo che trascorsi insieme a mia madre.
    Un pensiero affettuoso a tutti.

    Angela Ambrosini

    LA NEVADA O EL INVIERNO
    (GOYA, MUSEO DEL PRADO): IMPRESSIONI DA UN QUADRO

    A mia madre

    Trascorreva la notte come il fondale di una di quelle tele di cui la vita tua era intarsio prezioso, trascorreva impassibile e solenne e parve confondersi con l’ombra che s’insinuò tra le braccia intente a sorreggerti. Mancava poco tempo. Ti mancava poco tempo ormai. Un velo di neve venne a posarsi sulle orme dall’incedere rassegnato, il vento insaziabile urlava il tuo nome alla notte, alle notti d’inverno che il cielo della luna si preparava a stringere per l’ultimo assedio. Marzo non era poi così lontano e la prima luna t’avrebbe liberata. Ma occorreva aspettare, poi sarebbe dilagata la luce, quella luce che ti si era rappresa dentro come una fiammella di cera ferma.
    Troppo freddo in quella notte di gennaio. Troppo gelo nel dirupo che solcava ormai ogni fibra nascosta del tuo sembiante, bello e sereno nonostante il verdetto. Se è vero che il destino soverchia il passato, altrettanto vero è che il passato, come un balsamo, ne può lenire la durezza. Così, l’interrogativo che affondava nel tuo sguardo, a tratti pareva quasi colmarsi in una risposta consapevole e duratura. L’enigma della coscienza supera quello della morte, che è nulla se paragonata all’attesa che la precede.
    Forti braccia ti sostenevano, non eri sola, le tre figure sfidavano il ghigno di quel vento che disegnava calanchi sulla strada di sempre, uguale a se stessa sotto la coltre di neve.
    Poi, quell’ombra di nuovo si snodò dal fondo della notte. Ti costrinse a fermarti, a pronunciare parole di commiato, come fra buoni vicini e le raffiche di tramontana ingoiarono il latrato di un cane infreddolito. Ancora pochi passi, pochi minuti, poche settimane ancora e si sarebbe arreso il vento alle brezze spiegate di primavera e di quella lunga notte d’inverno non sarebbe rimasto che l’amore della terra pronta al grano.
    Dimmi il tuo dolore, mamma, dimmi il tuo dolore, ma raccontami ancora la promessa che arride dal cuore cupo del cielo.

    Madrid, 1 marzo 2004

    (Da Angela Ambrosini, “SEMI DI SENAPE”, L’Autore Libri Firenze, MEF, 2007)

  18. Carissima Nicla e carissimo Robert, vi invio, insieme a questa mia poesia, tantissimi auguri per questo Santo Natale e un augurio infinito per un Nuovo Anno: che sia davvero scoppiettante di luce e di amore. Complimenti per il tuo nuovo libro, carissima Nicla, che acquistrerò certamente. Spero che il Nuovo Anno veda anche l’uscita del mio primo romanzo, che sto preparando con grande amore e cura. Un grande abbraccio a tutti gli amici del Manale di Mari, dai quali mi sono un pò allontanato ma dai quali voglio al più presto ritornare. Auguri a tutti, dal profondo del mio cuore!

    Questo è Natale

    Natale non è tavole imbandite,
    alberi, presepi,
    panettoni, spumanti.

    Natale non è
    luci, addobbi, festoni,
    palline colorate,
    luci intermittenti.

    Al mattino
    mi recherò fuori,
    nel paesaggio di neve,
    tra le case
    ancora addormentate,
    nelle strade
    dure di ghiaccio
    dove tu dimori
    da sempre
    e ti dirò
    vieni amico mio,
    dai, vieni con me,
    non temere.
    Oggi
    mangeremo insieme,
    staremo insieme
    io e te,
    parleremo insieme,
    non m’importa
    il colore della tua pelle,
    so che sei
    mio fratello
    e questo mi basta.

    Ecco, questo è Natale.

    • Tanti cari Auguri Lenio, a te ed ai tuoi cari, per un felice Natale e un Anno pieno di successi e di nuove opere!
      Grazie di cuore per la poesia che ci hai donato. E’ sempre un piacere leggerti!

      R.

    • Un vero messaggio di Natale; lo spirito del Natale come dovrebbe essere. Grezie per quest’ invito in poesia a ricordarci dei più poveri.

    • Ciao Lenio
      Lo sai…qual’è la vendetta degli angeli se tu non torni..
      Ti ricordi di me? sono quell’ angelo con l’ ala ferita perchè sbattuta sul cornicione del cielo, ma so ancora volare con il cuore.
      Auguri per la tua poesia, per il tuo nuovo romanzo e naturalmente BUON 2011

      iL CRICETO TI SALUTA

      Maria Luisa Seghi

      • Lo so, Maria Luisa, terribile é la vendetta degli angeli, e poi il Manuale di Mari rappresenta per me un qualcosa di straordinario, un’esperienza meravigliosa. Diciamo che ho giocato a nascondino per un bel pò di tempo per riprendere fiato, per ritornare poi a volare spero ancora più in alto, in quello spicchio di cielo abitato da voi creature fantastiche che in nome della vera amicizia non esitate a sacrificare la parte migliore della vostra fantasia, le ali. Ma questa volta partiamo alla pari, ci giochiamo il nuovo anno e le sue promesse con un entusiasmo nuovo e contagioso. Forza Maria Luisa, parti che io ti vengo dietro! Augurissimi anche a te per un fantastico 2011!

  19. Giornonotte ascolta
    c’è tanto rumore
    c’è troppo silenzio
    fa che il volto
    aperto del tuo cuore
    sia sorriso rinato
    sulla via di Gerusalemme
    in tutto ciò che è interiore
    in tutto ciò che è esteriore
    risplenda eterna la Luce

    Auguri affettuosi a Nicla, Robert, a voi tutti, ai vostri cari, di pace, armonia, ascolto, generosità, amore. Buon Natale! Gaia

  20. ARBRE MAGIQUE

    L’arbre magique
    ha perso tutto il profumo
    della foresta incantata

    viaggiando in auto
    nel tran tran di una città
    caotica e spenta dove i poveri
    hanno sempre denti gialli

    Alle radici del mondo
    il sole del tardo pomeriggio
    filtra tra i tamerischi secchi
    del Giordano a rinnovare
    alla fonte battesimale
    rito di misticismo antico

    All’ombra del Machu Picchu
    donne salvagente
    gonfie di acqua
    sull’isola galleggiano
    inconsapevoli e colorate

    Spinta in superficie
    e sollevata da onde
    immense di salsedine
    verso un cielo
    di fluorescenti luci

    l’oro assaporo
    di un espanso attimo

  21. CASA DI STRACCI

    Corre di miglia in miglia
    rettilineo privo di scansioni
    l’argine verso la periferia;
    lontano dallo specchio
    di luci riflesso
    mi attende casa di stracci
    lasciata nella furia
    in disarmo di postribolo

    Ludico postribolo
    io stessa di stelle
    in pallore mi vedo
    togliermi lenti da ciglia
    asciutte e impietrite,
    monili dell’affetto traviato;
    vesti scelte con cura
    lascio cadere su petali
    opacizzati di seni

    Mi accingo a bauli
    di robe e di lacci
    compiacenti impenitente
    sultano che di scaduta
    merce disdegna
    peso e prezzo

    E cerco fra gli stracci
    una reliquia di lume
    sopravvissuta alla strage,
    un lembo di favella vera
    ad annullare segno
    di distruttivo possesso:

    ma dalle macerie
    araba fenice
    preme e ridesta
    di te urgenza folle

    Da: “Errante tra amore eros ethanatos”

      • Grazie cara Nicla del tuo positivo commento. Auguri di un lieto e sereno Natale 2010!
        Gianna
        _Π_____*。*˚ ˚ ˛ ˚ ˛ •˛
        •˚ */______/ \。˚ ˚ ˛ ˚ ˛ •˛
        • ˚ | 田田 |門| ˚ ˛ ˚ ˛
        ♬ ♪ ♫ ♭ Merry Christmas… !!!! ♬ ♪ ♥

  22. Caotica follia

    caos calmo irrefrenabile
    scivola in argentee linee
    compatte di luce

    tra lingue di fuoco oscurate
    dal groppo percorso di selve
    aperte alle fluide acque

    movimentate di vita
    creata da un incessante pensiero
    che a tradurlo nel calmo caos
    risuona turbamento

    a paradigmi e schiere
    da sempre votate
    a contrastare l’impatto
    di una bolla di follia

    trattenuta a forza dall’esplodere
    in acceco
    di pura bellezza caotica

  23. SENZA FRAINTENDIMENTI

    Mi spolveri il corpo
    il cuore e la mente
    con mille occhi
    di piume di pavone
    lasciandomi nuova
    e splendente
    a rosati albori

    Di Tigri ed Eufrate
    in giorni risorti
    navighiamo oscillazioni
    in onde di immobile tempo
    a ritroso tra incontaminate
    sponde istoriate
    da occhi bistrati
    di giaguari e lacrime
    di vergini fanciulle corrotte

    Ascoltare seducenti
    silenzi pericolosi
    più di melodiosi canti
    potrebbe perderci..

    Senza fraintendimenti
    contrazioni peristaltiche
    di affamati ventri
    duplice moto di cuore
    che incessantemente batte
    a ogni respiro di polsi
    organi e muscoli con ardore
    in flusso ci immergono
    che trascina viscere di vita
    e in detriti tracima
    deponendoci

    ai piedi dell’Ararat

    Tra sentieri di candele accese
    piantate in sabbia
    di deserto, a piedi nudi
    danziamo oasi e dune
    fino a stramazzare fusi

    in eternità di atomi

    Da “Errante tra amore eros e thanatos”

  24. CAMPO DI OPPIO

    Liberamente tratto da: “IL MITO DI ATLANTIDE” di Platone

    I “sentieri delle stelle”, rinvenuti da esperti geologi, sembrano indicare un cammino verso una misteriosa località , in mezzo al mare, per noi contemporanei introvabile e che, tuttavia, ha cambiato, con il suo esempio, la sorte dell’umanità.
    Si tratta di un’isola, Atlantide, appartenuta a Poseidone, il dio del mare.
    Era un’isola ricchissima e fertile, al cui centro sorgeva un monte, non troppo alto , che Poseidone scelse come dimora per la sposa Clito e che rese inaccessibile, scavandovi tutto intorno dei cerchi concentrici, alternativamente di terra e di mare.
    Fonti scintillanti e frutti di ogni qualità rendevano quel luogo un vero paradiso.
    La progenie di Poseidone fu numerosa e gloriosa e i sovrani, che si succedettero, accumularono ricchezze a non finire. Essi gareggiavano tra loro in magnificenza e sontuosità , ma la vera novità è che avevano creato una legge, certo la più importante, che proibiva loro di farsi guerra, auspicando il raggiungimento della massima armonia e concordia.
    Pur essendo Atlantide del tutto autosufficiente non rinunciava alle importazioni e si dice che il suo porto fosse un vero via vai di imbarcazioni e di genti , che venivano da ogni parte per commerciare.
    Insieme alle merci i visitatori portavano via con sé una conchiglia, la cui eco non poteva far loro dimenticare l’esperienza vissuta e causava in loro una vera e propria conversione a quella cultura di pace; e, così, sempre più proseliti compivano quel viaggio, non più con lo spirito del commercio, ma con quello del pellegrino che va in cerca della verità e che questa verità trasferisce, poi, nei propri luoghi di appartenenza, nella vita e nella cultura propria e della sua gente.
    E, così, in tutto il mondo sorsero nuove emule di Atlantide, sempre più numerose, fino a coprire l’intero pianeta, che portarono finalmente il benessere e la pace all’umanità , fino allora martoriata da incomprensioni, litigi e guerre.
    Ovunque prosperava abbondanza di fonti, attorno alle quali gli uomini disposero edifici e giardini e boschi sacri , dove riunirsi per accrescere la loro sapienza.
    L’amore, per se stessi e per il prossimo, aveva invaso come un’irrefrenabile epidemia l’intera umanità, che ora aveva raggiunto il tanto perseguito sogno della vittoria del bene sul male, e dell’universale raggiungimento della felicità, una felicità piena, vera, una felicità non artificiosa né artificiale.

    Ma chissà perché mai a un visitatore che provenisse da un pianeta diverso, la terra avrebbe potuto apparire in quel tempo come uno sterminato, piatto, tutto uguale campo di oppio…

    Storia e divergenza

    Atlantide è una leggendaria isola (o continente) che si trovava, secondo la maggior parte delle teorie, nel mezzo dell’oceano Atlantico e che sarebbe stata distrutta da un terremoto o da un maremoto tra i diecimila e i quindicimila anni fa. Il primo a parlarne fu Platone nei suoi dialoghi Timeo e Crizia.
    Si narra che Atlantide si inabissò (sfortunatamente o forse no?) a causa di una degenerazione che non piacque a Zeus, il padre degli dei, che in tale modo volle punirla.

    NOTA

    Questo racconto ci mostra i confini tra ucronia e utopia, il padre nobile di questo genere letterario, imparentato con fantascienza e romanzo storico.

    GIANNA CAMPANELLA

  25. TANTE PICCOLE VITE

    Si chiudono le tenebre sui loro corpi, radici arcuate ad artigliare la notte; sono così stretti da perdersi l’uno nel respiro dell’altra, viticci di piante forti in terra difficile.

    * * *
    Stella e Paolo, storia nata per caso alla mensa di un ufficio di informatica. Incontri quotidiani: lui programmatore fresco di laurea, consapevole dell’aspetto attraente; lei addetta alla segreteria, incantevole nel modo di porgersi, nei tratti del volto, nel sorriso.
    Sempre lo stesso tavolo. Stella prende l’abitudine di attenderlo, il giovane non disdice il tacito invito, eludendo sempre più spesso la compagnia dei colleghi. Nel corso dei brevi incontri cadono pietre sui triti tragitti delle parole, gli occhi rivelano ridenti impertinenze, echi di risa si perdono nel chiasso della sala. Paolo è intraprendente, ma la donna bruna dagli occhi di velluto sembra intimidirlo. Per molti giorni si accontenta di sederle di fronte e perdersi nel cielo dei suoi sorrisi, delle sue mani affusolate ad accompagnare le parole disegnandole quasi nell’aria…irresistibile il vezzo di rimanere a guardarlo piegando il capo di lato. Si salutano al tavolo dopo il caffe’; lei ha meno impegni, sembra gustare la pausa-pranzo. Col passare dei giorni il vento della gioventù sferza sulle aspettative di Paolo, le emozioni fanciullesche dell’incontro di mezz’ora cedono il posto all’esigenza adulta di dare concretezza alla conoscenza.
    Di fronte all’invito a cena Stella non sembra stupita. Inevitabili le fitte di dolore, impossibile lasciarle trapelare. E’ preparata alle rese dei conti. Sorride al giovane dagli occhi ambra-scura, raccoglie la valigia pesante del vissuto e, al termine del pranzo, si scosta dal tavolo senza alzarsi. Paolo tace. Non poteva prevedere una svolta simile, eppure la realtà è lì, nuda schiacciante. Semplicissima e così dura da affrontare. La donna è paralizzata dalla vita in giù. La tovaglia, come bandiera, occultava la sedia a rotelle. Lei allarga le braccia e sorride. “Sono nata sirena per una malattia genetica”, esordisce, “ rappresento un’ottima compagnia a tavola, ma dubito che tu sia alla ricerca di un’amica per condividere un pasto e un bicchiere di vino”. Paolo arrossisce, sente le parole morirgli sulle labbra e nel cuore al galoppo ruggire un sentimento strano, misto di viltà, rabbia, impotenza. La logica nel giro di pochi istanti cede il posto all’egoismo degli anni: la ragazza dal viso di bimba lo sta tradendo. Inoltre è con le spalle al muro, muto di commenti.

    Stella mostra di comprendere gli stati d’animo di lui. Lo invita a sedersi per qualche minuto e con suono di risacca argentina libera un canto di amare verità. “Devi sentirti libero di non accettarmi. Una lira invisibile ha suonato per noi….il tempo è scaduto. Non mi ferirai, è già accaduto molte volte eppure vibro di gioventu’, insabbio i segreti e lacero le briglie del male. Conosco la fragilità della gente, so che cerca ogni forma di fuga, esorcizza il dolore, fluttua nel vento delle frasi di commiserazione. Non la condanno. Incontrarsi ogni giorno è stato bello, l’avventura finisce qui, senza strascichi penosi e inutili.”
    Paolo serra le mascelle. La ragazza sembra schernirlo. Di colpo è lui a sentirsi invalido, muto, senza sensi per reagire. Avverte una morsa stringergli il petto. Decide di tentare l’atto di coraggio per dar voce all’orgoglio e, di più, alla paura. Guarda la fanciulla negli occhi caldi e le rinnova l’invito, asserendo che una sedia non rappresenta il muro per inibire l’amicizia. Lei coglie ogni sfumatura del gesto. E’ amica di tanti. Sa dare comprensione, calore, affetto, con le ali tarpate identifica un’ideale: la donna paralizzata desiderosa di compagnia e disposta a superarsi, a divenire un banco di emozioni esposte ai mercati generali, pur di essere accettata. Apparentemente va bene così. Accetta l’invito per mettere a tacere la coscienza di lui e torna a soffocare i propri sogni. I giorni alla mensa erano diventati la fuga dal reale, si strappava dal suo sempre, dalla dipendenza e camminava sulla corda tesa di una fiaba, equilibrista nel sole.
    Paolo si legge dentro mentre cerca di concentrarsi sul computer: difficile liberarsi del pensiero di Stella. Non si può definire una storia, esile il filo dei sentimenti condivisi, eppure di colpo investe emozioni serie. Fino a venticinque anni ha disarmato il tempo dando forma ai desideri, consumando avventure, passioni, in attesa di un amore da vivere come l’est del giorno, senza le nubi scure dei rimpianti. Oggi affronta il compromesso di un’amicizia dura:infatuazione naufragata nel senso di colpa. Non riesce a sentirsi in pace con se stesso. E’ un imbroglio.
    L’invito a cena si rivela l’ennesima sorpresa. Stella lo attende dinanzi al ristorante senza ombra di rancore o tristezza sul viso. Indossa un abito rosa dalla gonna ampia, sembra seduta su una nuvola di chiffon. Gli sorride inclinando la testa e gli occhi neri luccicano nella sera. E’ molto carina. Di una bellezza pura, incontaminata, acqua di fonte nel deserto.
    Gli impedisce di spingere la carrozzina che manovra con abilità sorprendente. Al tavolo sembra ripristinarsi l’atmosfera della mensa con qualcosa di magico in più indipendente dall’eleganza del locale.

    Stella è prodiga di racconti,il mondo sembra essere passato attraverso il torrente del suo cuore. Conserva i profumi, i colori dei luoghi visitati e di quelli letti o immaginati; ogni impronta d’amore è impressa nelle zolle fresche della sua memoria. Tratteggia i contorni della storia di Paolo senza conoscerla e si avvicina fin troppo alla realtà, tant’è che il giovane si convince del suo potere di respirare negli sguardi d’ognuno. Ridono molto e si guardano a lungo. A quella sera fanno seguito altre. Paolo scivola sull’unto di una vicenda improbabile ostinandosi a definirla amicizia. Parlano di ogni argomento e la ragazza non si imbarazza nell’esporre il suo male: “ I nervi non trasmettono impulsi nervosi al cervello, il midollo spinale è in parte atrofizzato. Non volo, mai sarò aquila o airone, ma di ospedale in ospedale ho imparato ad accettare col cuore e con la mente le realtà di una donna-sirena. Il tempo con te è stato un’immersione nelle vicende che un giorno sognai di vivere. Oggi lo so lontanissimo dal mio sempre. brindo al presente e vorrei brindassi con me. Accompagna le dure considerazioni con un sorriso pieno di luce piegando la testa di lato come sempre…
    Le dita della mano di Stella quella stessa sera finiscono intrecciate a quelle di Paolo. Un nido d’amicizia sull’albero della gioventù?
    Il giovane ha paura di essersi spinto oltre. Impossibile scendere dalla storia: il treno in corsa è nel suo binario, tardi per fermarlo.
    Notti assediate da pensieri violenti come sciabolate.”Quando ho perso l’orientamento? Desideravo perseverare nella spavalderia, nell’arrogante incoscienza e oggi? Oggi la vita gira di colpo, tira un brutto scherzo. Non riesco a evitare il pensiero di Stella. Il suo atteggiamento di amica dolce finisce addirittura per irritarmi…”
    Impulsivo, confuso, non può e non sa intuire le difese di lei. Mura alte per proteggersi e proteggerlo. Stella è slittata sul ghiaccio dell’amore, la fatica di celare il sentimento una camicia di rabbia sulle spalle. Ossessivo il pensiero del domani: quale uomo potrà starle accanto dalla mattina alla sera e soprattutto tra le lenzuola? Paolo è affascinante, viene dall’altro estremo dell’esistenza. Non si sarebbero mai dovuti incontrare. Invece l’ha cercato, atteso,desiderato, come una ragazza sana, forzando l’argine dell’anima. Adesso sente l’attrazione di lui e teme di coinvolgerlo in un viaggio di dolore.
    Nel corso di un incontro decide di mostrargli la sua casa, di mettere in vetrina i limiti del suo quotidiano. Paolo visita l’ampio monolocale dalle lunghe vetrate senza lasciarsi scalfire dai mobili, dalle maniglie a misura di una sedia a rotelle. E’ incantato dall’atmosfera di calore, di allegria.

    L’arredamento rispecchia l’anima di Stella, la bellezza di cui assorbe la luce. Lei allestisce giardini per il commiato, frantuma i sogni elencando le tristi realtà di una vita senza gambe. Lui con infinita dolcezza lascia colare le onde delle sue provocazioni nel fiume di una nuova melodia. E’ innamorato di Stella. Una sedia non rappresenta il cimitero dei sentimenti. Ama la poesia del suo dire, del muoversi, del provare per altruismo a disincantare.
    Non sarà facile, ma sono forse facili le comuni storie d’amore? Donne di splendido, sanissimo aspetto portano spesso nei cuori fardelli di livori, d’egoismo, di meschinità. Stare insieme prevede sempre e comunque un codice d’intesa per sfidare le insidie del tempo, gli insulti della vita.
    Stella sente cadere le proprie parole nel cerchio magico degli sguardi. La sta trattenendo. L’uomo dagli occhi d’ambra vuole sederle accanto sulla riva del fiume nuovo, incrociare le dita alle sue e, tra i furti dell’esistenza, inventare tante piccole vite, da assaporare un giorno alla volta.
    * * *
    La loro unione dura da tre anni. Si perdono ancora nella luna calda del desiderio e, senza darla vinta alle barriere, levano il canto alla primavera del tempo. Unico tralcio di due sarmenti si nutrono, vivificano, insieme salgono verso il cielo.
    In un mondo teso a pensare in bianco e nero hanno spiccato il volo e Stella sogna la piccola vita di domani. Forse il grembo diverrà terra d’amore…forse. La lunga ferita si è rimarginata, desiderare non più peccato, diritto di donna dolce, fresca come acqua di fonte, irresistibile nel sorridere piegando il capo, libera dalle catene crudeli della “normalità”.

    • Maria, i miei complimenti per questo lungo racconto ricco
      di poesia e anche per il linguaggio dalle immagini moderne e
      originali. Un “miracolo di Natale”, chissà? In fondo è vero che
      proprio nelle “piccole vite”, lontano dai clichè e dai giudizi,
      qualcuno può trovare il segreto della felicità. Auguri di cuore per
      le prossime feste, Andrea

      • Caro Andrea,
        sei sempre presente e molto caro.
        Forse un miracolo di Natale, dici… forse un esempio di come potrebbe essere la nostra esistenza se si andasse al di là delle apparenze e si cogliesse il senso intimo, ancestrale dell’Amore.
        Grazie e buone feste.

    • Mia cara Maria, in un mondo teso a pensare in bianco e
      nero, ci doni una speranza con il tuo bel racconto, in questo
      Natale insieme: quella del coraggio di soffrire, e di amare, di
      tante piccole vite che si perdono ancora nella luna calda del
      desiderio e, senza darla vinta alle barriere, levano il canto alla
      primavera del tempo, e spiccano il volo, sognando la piccola vita
      di domani. La tua donna sirena è metafora delle rese dei conti, dei
      segreti insabbiati di tutti noi, del tentativo di decifrare quel
      mondo interiore che la consuetudine di una quotidianità sempre più
      “liquida” insegna a nascondere persino a noi stessi, perché la
      verità spaventa, perché ci mette a confronto con il nostro doppio
      che solo l’amore sa ricongiungere, consolare, liberare dalle catene
      crudeli della “normalità”. Grazie per l’emozione. Ti stringo forte
      al cuore Daniela

      • Daniela mia,
        sei lettrice d’anima e vai molto al di là del testo e del suo significato.
        Hai colto tutte le sfaccettature della mia donna sirena, della sua paura, del suo ‘allestire radure per il commiato’…
        La tua profondità è pari all’intensità del tuo sentire e disarma.
        Non trovo, forse non conosco le parole adatte a ringraziarti.
        Sei saltata nella novella e nella mia vita.
        Ti stringo al cuore.
        Serene feste.

    • Cara Maria, complimenti. E’ una commovente ed intensa storia d’amore che riesce a fare a meno di descrizioni di amore terreno. Mi fa pensare ad un film (di cui ora non ricordo il titolo) in cui lei perde ogni giorno la memoria, e lui la deve riconquistare ogni giorno… L’ho sempre interpretato come una metafora dell’amore che ogni giorno rinasce e si rinnova, e vedo che questo avviene ed avverrà tra Paolo e Stella, nelle loro piccole vite di ogni giorno.
      Un abbraccio.
      Timur

      • Timur, amico caro,
        la similitudine con la storia del film è bellissima.
        Stella e Paolo dovranno riconquistarsi ogni giorno… ma non devono farlo anche tutte le coppie ‘normali’?
        Le barriere prescindono dai problemi fisici, sono muri alti, spesso invisibili, che dividono gli esseri umani e creano voragini d’infelicità.
        Una vita ogni giorno è il segreto per restare uniti.
        Grazie. Un forte abbraccio

    • Cara Maria, scomodo e destabilizzante il tuo racconto come
      soltanto l’amore certe volte sa essere. Allora vorremmo
      dignitosamente defilarci, sgusciar via senza far rumore e
      sbarazzarci del torbido del cuore senza sapere che è proprio dalla
      melma degli acquitrini che nasce il fiore incontaminato del loto.
      Grazie per aver saputo trattare con garbo e gentilezza di un amore
      che non può fare a meno delle ali per poter esistere. Buon Natale e
      Buon Anno. Antonio

      • Grazie, Antonio,
        il tuo commento è di una profondità superba!
        Una donna-sirena supplisce all’assenza delle gambe senz’altro con le ali e Paolo…
        Paolo, grazie a Stella, ha scoperto di possedere ali degne della sua compagna e di un amore
        dal quale voleva defilarsi.
        Ti auguro tutto il bene possibile e ti abbraccio.

      • Aretino… ti ritrovo.
        No, la mia novella non vuole essere un monito. Non oserei mai salire su un pulpito.
        E’ una novella d’amore. L’amore non dovrebbe mai essere ‘perchè’, ma ‘sebbene’…
        Grazie del sintetico, grande contributo e buon anno.

    • cara Maria,
      ho letto con crescente emozione il tuo racconto che, in quest’ultimo giorno dell’anno, giorno di bilanci e di attese, mi offre una conferma all’idea che il mondo abbia sempre più bisogno d’Amore e di abbattere le mura dell’egoismo, della fruizione facile e ad oltranza, immeritata, della presunta indifferenza verso il nobile sentire.
      Paolo e Stella, viticci di piante forti in terra difficile, lo capiamo già dall’etimologia dei loro nomi: Paolo é piccolo, impotente, nonostante la sua giovane spavalderia, di fronte all’intensificarsi della luce di una Stella che si profila nel cielo. La segue, s’illude di essere il più forte, di essere abbastanza attraente per conquistarla facilmente e poi si scontra con una realtà dapprima incomprensibile e amara e poi tale da farlo maturare nel dolore, alla comprensione, alla purezza dei sentimenti solidi, di quelli che pongono un tassello alla rete degli umani affetti e dell’Amore che governa il Creato e trionfa sul Male, Menomazione, Diversità e Solitudine.
      Congratulazioni per il racconto e felice 2011
      Lucia Sallustio

      • Mia cara Lucia,
        ti ringrazio di cuore per l’analisi profonda della novella.
        Spero che anche le parole che profumano di fiaba possano rendere in pieno l’idea di quanto sappiamo essere poveri di sentimenti e soprattutto di apertura mentale.
        La vita presenta molti ostacoli, la sedia a rotelle di Stella è un esempio.
        Tu sei l’esempio della volontà di spalancare i cancelli dell’anima.
        Iniziare l’anno con un simile commento è dono puro.
        Ti ringrazio , ti abbraccio e ti auguro ogni bene.

    • Storia intrisa di vita calda, forte, commovente, oserei dire lacerante…
      Grazie, Maria, mi chiamo Paolo, come il protagonista, ma spero di non essere ‘piccolo’ … è questo il significato latino del nome, no?…., come lui!
      La storia sarà un importante insegnamento. Te lo devo tutto.
      Grazie e permettimi di abbracciarti.

      • Mio caro Amico,
        ho scelto il nome Paolo senza pensare neanche per un istante al suo significato latino- oltretutto mio figlio si chiama così-, e, d’altronde, il protagonista della novella mostra di affrancarsi dai suoi giovani sogni e dalla superficialità superando barriere che altri potrebbero ritenere insormontabili.
        Stella funge da guida, proprio come un astro nel firmamento… eppure anche il suo nome è scivolato fuori dalla penna.
        A volte l’inconscio è l’autore delle nostre scelte e lo scrivere funge da autentico insegnamento per noi autori.
        Tu mi hai gratificato indegnamente. Grazie!

  26. PRESEPE DELLA FELICITA’

    Sapienti mani di artigiani,
    cartapesta, rami e ramoscelli;
    qualche tronco concavo,
    minute statuine di gesso,
    un po’ di muschio qua e là
    ed ecco, nella semplicità
    nasce il presepe della felicità.
    Nasce l’incanto del Natale,
    la gioia di star insieme
    avvolti dal tepore di un camino;
    la voglia di donare e di donarsi,
    di cantare note festanti.

    Casette di sughero innevate,
    fiocchi di lana sparsi sul terriccio.
    Soffuse si odono le note di “Bianco Natale”.
    Il fluire del ruscello,
    le donnette che vi attingono l’acqua,
    gli animali da cortile s’abbeverano.
    Il falegname, il carpentiere,
    il fabbro e il panettiere,
    nelle loro botteghe o lungo le strade.
    Tanti i fanciulli giocherelloni
    e i forestieri, venuti da lontano.
    Volteggiano soavi le note di “Venite Fedeli”.

    Lo sguardo poggia
    sul suggestivo paesaggio.
    “Che meraviglia! Betlemme!”
    La cometa inebria,
    della sua luce, i Re Magi;
    allieta l’atmosfera di quella storica notte.
    Echeggiano leggere le note di “Astro del Ciel”.
    “E’ nato l’Emmanuel,
    il nostro Salvatore.
    Gloria a Lui”.
    Esclamano i cori angelici.

    I pastori di coccio con il loro gregge,
    accorrono verso la stalla di Greggio.
    “Che pace, che tranquillità!”.
    Ecco l’umile ed autentico esempio,
    della Sacra Famiglia.
    “Che armonia, che serenità!”.

    Lì, in una modesta mangiatoia,
    s’un groviglio di fieno,
    avvolto in candide fasce,
    giace la fonte della nostra gioia
    e dell’amore che sempre
    regnerà sulla Terra.

    LUIGI PALMA
    Santo Natale 2010

    • Caro Luigi,
      i tuoi versi mi hanno riportato a San Biagio, la zona dei vicoli di Napoli dove ogni anno si svolge una splendida mostra di presepi e, ancor di più, al capolavoro di Eduardo “Natale in casa Cupiello”, nel quale il protagonista si dedica con fervore al suo presepe, isolandosi dalle miserie che lo circondano.
      Tu racconti la poesia del vero Natale…

  27. Donna

    Costola di Adamo
    metà di un cielo ermetico
    sei tu
    essere carnale
    misterioso
    proteso alla divina nudità
    che sola ti appartiene
    su questi sassi
    immersi fra le onde

  28. Voglio che tu sia felice

    Voglio che tu sia felice
    con un sorriso vero
    illuminarti
    dell’armonia del cuore

    E con le dita afferrare
    la gioia dal ventre della terra
    per te che sollevi il sole
    con un gesto una carezza

    Voglio che tu sia felice
    quando le ombre
    si dilatano e l’orizzonte
    diviene un enorme scuro

    E all’alba quando l’oceano
    viene avanti in silenzio
    offrendoti il suo schiumoso
    profondo respiro

    Voglio che tu sia felice
    tra tanta gente che passa
    come vento e la città illuminata
    da un mistero indefinibile

    Ed esser per te
    la parola che manca
    la gemma sul tuo petto
    caldo e delicato

    Voglio che tu sia felice
    se pur non ti conosco
    perchè Amore è grande
    e lo è per te che nasci

    Per te che soffri
    per te che piangi
    e torni ad essere nella pioggia
    profumo dolce di legno umido

    Voglio che tu sia felice
    una voce diceva sulla
    strada brilla di ghiaccio
    la luna sempre più alta

    Tra poco sarò a casa penso
    cammino adagio nevica
    un fiocco si posa sulle ciglia
    un clochard mi sorride…

  29. LA MAGIA DEL NATALE

    A Febbraio ho colto una viola
    A maggio una rosa
    A giugno l’erba di un prato
    A luglio due girasoli
    in agosto una bottiglia di acqua marina,
    dieci granelli di sabbia, una conchiglia..

    A settembre due spighe di grano
    A ottobre un pallido raggio di sole,
    un filo rubato alla scia della stella cometa
    un brandello di nuvole, uno spicchio di luna
    Un cestino di stelle…

    Ho sigillato tutto in una scatola di latta
    l’ ho avvolta nella nebbia di novembre,
    per legarla, ho intrecciato rami di ginestra
    adornati con perle di rugiada.

    A Dicembre, Il giorno di Natale,
    aprirò la scatola…
    guarderò la magia della mia favola
    e con gli occhi della fantasia..
    vedrò cadere sui rami del mio abete
    addobbati con gingilli e luci colorate
    fiocchi di neve argentati.

    Maria Luisa Seghi

      • Grazie Daniela grazie per essermi vicina quando aprirò la
        scatola…metteremo i fiori dentro la bottiglia e li doneremo alle
        sirene del mare, nella conchiglia metteremo le spighe di grano,
        guarderemo il mondo sedute sullo spicchio di luna e dall’alto
        getteremo le stelle che illuminaranno i cuori del genere umano.
        Cari Auguri di Buon Anno Maria Luisa

      • Poeticissima Maria Luisa,
        nella scatola dei sogni ho trovato emozioni intense, innocenti come l’infanzia,
        mature come la poesia.
        Il tuo albero s’adorna delle emozioni srotolate nel corso dell’anno… è il riassunto della
        tua vita e il dono più luminoso per le coscienze assopite.
        Sei luce pura.

      • Grazie Maria Si…io tengo sempre sotto il cuscino la
        scatola dei sogni, e dentro ci sono gli spazi della mia vita, c’è
        anche un angolino tutto rosa che guardo tutti i giorni, in
        quell’angolino tengo la SPERANZA che deve sempre vivere nei nostri
        cuori come ancora della nostra salvezza. Grazie per ” luce pura” io
        sono solo una piccola fiammella… Maria Luisa

      • Grazie Sig. Nicla E’ sempre un piacere scrivere in questo
        spazio ed è un onore per me ricevere i Suoi complimenti. Un caro
        saluto e BUON ANNO Maria Luisa

  30. Facendo l’amore
    Assaporo la tua carne,
    gustando ogni piccolo angolo nascosto.
    La tua pelle come vino rosso
    da sapore al palato.
    Nettare di te dipinge sopra il mio quadro.
    Chicchi di oro esplorano il mio fiume.
    Senso di completezza.
    Bolla di sapone, perfetta ma fragile
    rimane in aria galleggiando
    lasciando solo un delicato profumo

  31. Prima di camminare fra le parole di questo bellissimo spazio desidero porgere, in occasione delle Prossime Feste gli Auguri di un Buon Natale Buon Anno ed un sereno 2011, alla Sig. ra Nicla, al Sig. Robert , a tutta la Redazione e a tutti gli Autori presenti.

    Maria Luisa Seghi

  32. LA MIA ROSA SPINA –

    Un cespuglio di rose bianche mi aspettava ogni domenica mattina all’ingresso della casa dei nonni.
    Era un groviglio di rami, foglie, petali e spine. Lo guardavo ammirata perché, anche se fiore selvaggio cresciuto ai bordi di una strada di campagna, aveva una straordinaria forza che solo gli esseri indipendenti posseggono.
    Immaginavo la sua lotta con il vento, il sole, la pioggia, ma la sua resistenza era pari alla sua voglia di vivere.
    Un giorno, in punta di piedi, allungai la mia mano di bambina per cogliere una rosa da portare con me, una spina mi punse, una goccia di sangue sgorgò dal mio dito che ritrassi subito più per paura che per il lieve dolore. Forse il mio fiore non voleva perdere la sua libertà, forse non voleva lasciare gli altri compagni, forse la bellezza della natura va ammirata e conservata nella sua integrità. Da quel giorno il mio cespuglio divenne un amico da rispettare, in effetti, stava lì, piantato nella terra da prima che io nascessi, orgoglioso baluardo di una dimora semplice, immersa nel verde, vegliata dai ritmi naturali delle stagioni.
    Da solo, ma con tenacia, resisteva alle folate gelide dell’inverno e si lasciava accarezzare dalle tiepide brezze estive.
    Ascoltava le tempeste di dolore nei cuori della gente che passava, ascoltava i timidi sussurri degli innamorati al loro primo bacio, ascoltava i silenzi tristi delle mamme in attesa del ritorno del proprio figlio partito chissà per dove, ascoltava i rimpianti delle mogli insoddisfatte del loro ruolo di angelo del focolare, ascoltava l’incapacità degli uomini di comunicare tra loro idee, pensieri, sogni, ascoltava i respiri affannosi degli anziani lasciati soli al tramonto del loro percorso.
    Quella rosa, d’integro candore, era un miscuglio di fragilità e fierezza, severità e mitezza, generosità e crudeltà, saggezza e ribellione. Quella rosa con le sue spine proteggeva la sua dignità di essere al mondo.

    • Mi è piaciuto molto questo racconto e leggere di questa rosa d’integro candore, miscuglio di fragilità e fierezza, severità e mitezza, saggezza e ribellione.

      Complimenti cara Renata e Auguri di Buone Feste.

      Nicla Morletti

      • La ringrazio sig.ra Morletti per avermi dato la possibilità di poter inviare questo mio scritto. Inoltre sono felice e onorata dei suoi complimenti. Grazie.
        Renata Maria Lucarelli

    • Quella rosa, Renata Maria, ora è nella tua serra di Piccola
      Grande Principessa. Continua a vegliare sui tuoi giorni, sulle
      emozioni, sugli amori. Ed è struggente testimonianza del passato.
      Non dimenticare mai di innaffiarla… Grazie e buone
      feste.

      • Grazie signora Maria Rizzi per le sue parole. Seguirò il suo consiglio: non mancherà mai “l’acqua ” alla mia rosa.
        Renata Maria Lucarelli

  33. LA BUCA DEL VENTO –

    Mentre Chiara e Paolo si affrettavano sugli ultimi compiti
    delle vacanze, la fine dell’estate si esprimeva nella dolce
    malinconia di un settembre ancora abbastanza caldo, ma che
    attendeva, sempre prima, rossi tramonti a ovest là sul fondo della
    valletta.
    Ricominciò la scuola, cambiando drasticamente il ritmo delle
    loro giornate; dopo poco, come sempre, pareva che l’estate fosse
    un ricordo lontano o addirittura non ci fosse mai stata.
    Ma ogni stagione portava un abito di bellezza.
    La raccolta delle castagne avveniva nei boschi dietro casa,
    inebriando la vista di gialli e di rossi a terra in tappeti fruscianti,
    e sui rami a nascondere brani di cielo grigio azzurro.
    Le noci da ricercare frugando nel terreno bagnato, la sottile
    pelle del melograno screziata di rosso fino a spaccarsi.
    E mentre il vento, che soffiava da nord-est, qua e là sospingeva
    ancora foglie e foglie, giornate di un sole pallido si alternavano
    a quelle di una pioggia continua, che batteva i campi con accanimento.
    I cavalli non vi trovarono più erba, e mangiavano un fieno
    odoroso e verde che riportava alla memoria l’estate.
    Si cominciò a vedere la brina sui campi, al mattino, e la nebbia
    verso la statale. Gli alberi non avevano più foglie e faceva sempre più freddo.
    Come tutti gli anni, le vacanze di Natale arrivarono quasi
    all’improvviso.
    Chiara, come sempre… più d’ogni cosa… desiderava che nevicasse!
    Nel pomeriggio della vigilia si era cominciato a sentire
    quell’odore che, a fiutarlo con il naso all’aria, ti fa dire che nevicherà…
    e il cielo si era fatto bianco bianco.
    Verso le nove di sera, s’iniziarono a vedere dei fiocchi che, da
    piccoli piccoli, erano diventate belle falde larghe che cadevano
    e cadevano.
    Chiara stava con il naso incollato al vetro da un bel po’ .
    Tutto diventava bianco e strano.
    Nel silenzio della neve che volteggiava nell’aria, apparivano
    e sparivano gli abeti con i loro rami incurvati e forti, l’altalena
    abbandonata più in là, il ciliegio addormentato dall’inverno; oltre
    a quel breve spazio davanti alla casa, più niente sembrava
    esistere, come se la neve creasse una parentesi sospesa nella vita
    di tutti i giorni.
    Ecco perché era così magica, pensò.
    E continuava a cadere.
    «Questa attacca» si diceva nel paesino, tra la gente che si salutava
    e si scambiava gli auguri, entrando in chiesa per la messa
    di mezzanotte.
    Le strade e il piazzale davanti alla chiesa erano già bianchi.
    Era proprio una bella notte di Natale… con i bambini in prima
    fila che cantavano e pensavano ai regali sotto l’albero, la neve
    fuori che cadeva e ricopriva tutto di un bianco pannoso.
    C’era qualche momento veramente bello nella vita? In cui tutto
    fosse come doveva, al posto giusto e tutto quanto? Se esisteva
    qualche momento così, quella sera di Natale era uno di quelli.

  34. BUON COMPLEANNO, GESÙ

    Quest’anno mi piacerebbe trascorrere il Natale e il Capodanno in campagna. In fondo, tutti, anche noi “gente di città” abbiamo vissuto la prima età in campagna, riscaldandoci le membra e il cuore con la fiamma e la brace del camino.
    Abbiamo, tutti, una campagna mitica, ancestrale, nel nostro patrimonio genetico.
    Quando annusiamo l’aroma delle castagne arrostite, a un angolo di due vie cittadine, ci sfiora il ricordo di altri odori: quello delle patate sotto il “coppo” o delle rape “strascinate”, delle salsicce e del pane appena sfornato.
    Chissà cosa ci riserva l’anno nuovo in questo mondo tanto prodigo di sorprese non sempre a lieto fine?
    Meno guerre, meno carestie, meno malattie? Speriamo! In fondo, l’animo più profondo del Natale è proprio la speranza, il rinnovarsi, il rafforzarsi della speranza.
    Noi osiamo sperare, Gesù mio! Io, i miei cari…E lo vorremmo fare, quest’anno, raccogliendoci nel silenzio e nell’intimità struggente di un posto di campagna, con, intorno, un’aia con le galline, una cantina dove mettere, su una tavola, piccole mele verdi a maturare, un ovile che ci ricordi di essere umili, più umili, come tu ci hai insegnato nascendo, appunto, in una stalla.
    Vorrei assaggiare lenticchie e zampone, ma sarei più contenta sapendo che tutti quelli che soffrono la fame avranno almeno un fetta di pane e olio, questo Natale.
    Penso, allora, alle tante iniziative di solidarietà che fioriscono, sempre più numerose, dalla terra fertile della generosità e dell’altruismo.
    Devo assolutamente portare qualche pacco di pasta e scatolette di tonno alla mensa dei poveri!
    Devo frugare nel guardaroba e tirare fuori maglioni e coperte, scarpe e altri indumenti che non uso da anni! E donarli!
    “Io ho quel che ho donato” ci ha insegnato il Vate.
    Ho tanti pensieri ammassati nella mente, ma, fra i molti che si confondono, prevale un empito di fratellanza, un ardore di fare del bene.
    E prevale anche un’attesa di festeggiare il Natale di Nostro Signore con una cucina a base di “scrippelle ‘mbusse” piuttosto che di caviale, di “caggionetti” e di neole piuttosto che di tartufoni farciti, di “cerasella” piuttosto che di amari alla moda.
    Voglio cantare “tu scendi dalle stelle” con l’accompagnamento di una zampogna, voglio giocare a tombola segnando i punti con i fagioli e, poi, andare alla messa di mezzanotte nella chiesetta del paese, nella casa del Padre per dire da vicino a Gesù “buon compleanno” anche quest’anno.
    Nell’anno del Signore 2010 si riaccende la fiammella della speranza, della spiritualità.
    “Lo spirito dell’uomo è capace di tutto, perché contiene tutto il passato e tutto il futuro” “…lo spirito muove la materia…”
    E noi saremo capaci, almeno a Natale, di essere più vicini a Dio? Forse passare un Natale in campagna, anche solo idealmente, ci aiuterà, ci farà sentire più grandi nell’animo, più disponibili e, in definitiva, meno ansiosi, meno sperduti di fronte all’incertezza e alla precarietà del domani.

    Daniela Quieti

    Da: Thema L’informazione – Costume e società – del 21-12-‘10

    • Sunt nobis mitia poma, castaneae molles et pressi copia lactis… il tuo racconto mi ha subito ricordato la I Bucolica di Virgilio, nel suo amore per la semplicità e per la campagna, che si unisce in questo scritto all’amore per Gesù.

      i miei Auguri per le prossime Festività. Andrea.

      • “Et iam summa procul villarum culmina fumant/ maioresque cadunt altis de montibus umbrae” (Virgilio, 1a egloga). Ma, anche se, mentre “già fumano da lontano i tetti delle cascine, più lunghe cadono dagli alti monti le ombre”, “a noi sono dolci i frutti, le castagne tenere e l’abbondanza di latte”, come tu hai citato, caro Andrea, perché “mens agitat molem”, lo spirito muove la materia (ancora Virgilio, Eneide VI).
        Grazie infinite per il tuo bel commento, con i rinnovati auguri di un Santo Natale.

        Daniela

    • Daniela,
      stanotte, mentre respiro un Natale di città, mi sposto, grazie alle tue parole in un luogo lontano, incontaminato… un luogo che è esistito e che si chiama ‘infanzia’.
      Grazie a te, riascolto gli zampognari, gioco a tombola, attendo la Messa di mezzanotte.
      La tua grande allegoria di un ritorno alle origini, al senso intimo, sacro, altruistico di questa festa dà senso e scopo ai giorni che ci fagocitano e che ci invitano a investire in modo dissennato nei beni materiali.
      Il tuo testo può sembrare fabula, in realtà è profondo , straordinario monito per le coscenze addormentate.
      Nessun pranzo e nessun dono scaldano l’anima e avvicinano a Gesù.
      Tu mi hai permesso di tornare nel giardino dell’infanzia tenendoti per mano.
      Mi incanti…

      • Mia cara Maria,
        come ringraziarti delle tue struggenti parole? Dio fece la campagna, l’uomo fece la città. Ma il primo giardino è rimasto nel cuore.
        Ti stringo ancora più forte

        Daniela

    • Cara Daniela, molto bella questa visione di un mondo d’amore antico. Io parto fra qualche giorno per la campagna e ti comprendo bene. La nostra realizzazione avviene quando abbiamo quel che abbiamo donato, come giustamente ci ha insegnato il Divino Poeta, “Orbo veggente” e Medaglia d’Oro.
      Cordialmente, Timur

      • Caro Timur,
        ti ringrazio molto per le belle parole. In effetti, ho voluto soltanto tessere un elogio della semplicità, nello spirito natalizio, memore anche dell’ammonimento di Oscar Wilde: “Adoro i piaceri semplici. Sono l’ultimo rifugio della complessità.”
        Ti rinnovo gli auguri di un felice Anno Nuovo

        Daniela

  35. Cara Nicla,
    oggi ho ricevuto il libro “I giorni della rosa”: bello ed elegante, come l’Autrice, si preannuncia suggestivo già dal titolo e dalla veste tipografica. Lo leggerò con molto piacere.
    Un affettuoso saluto, con i rinnovati auguri di Buone Feste

    Daniela Quieti

  36. Approfitto di questa occasione per fare ad ognuno di voi gli Auguri di Buone Feste!

    CHE FINE HANNO FATTO LE PECORELLE?

    La mattina di Natale, all’alba quando ancora tutti dormivano, nel presepe di casa Rossi si scatenò un putiferio. Baldassarre si metteva e si toglieva continuamente il turbante tutto agitato, parlando con la pastorella venuta dalle colline seguendo la cometa, un angelo di terracotta non aveva idea di che pesci pigliare e chiamava Dio a gran voce, mentre Melchiorre passava i minuti a girare come un matto da ogni statuina interrogandola fino allo stremo.
    Ma non c’era nulla da fare. Maria e Giuseppe cercavano di tappare le orecchie a Gesù bambino mentre un Gaspare infuriato diceva cose che non si dovrebbero mai dire, men che meno in un presepe la mattina di Natale!
    «Insomma, un po’ di contegno!» gridò ad un certo punto un pastore con una lunga barba nera, che era senza un orecchio per via di un incontro ravvicinato con la piccola di casa di due anni.
    «Non siete alla fiera, insomma! E’ mai possibile che vi comportiate come statuine qualunque?»
    Al che il mugnaio uscì dal suo mulino made in China, ancora tutto infarinato e rosso in faccia.
    «Forse tu, caro mio, non capisci minimamente la gravità della situazione. Che dignità può avere un presepe senza pecore?» Al che un borbottio quasi unanime si propagò per i muschi e i sassolini bianchi.
    D’un tratto sbucò dalla mangiatoia il bue assonnato, che la sapeva sempre lunga sui pettegolezzi di casa, e sussurrò con fare da cospiratore:
    «In verità si dice, e questo me l’ha detto Sbrodolina nella cesta dei giochi, che gliel’ha detto Pikachu, che ha parlato ieri sera coi Teletubbies sulla mensola, che le pecore sono state rapite!!»
    Ogni statuina ricevette la notizia come se gli avessero detto che era ora di cambiare presepe. La madonna si mise a piangere disperata, e fece ciò che le riusciva meglio, pregare. L’asino salì in cima ad una montagna di cartapesta e iniziò a ragliare: «Rapite! Rapite!» e l’acqua della fontanella per un paio di secondi si fermò, mettendosi in ascolto.
    Insomma, si stava scatenando un vero inferno. Chi è che aveva rapito le pecorelle dal presepe? Ogni statuina, senza volerlo ammettere, si sentiva fortemente minacciata. Mai nessuno aveva attentato alla loro vita! E ora una figura misteriosa le faceva sparire! Forse ci sarebbe stato pure un prossimo rapimento?
    All’improvviso l’asinello trovò un biglietto tra la paglia, proprio dove prima c’era una bellissima pecorella con la lana di nylon. L’asino lesse il biglietto e scoppiò a ridere, poi lo passò a Gaspare che imprecò, che lo passò a Melchiorre che lo lesse a voce alta, cercando di trattenersi e diventando così di un viola paonazzo.

    «Qui è il sindacato PP, Pecorelle del Presepe. Dati gli ultimi rilevamenti fatti sulla condizione delle stesse, abbiamo indetto uno sciopero generale il giorno di Natale o 25 dicembre, seguito da una manifestazione in piazza. Lo scopo dello sciopero generale è di protestare contro il blocco dello scatto di anzianità riguardo allo stipendio delle suddette. Firmato: Heidi.»

    • Carissimo Drazan,

      Auguri vivissimi anche a te che ci scrivi da una terra lontana. Ma per la parola scritta e la poesia non esiste lontananza, non esistono catene. Esse spaziano tra la terra e il cielo. Tra un continente e l’altro. L’ unico mezzo di espressione in cui permane la libertà.

      Ancora auguri

      Nicla Morletti

  37. E le stelle stanno a guardare –

    Eravamo nei primi anni ’30.
    Vivevamo in una campagna vicino a Livorno, piena di boschi di macchia mediterranea. Questa macchia è costituita da piante di alto fusto, come pino marittimo, cerro, quercia, leccio e da arbusti: erica, corbezzolo, mortella, ginepro.
    La bellezza di questo tipo di vegetazione, si avverte in particolare in autunno, per il colore delle bacche e dei frutti selvatici maturi.
    Non manca neppure la fauna selvatica come lepri, conigli, fagiani, merli. I merli, a primavera, nella stagione dell’amore, cantano dei motivi molto romantici diretti alla femmina per sollecitarne l’incontro.
    L’abitazione era in collina, raggiungibile attraverso una stradina in salita, collegata alla strada principale che arriva a Livorno.
    Da qui, osservando il panorama si vedono la costa tirrenica e, qualche volta, anche quella adriatica.
    A volte, quando soffia il vento del maestrale, che proviene dal mare, la dolcezza dell’ambiente ci rende romantici e ci fa sognare lidi di primavera e storie d’amore su una piccola isola sconosciuta.
    Da quanto sopra esposto vien da pensare a questo ambiente come ad un paradiso terrestre. Ma non era affatto un paradiso. Vi erano i vari lavori agricoli, molto pesanti, la cura del bestiame e noi ragazzi si doveva frequentare la scuola.
    Ogni anno, il 10 agosto, quando a San Lorenzo cadono le stelle, noi ragazzi passavamo la notte fuori e ci facevamo compagnia. Eravamo un gruppo di ragazzi e ragazze.
    Osservavamo il cielo seduti sull’aia, con lo sguardo rivolto dalla parte del mare.
    Qualche volta ci recavamo, in bicicletta, fino alla spiaggia del Calambrone.
    Scrutavamo il cielo per vedere le stelle, ma il più delle volte questo era un pretesto. L’importante era lo stare vicino, perché in quella notte magica nasceva anche l’amore.
    Parlando in prima persona, era nato un amore grande e spontaneo, illuminato dal romanticismo che ci circondava.
    Stavamo vicini e ci legava l’affetto. Guardavo i suoi occhi innamorati e li consideravo le stelle più brillanti di quella notte.

    • Dolcissimo Sergio…. Grazie. I tuoi ricordi hanno acceso in me una grande grandissima emozione. Mia nonna che mi guardava mentre mi addormentavo nel suo letto. Grazie davvero. Gaia

    • Caro Sergio, occorre essere innamorati della vita per
      riuscire a scrivere tali pensieri e occorre avere la bellezza nel
      cuore per poter entrare nel cuore degli altri come tu sai fare.
      Grazie e tanti cari auguri. Antonio

    • Nel tuo racconto, Sergio, si respira lirismo.
      La notte di San Lorenzo consente di affrancarsi dalle fatiche dei giorni, di divenire liberi, innamorati, vicini a un cielo basso e fitto di stelle amiche e complici.
      Per noi cittadini disabituati a queste magie la tua storia è piccolo miracolo.
      Grazie. E buone feste.

  38. Un storia da non raccontare. Sono tornato a casa dopo un bel pomeriggio dedicato alla fantasia e ai sogni. Un caro amico e sua moglie hanno letto le mie fiabe ai bimbi di Brugherio e, grazie alla loro splendida interpretazione, la sala ha vissuto per un momento l’atmosfera della vera grande magia del Natale. Sono stanco, ma felice, anche se nel primo pomeriggio ho vissuto il mio bel momento di panico temendo di non arrivare per tempo all’appuntamento di Brugherio. Mi ero impantanato nel traffico caotico all’ingresso di un supermercato preso d’assalto per i regali delle feste e, come per miracolo, avevo scorto tra la marea di auto in coda un caro amico che mi aveva indicato una scorciatoia che tagliava in mezzo ai campi. Finita la lettura, le strette di mano, i ringraziamenti, gli auguri, i saluti e baci, sono tornato a casa. Dopo cena ho aperto la posta elettronica e ho trovato una mail del nuovo blog di Nicla che mi invitava ad inviare un racconto breve per Natale. Sorrido e mi dico: sto un po’ con i ragazzi e con Elena, poi tiro giù quella storia della vigilia di Natale che è da tanto che voglio raccontare. E’ mezzanotte quando i ragazzi vanno a dormire tra qualche resistenza. Prima di mettermi davanti al pc, guardo fuori dalla finestra, lo faccio spesso d’inverno, quando la neve gela sui rami e la strada diventa una striscia bianca. Dedico un pensiero a chi è stato meno fortunato di me, a chi non ha una casa, una famiglia, e vive sulla strada, allo sbando, senza speranza, poi siedo in soggiorno, al mio solito posto, e comincio a scrivere. Si è fatto tardi, sento la stanchezza della giornata, è vero, ma il sabato è il solo giorno che posso permettermi di fare le ore piccole davanti al pc e non lo posso sciupare. C’è silenzio, resiste un barlume di tepore dei caloriferi, le luci del presepe si accendono e si spengono in perfetta sintonia col mio respiro e capisco che è il momento giusto per iniziare, per raccontare dell’uomo dalla giacca di velluto, di sua moglie e del bimbo col moccolo al naso che aveva in braccio. Scrivo, ogni tanto ho qualche cedimento, mi si chiudono gli occhi, chino il capo, ma con uno sforzo riesco a rialzare la testa. Vado avanti, nonostante le interruzioni, e in qualche modo arrivo alla fine. Mi resta da fare soltanto un ‘copia e incolla’ per trasferire il racconto sul blog, evidenzio tutto, ma crollo, non riesco ad arrivare in fondo. Quando mi sveglio sono le tre di notte. La finestra aperta dal sistema mi chiede se voglio salvare il lavoro e, frastornato, senza pensare, opto per il ‘sì’. Vedo subito che qualcosa non torna. Guardo bene e mi accorgo di aver salvato soltanto il foglio bianco, la storia s’è dileguata, svanita, cancellata dalla mia fronte caduta sulla barra spaziatrice durante il sonno. Potevo riscriverla quella storia, ma non l’ho fatto. Se n’è voluta andare, tornarsene da dove era venuta, insieme a quella coppia col bambinello in braccio, la sera di vigilia, che ho cercato in tutti i modi di rintracciare dopo il mio involontario errore, e che, nonostante gli sforzi, non ho più incontrato. La vita ti porta sempre verso certi strani crocevia e ti mette alla prova. Certe volte ti obbliga a star fermo, quando invece vorresti volare e solo per miracolo riesci a cavartela, altre volte invece ti spinge a passare senza vedere la mano tesa di chi ti chiede aiuto e quando ti accorgi d’aver fatto un errore, scopri che è troppo tardi per tornare indietro e rimediare. Solo allora sai che la tua impazienza e i tuoi sbuffi sono tutto quello che resta negli occhi di chi aveva bisogno e hai ignorato. Allora ti prende la malinconia, per come hai agito, per quello che potevi fare e che non hai fatto e capisci che ti sei bruciato un’altra occasione d’amore e che non puoi far altro ormai che augurare Buon Natale a tutti quelli a cui hai voltato le spalle, a volte senza neppure volerlo, dovunque essi siano.

    • “Quando mi sveglio sono le tre di notte. La finestra aperta dal sistema mi chiede se voglio salvare il lavoro e, frastornato, senza pensare, opto per il ‘sì’. Vedo subito che qualcosa non torna. Guardo bene e mi accorgo di aver salvato soltanto il foglio bianco, la storia s’è dileguata, svanita, cancellata dalla mia fronte caduta sulla barra spaziatrice durante il sonno.”

      Questo è un racconto bellissimo, caro Antonio. L’hai scritta la tua storia, anche se è rimasto un foglio bianco. Hai raccontato di tutti noi che ci ritroviamo ancora, a distanza di anni, in questa comunità. Al riparo della furia del giorno, nella luce di una lampada, in questa dimensione unica e, nel momento della scrittura, così squisitamente individuale. Davanti a un foglio bianco. Per scrivere una storia che come neve, alla luce del giorno, con il primo sole, si dissolve. Hai scritto il tuo racconto Antonio, anzi tutti i racconti possibili. Perché un foglio bianco è lo scrigno di tutti i racconti possibili.

      Grazie di cuore e Buon Natale.

      R.

      • Robert, caro amico, tu conosci bene la fatica del rivelarsi a se stessi attraverso la scrittura ripulendo con cura il foglio bianco e la mente dagli autoinganni e dalle illusioni. Grazie di cuore a te, Buon Natale e Buon Anno. Antonio.

    • Caro Antonio, bello ciò che hai scritto. Così vero, così autentico, con quello stile che ti contraddistigue. E’ rimasto un foglio bianco a testimoniare la tua storia, la mia storia, la storia di molti di noi. Hai scritto un bel racconto dal linguaggio universale perché, come scrive giustamente Robert, un foglio bianco è lo scrigno di tutti i racconti possibili.

      Tanti Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo

      Nicla Morletti

      • Grazie Nicla. Se oggi ho uno stile che mi contraddistingue lo devo anche al Molinello e alla sua grande scuola. Tanti Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo a te e a chi collabora con te pe la realizzazione del Premio e del blog. Antonio

    • Caro Antonio,
      nel tuo foglio bianco si respirano, fra le righe non scritte, immagini e riflessioni, memorie ed emozioni che irrorano l’anima di dolce malinconia, ma anche di speranza, e ci rendono partecipi di sentimenti che affratellano nel magico afflato di un Santo Natale.
      Complimenti vivissimi, con i migliori auguri di Buone Feste

      Daniela

      • Cara Daniela,
        Thich Nhath Hanh dice che in un foglio bianco un poeta vede le nuvole, la terra, il sole, il taglialegna, il cosmo intero, perchè senza tutto questo il foglio di carta non potrebbe esistere. Ecco quello che ho pensato quando ho letto il tuo bel commento. Gli occhi della poesia ti appartengono Anche a te auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Antonio

    • Caro Antonio, tutt’altro che bruciata la tua occasione di amore! Le tue parole, così limpide, in apparenza così semplici, in realtà così vere, sono come la stella polare, indicano la via che ognuno di noi non dovrebbe mai smarrire, la via per Amare. Grazie. Gaia

      • Grazie Gaia che leggi le mie parole e le trovi limpide perchè passano senza corruzione alcuna attraverso la purezza dei tuoi sentimenti. Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Antonio

    • Bravo Antonio: un racconto su di un racconto perduto ma l’occasione non è andata perduta, dal momento che ho avuto il piacere di leggere “Gufocucù” e di ascoltare “La strega e il canarino”.
      Ho rivisto oggi i disegni che i bambini hanno lasciato, fatti subito dopo l’ascolto ed i tuoi racconti sono arrivati a destinazione. Complimenti.
      Luciano

      • Grazie a te Luciano e alle persone che hanno reso possibile questa piccola magia. Senza di voi quelle fiabe sarebbero state soltanto fogli di carta messi in un casetto a prender polvere. Tornerò anch’io a vedere con calma i disegni dei bimbi. Tanti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Antonio.

      • Buon Natale a tutti Voi

        NATALE A CARACAS

        Calda è la sera.
        Lento un alito d’ aria
        carezza un tramonto
        corrusco e violento.
        Brillano tremule luci,
        come incerte candele.

        Ardono lingue di fuoco
        d’ arancio danzante nel vento
        sul fianco del monte fumante
        della favèla dipinta
        con vivi colori di sangue.
        Alta, l’aria tremante
        stende una torrida coltre;
        ondeggia la sagoma scura
        di Corazòn de Jesùs.

        Verso l’oriente, la notte
        è quasi trascorsa: è Natale.
        Voglia di neve, di bianco,
        respiro di casa lontana.

        Luciano

      • Caro Luciano, una volta ho letto su un libro che due cose
        contano: le ali e le radici ed entrambe ti appartengono. I tuoi
        versi lo testimoniano. Tanti cari auguri. Antonio.

    • Antonio, in fondo l’immagine neorealista che ci hai regalato, il capo che cadendo sulla tastiera cancella la favola, il senso di colpa per le richieste non corrisposte, il timore del ritardo a causa del trafficoe la stanchezza che ti aggredisce il sabato sera, sono di per sè un quadro ricco di umanità e che colpisce il lettore, così come le fiabe affascinano i bambini.

      • Grazie Andrea, regalare immagini e affascinare sono due cose che uno scrittore deve sempre mettere in valigia prima di partire per un nuovo viaggio. Questo tu lo sai fare bene perchè la scrittura ti appartiene, Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Antonio.

    • Buon Natale, ANTONIO!

      Per il Nuovo Anno tante pagine bianche aspettano, trepidanti con gioia, i Tuoi racconti, tra cui quello dell'”uomo dalla giacca di velluto, di sua moglie del bimbo col moccolo al naso che aveva in braccio”.

      Buon Anno, ANTONIO!

      beppe

      • Grazie Beppe spero di poter condividere con te ancora tanti
        pensieri, tante impressioni e le splendide fotografie delle tue
        montagne bianche e immacolate come i miei fogli di carta. Tanti
        cari auguri. Antonio

  39. Voglio condurti
    alla buca delle Fate
    tra rocce rosse
    da canyon
    profumo di lentisco
    giallo di ginestre
    abbarbicate come a chiedere aiuto
    e giù in basso
    rocce aguzze
    come le punte del mio dolore
    carezzate da schiuma di mare
    Voglio sederti accanto
    su di un patchwork
    di rami secchi
    e raccontarti paure inganni piaceri
    e farti entrare nella mia anima
    stanca
    e godere la tua voce
    come il sussurro del mare
    laggiù
    tra le rocce acuminate
    dove non puoi stenderti
    se non come fakiri su letti di chiodi
    Ho cercato le fate
    ma la buca era vuota
    come occhiaie di teschio…
    forse eran fuggite
    con le prime foglie gialle
    in un soffio di vento.
    Ma io ne avverto ancora
    l’aerea presenza
    e profezie arcane
    di futuri distacchi
    e di copule senza tempo
    che solo la luna conosce.
    Alla buca delle fate
    noi berremo
    il succo di bacche rosse
    come il sangue che scorre
    sotto pelle impazzita
    che cerca sente trova
    profondità mai raggiunte
    che spinge apre penetra
    porte socchiuse di roccia
    che avvista afferra stringe
    fate emergenti dai recessi
    dell’antro
    per farle danzare sotto un arco di roccia
    rossa
    come occhi riempiti di tramonti
    inghiottiti
    dall’orizzonte di liquido piombo.

    Da “GELOSIA” poesie di T. Aliffi e A. Bianco

    • Una gran bella poesia che reca con sé il profumo di lentischio, di ginestre e schiuma di mare, mentre rapisce il cuore la magia di archi di rocce e di fate. La magia d’amore.
      Auguri vivissimi

      Nicla Morletti

  40. Da “Emergenze” di Alfredo Bianco, dedicato ai volontary di Emergency (www.ilmiolibro.it)

    Alla schiena

    Non aveva tradito nessuno
    Gulalay dalla treccia nera.
    Ma è stata colpita alla schiena
    da un grosso proiettile
    come in guerra si fa
    coi traditori.
    Era stata tradita dalla vita.
    Era stata tradita dalla cura per gli animali
    che danno da vivere
    alla sua famiglia.
    Era stat tradita dalla cura
    per il fratellinao
    che giocava ignaro
    tra gli spari:
    lui non poteva capire la follìa
    di quegli uomini in divisia
    che schiaccaino il grilletto
    puntando un target
    come in un videogame.
    Gulalay, dagli occhi azzurri,
    è la più bella del villaggio di Dilaram.
    Ha solo dodici anni e le hanno sparato alla schiena.
    Quando è stata caricata su di una macchina
    le hanno rubato
    il sollievo di un soccorso pronto
    il sollievo di mani pietose.
    “Non si può passare. E’ tardi!”
    hanno detto i soldati
    chiusi nelle loro armature.
    Sapevano che Gulalay stava soffrendo,
    ma gli ordini li hanno resi ciechi
    e sordi.
    Uomini non uomini.
    Uomini finti.
    Gulalay ha passato la notte
    con il suo chiodo nella schiena
    come una crocifissa
    e ha pianto
    disperatamente
    e ha chiesto aiuto
    a chi non poteva darglielo.
    Gulalay è arrivata in ospedale
    il giorno dopo
    e ha trovato mani amiche
    ha trovato mani esperte
    mani di cura
    che le hanno ridato la vita,
    ma non il sorriso.
    Gulalay, occhi chiari e lunga treccia nera,
    la più bella di Dilaram
    forse
    non sorriderà più. ”

    “Tutto ciò che amiamo
    come una rosa rossa
    potrà sfiorire
    ma non potrà
    sfuggire
    alla memoria.
    Vivrà finchè
    vivra’
    anche un solo
    cuore”
    Alfredo Bianco

    • Caro Alfredo,

      una storia terribile e commovente, chi muove le armate e gli interessi contrapposti che stanno alla base di ogni guerra non si cura dei bambini e del loro mondo, sono gli ultimi e i poeti, come diceva Olmi, sono quelli che li ricordano. Sono certo che Gulalay ha trovato infine chi l’ha curata, e se conoscesse la tua poesia sorriderebbe ancora.

    • Caro Alfredo, sono versi come i tuoi a testimoniare che,
      forse, esiste una via d’uscita dal male del mondo. Allora metto da
      parte certi pensieri brutti e noiosi che mi fanno compagnia e provo
      a sorridere e a essere migliore. Grazie. Antonio

    • Commovente la tua poesia-racconto, Alfredo.
      Gulalay crocifissa come Gesù, da uomini che non ‘sapevano cosa stavano facendo’.
      E’ la storia dell’uomo-bestia che si srotola eterna.
      La memoria garantisce una forma di futuro, ma il presente, il domani, per la bimba non esiste più.
      Credo tu sia stato profondo e coraggioso a pubblicare questi versi a Natale.
      Le nostre coscienze hanno bisogno di scosse.
      Ti ringrazio e ti auguro di cuore giorni sereni.

  41. Ho bisogno di tempo
    di sogni che abitino le rocce
    di lunghi cammini che si sdraino sugli alberi
    ho bisogno di poesia
    di carezze che salgono tra i brividi
    e ti senti un aquilone mentre scappa via
    poesia che brucia parole
    abbandona emozioni
    e lascia macchie d’inchiostro
    tra le dita di una melodia senza tempo.
    Un sentiero s’apre davanti
    nuda siepe verde di rimpianto
    ho bisogno d’immergermi nei suoi abiti
    veli d’oblio e cilicio di saggezza
    appuntamento nel buio
    umile compagno
    e ogni volta che lo sguardo s’affaccia alla finestra
    lento un sospiro
    mi libera da questa gabbia.

    da “La finestra aperta” poesie di Tiziana Aliffi

    AUGURI a tutti! Tiziana

  42. Che sia Natale

    Non cercare
    cieli stellati
    il bue e l’asino
    non cercare
    un bambino in una stalla
    non cercare
    stelle comete
    angeli
    no non cercare
    altrove
    il bene del mondo
    è già tutto dentro te
    come la luce nel raggio di sole
    il Natale è nel cuore
    non voltargli le spalle

    Poesia tratta dalla raccolta “Tra terra e cielo” di Pietro Atzeni, edizioniCinquemarzo, Viareggio 2009

  43. FILASTROCCA DEGLI ANGELI

    Rivela i tuoi desideri al vento
    che li rivelerà agli alberi
    che li sospingeranno attraverso
    le radici
    nel cuore vivente della Terra
    per risalire e tornare
    a parlare a un ruscello
    che parlerà al mare
    che li rivelerà al vento…

  44. Lenta, scende la neve:
    si fa manto di candore.
    Fiorisce un cielo d’Albe
    con armonie di Luce.

    E Tu, con dita lievi
    dipingi la Speranza
    per un Natale d’Amore,
    un Natale di Pace.

  45. Cara Nicla,
    complimenti per la vena creativa che ti ha portato al tuo nuovo romanzo. Mi congratulo anche per il blog che ci fa ritrovare insieme per questo Natale.
    Auguri vivssimi e cordialità.
    Alberto Calavalle

  46. AUGURIO –

    Che l’aspro inverno
    nello sciogliersi
    porti al mare
    un’acqua più pulita
    e dolce per tutti

    Che palazzi
    e capanne
    si arredino
    della bontà
    di cuori puri

    Che ognuno sia
    sostegno al vinto
    l’avido
    tenda la mano
    al povero

    Che al vecchio
    non manchi calore
    al fanciullo
    il diritto e la gioia
    di crescere e amare

    Che l’oggi sia di pace
    sia di pace il domani
    nel rispetto
    della vita
    e di ogni pietra

    poichè
    se ancora
    non lo sai
    anch’essa
    nei secoli respira

      • Dolce Robert, è proprio così. La magia del Natale è Speranza per tutti. Grazie davvero e di cuore per avermi invitata a festeggiare con tutti voi in questo oceano di pensieri profondi e limpidi. Gaia

    • Gaia è il tuo nome, ma gaia è anche la tua poesia che esprime il massimo della sensibilità di fronte alla gente che soffre, una speranza che non muore mai di cambiare il mondo, una comunicazione con gli altri molto profonda. Complimenti ed auguri di buon anno e speriamo che si realizzino i tuoi propositi.

    • Cara Giovanna, Buon Natale anche a te e un saluto alla bella Australia!

      Mi fa piacere che tramite questo sito, attraverso immagini, emozioni e parole scritte, tu possa

      sentirti in Italia. Questo a conferma della grandezza della poesia che non ha limiti e confini,

      della poesia che abbraccia interi continenti e spazia all’infinito. Questo il vero, unico

      respiro della libertà.

      Buon Natale a te, Buon Natale a tutti!

      Nicla Morletti

  47. Complimenti a tutti per i Vs. versi, pensieri, parole, che sono espressione di creatività, un insieme di note che vibrano sopra le corde virtuali donando… emozioni.

    Associandomi invio qualche mia creatività, augurando a TUTTI un sereno Natale e, in particolare un migliore 2011 in tutti i fronti per ritrovare più qualità di VITA.

    E’ Ora

    Questo tempo prezioso,
    che corre follemente
    a ritmi sempre più convulsi
    e scorre male
    il giorno, la notte
    nel sentiero più buio
    indifferente.

    Questo tempo
    necessita una sosta intelligente,
    per raccogliere i fardelli rimasti.
    Per ascoltare ancora
    finalmente il Silenzio,
    il Potere interiore
    il Cuore che pulsa sofferente
    intravedendo attraverso il velo la morte
    e il suo grido: datemi lo Scopo, la Direzione, la Verità,
    la Giustizia, l’Onestà, l’Amore, la Vita equilibrata
    per vivere la mia libertà!

    E’ tempo
    di riconnettersi allo Spirito Creatore obliato,
    per riabbracciare il proprio Sé
    prima che scenda la gelida luna
    e il sole s’infuochi bruciando ogni deserto.

    E’ tempo Sì!
    Di accendere la lampada,
    non di Aladino
    ognuno la sua.

    E’ giorno e notte, di mettere la parola nel Cuore
    elaborandola nel pensiero, nell’intelletto
    per dirigerla nell’azione!

    Recuperando
    quanto possibile: le truppe da ogni Nazione.

    E’ Ora
    di riprendere le briglie dai cavalli
    occultamente affamati
    troppo bizzarri,
    nutriti del non naturale
    per questo impazziti!

    ” La vita è…
    un’incessante ricerca di esperimenti,
    volta ad una CONOSCENZA SUPERIORE che va al di là delle apparenze”

    NATALIS

    Là dove…
    le ombre e la luce
    s’incontrano senza guerre

    … l’anima e il corpo si fondano
    nella vera Armonia
    universale e cosmica
    nell’equilibrio dello Spirito Divino

    e solo là…

    esiste il Vero Natale!

    Franca Fasolato

    • Sì, è vero, gentilissima Franca, questo tempo che corre follemente necessita di una sosta, per ascoltare ancora la sublime voce del silenzio e quella del nostro io, la parte più vera e profonda di noi, l’unica nostra certezza, l’unica nostra verità.

      Compliment, Franca, una bellissima poesia, dalle intense parole, che invita alla riflessione e alla meditazione.

      Tanti cari auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo

      Nicla Morletti

      • Grazie di cuore gentilissima Nicla,
        per la condivisione di concetti affini su temi immortali come: il Silenzio, l’Ascolto della nostra vera Essenza, che sembrano oggi più che mai non trovare più tempo né spazio dentro e fuori di noi. Dando origine a caos, confusione, più di quanto siamo costretti a subire tutti i giorni da ogni angolo del polo.
        Abituandoci così al negativo, si rischia di perdere di vista il reale e confonderlo con l’illusione. Intanto che civilmente i problemi non si vogliono risolvere, mi sembra che dilaghi la crisi d’identità, la deperessione, la sfiducia di un futuro migliore che oggi non c’è dati i numeri e le statistiche oggettive inquietanti.
        Osservando tutto ciò mi sono ispirata per dare a chi mi legge un monito, una sosta intelligente, un imput di condivisione che possa diventare un dei tanti petali di un grande fiore di rinascita come la primavera.

        Per questo la ringrazio di nuovo del Suo prezioso commento che, assieme a quello di Daniela Quieti mi fa sentire meno sola nel mio intento di fare riflettere, meditare per non perderci in un mondo illusorio; ed inoltre mi onora.

        Un Sereno Natale… ed a ognuno, una grande fiamma di candela accesa per distruggere il negativo che permea furtivamente sull’umanità.

        Baci di Luce vera Franca Fasolato

    • Carissima Franca,
      complimenti per la tua bella lirica. E che il tuo melodioso canto possa davvero fondere l’ombra e la luce nell’equilibrio di un’Armonia cosmica, di antico fascino greco, con tutta la rinnovata letizia di un Santo Natale!
      I più affettuosi auguri di Buone Feste

      Daniela

      • Carissima Daniela,
        la tua positività e lirica innata noto con grande piacere che è sempre presente anche nei tuoi commenti in ognuno di noi. Grazie un abbraccio nello spirito del Reiki Franca.

    • Cara Franca , “è tempo di accendere la lampada”, “di riprendere le briglie dai cavalli” “per ascoltare ancora, finalmente il Silenzio”. Ecco “Qui e Ora”, il tempo senza tempo, ecco le mille forme che tornano all’Uno, ecco l’Uno che si rivela in quel silenzio che non è pausa tra due pensieri, ma vuoto ancestrale ed eterno divenire. Grazie per questi versi rivelatori. Tanti auguri. Antonio

      • Grazie anche te Antonio per il bel tuo commento,
        mi fa molto piacere vedere che non ti sei limitato alla lettura superficiale delle mie parole, ma le hai penetrate nella sua intima essenza del mio fraterno monito… messaggio universale, cosmico.

        C’è tanto bisogno di un serio cambiamento nel modo di vivere, di pensare, di guidare la vita della società di oggi e, questo cambiamento dovrebbe essere esteso in tutti fronti, a partire dall’individuo stesso. Io sono una che la pensa come quelli saggi e pensatori orientali he nella loro visione olistica… non si limitano curarre gli effetti di un disagio o dolore, ma vanno analizzare e possibilente sconfiggere la causa.

        Ma per fare questo prima bisogna risvegliare le molte coscienze obliate. Coperte dal velo di una realtà falsata percepita dall’ordinario, dalle illusioni e dalle apparenze.

        Potrebbe sembrare una utopia, ma se ognuno accendesse ORA la sua “lampada, riprendesse la briglie dai cavalli affamati e bizzarri” cercando L’Unità, usando naturalmente di più l’intelletto, memoria, e volontà si potrebbe creare una Potente forza… diretta nell’azione per raggiungere un obiettivo di benessere comune per sperare in un spiraglio di luce per il domani, frammentato, vuoto. Del quale ne siamo TUTTI responsabili.
        Sono gli uomini che fanno la storia o no?

        Nella speranza e nell’attesa di approdare in una nuova Era, rinnovo i miei Auguri
        per un quanto meno sereno Natale e 2011.

        Ciao al prossimo Franca Fasolato e grazie dell’attenzione.

  48. DAGLI OCCHI GRANDI

    Dagli occhi grandi
    il bambino che ride
    incanta tutta la festa.
    Gli scende il fiordilatte alle labbra
    il padre dai radi capelli
    innamorato lo guarda.
    Immigrato clandestino:
    a me mancano a centinaia le cose.
    Mi mancano gli occhi dolci d’Ismaia
    le sue parole che possedevan la sera
    quell’abbassarsi di stelle
    quell’immenso inabissarsi di stelle
    che azzimava il suo volto
    è difficile
    non stare male
    se la gente pensa soltanto alla festa.
    Quando qualcosa fa paura a un bambino.
    So che se io provassi a parlargli
    vedrei ingigantire gli occhi più innocenti del cielo,
    con quell’incertezza per chi gli appare diverso
    per chi ha un colore della pelle
    così difforme dal suo.
    Mi feriscono
    i tre attimi del loro stupore.
    Ma se provassi a parlargli
    troverei un istante dove tutto si cambia
    dove la diffidenza diventa innocente
    e poi scoppia in un sorriso nell’aria.
    Io rinasco –
    in quel sorriso dei bimbi
    in quella tenerezza sincera
    che non ferisce
    che dà loro la forza di accettarmi diverso
    di non lasciarmi emarginato alla porta.
    Il bambino sorride.
    E sorride tutta la festa.

    Tratta da: Taci come il mare, Fermenti 2009

    Delle belle giornate a tutti,

    Lerri

      • Lerri,
        incredibilmente belli e toccanti i tuoi versi.
        S’innalzano fieri a raccontare la storia dell’umana solidarietà, dell’accettazione dell’altro, della condivisione.
        Il bimbo è un acquarello di vita e speranza. Il suo sorriso è la risposta di Dio alla miseria dell’uomo.
        E solo a una creatura innocente potevi affidare il compito di rendere lieve, possibile il sogno.
        Mi hai incatenata alla tua luce. Grazie!

      • Gentile Maria, grazie di cuore, mi fa molto piacere che tu condivida questo desiderio di solidarietà con chi cerca accoglienza in Italia! Ho letto il tuo racconto sulla storia d’amore fra un ragazzo e una ragazza disabile, la sirena come dici tu!, veramente scritto bene e toccante, impreziosito da un uso prezioso degli aggettivi…
        Un caro saluto!!

        Lerri

    • I versi di Lerri Baldo sono bellissimi, il suo modo di fare poesia è originale, profondo e autentico. “Taci come il mare” è un ottimo libro denso di emozioni e sensazioni.

      Complimenti e auguri vivissimi

      Nicla Morletti

      • Nicla, che onore sentire queste parole da te! ; ) Sono anche felice che tu conservi ancora un ricordo positivo del mio ultimo libro, che avrai letto ormai tanto tempo fa!
        Buona scrittura e grazie!!!!
        Lerri

      • Caro Lerri, è una poesia atupenda che atraverso i grandi occhi di un Bambino attraversa il tempo e ci rende consapevoli come del “Natale/Rinascita” ci sia ancora bisogno. Bravissimo.. Grazie di cuore.
        Gianna.

      • Grazie a te! : ) Custodisco con gelosia l’aggettivo che hai usato per definire la mia poesia! ; ) Ci sarebbe proprio bisogno di un Natale quotidiano che potesse costituire una rinascita nella tolleranza dinnanzi a ogni diverso e emarginato della nostra società…
        Un abbraccio…
        Lerri

      • Grazie Gaia, i bimbi come creature ancora innocenti e prive di razzismo, questo spero gli adulti possano imparare da loro, nel segno del Natale e di tutto il resto dell’anno…
        Ciao!!
        Lerri

  49. I viali a Natale

    In fiume di luce
    paiono i viali a Natale
    alberi come costellazioni
    a indicare la via

    Passo dopo passo
    assorbono il gelo dalla terra
    sembra di essere parte
    di un galattico fuoco solare

    In flusso di lumicini vorticanti
    galleggia l’Arno e ondeggia
    l’inverno gelido e silente
    al crepuscolo s’inchina s’arrende

  50. Monte Bianco

    Quassù
    altalenante pendolo di nebbia
    il tuo rifugio – da ciò che hai fatto –
    un’amaca di ghiaccio
    accarezzata dai sibili
    come orizzonte un lucore color dell’erba
    sotto scrosci di cielo, impronte
    non scorgi nelle rocce

    Cammino in discesa
    come il nostro, il tuo
    per poi tornare con due legni alla montagna

    Imprudente salire
    imprudente scendere
    le tue parole danzano
    all’orlo del precipizio.

    Monte Bianco, agosto 2008.

      • Daniela, sulla cime delle montagne, secondo tutti i testi sacri, si ritrova Dio.

        i miei auguri di Buon Natale.

    • “le tue parole danzano / all’orlo del precipizio”

      Le parole della natura in questi tuoi versi bellissimi Andrea, complimenti.

      “Un tempio è la Natura, dove colonne vive
      Emettono talvolta oscure sillabe”
      Baudelaire, I fiori del male, Corrispondenze
      Traduzione di Mario Bonfantini

      Buon Natale Andrea.

      R.

      • Grazie Robert,

        ho letto “I fiori del male”, meraviglioso libro di poesia, e puoi immaginarti come mi fa piacere ricevere la tua risposta. Nella Natura, sono d’accordo con te, risiede il nostro sapere.

        ricambio di cuore gli Auguri.

    • Caro Andrea, scrivi: “sotto scrosci di cielo, impronte non scorgi nelle rocce”. Siamo destinati a scendere o salire, secondo le vicissitudini della vita, senza lasciar traccia. Ma “sulle cime delle montagne si trova Dio” e ci mettiamo in viaggio “per poi tornare con due legni alla montagna”. Profondamente vera la tua poesia. Tanti Auguri. Antonio.

      • Caro Antonio, grazie per la tua attenta lettura e per avermi dato le tue impressioni che mi fanno molto piacere.

        Buon Natale. Andrea.

      • Caro Andrea,
        ti ritrovo e tornano i brividi.
        Per questi versi di raso che lasciano salire l’anima verso il ghiacciaio, in una tensione altissima, simile a preghiera…
        Il tuo precipizio è lo specchio della vita di ognuno. Quante amache costruiamo sulle vette per nasconderci o per ritrovarci?
        Di quale coraggio e di quanta viltà siamo animati quando cerchiamo rifugi così lontani?
        Nel caso della tua lirica leggo il coraggio disperato dell’amore.
        E il tuo rapporto empatico con madre-natura si rinnova e m’incanta… come sempre, più di sempre.
        Grazie e un abbraccio.

  51. Ascesa alle vocalità del cielo
    aggrappata alle tue ali d’angelo
    ho danzato stanotte sul ventre
    di un dicembre innevato

    Sfogliata una ad una le stelle
    ho macchiato d’inchiostro
    le pagine del tempo

    là per te ho cantato
    ho pianto gioia
    non ho smesso di sognare

    Un’esplosione di rimembranze
    di irresistibili silenzi improvvisa
    mi ha ricordato nel rubeo anelito
    che Natale è emozionarsi insieme

  52. È Natale…

    La neve è un dolce ricordo del passato…
    Il sole splende in un immenso cielo azzurro,
    l’estate si posa tra le onde schiumose dell’oceano,
    tra le cime rigogliose delle colline
    e negli sconfinati prati verdissimi
    che ci circondano ovunque.

    Le stelle splendono
    in un meraviglioso pentagramma
    di un maestoso, caldo Natale
    e i nostri pensieri volano
    come ali di gabbiani in questa fantastica
    atmosfera di gioia e serenità.

    È Natale
    e nei nostri cuori brilla la nostalgia
    che è fatta anche di tristezza e malinconia
    per la nostra terra ammantata di neve e gelo,
    e i nostri Natali tradizionali con il camino acceso
    e le campane che suonavano a distesa.

    • Poesia della memoria e del cuore con i ricordi di un Natale con il camino acceso ed i pensieri che volano come gabbiani su una distesa di gioia e serenità. Tutte belle immagini, con un tocco di nostalgica armonia.

      Complimenti e auguri vivissimi.

      Nicla Morletti

  53. Presepe

    Presepe
    fatto di silenzi
    e preghiere accanto al desco
    dei miseri del mondo.

    Ali d’angeli
    candidi veli all’ombra
    della guerra.

    E Tu
    Madre di Speranza
    tra braccia
    colme d’Amore,
    culli con tenerezza
    l’Uomo
    e la sua Croce.

    • Bella questa visione del Presepe “fatto di silenzi”, mentre si siede al desco “dei miseri del mondo”.
      E, ancora, limpida l’immagine della “Madre di Speranza” che culla Suo Figlio e quella croce-simbolo che svetta, fin dalla nascita, sulla povertà degli ultimi, dei figli di tutte le madri, del Dio dell’uomo.
      Con i migliori auguri,

      Sandro Angelucci

      • Carissimo Signor Sandro, La ringrazio per la squisita sensibilità con cui ha letto la mia piccola poesia natalizia e con gioia ricambio gli auguri per un Natale di Luce e Speranza.

      • Gentilissima Signora Nicla, le Sue parole interpretano i miei semplici versi con una preziosa capacità di “sentire” l’anima di chi nella poesia trova sollievo alle angustie dei giorni. La ringrazio e con tanta stima e simpatia ricambio gli auguri per giorni di festa e serenità.

    • Carissima Daniela,
      il tuo verso franto, asciuttissimo è un segno distintivo che ti permette di raggiungere, sul piano dell’elaborazione poetica dei contenuti, risultati davvero apprezzabili.
      Nel caso della lirica in questione la fugacità del tempo scorre nei monoversi così velocemente da fermarsi soltanto alla fine, al cospetto di quell’albero “spoglio di doni e di promesse” ma palpitante nel suo immenso bisogno d’amore.

      Con affetto e gli auguri più belli,

      Sandro

      • Grazie di cuore a te, carissimo Sandro, per come sai percepire, con sensibilità di amico e poeta, le immagini interiori dentro le parole. Il tempo che sfugge, nel “silenzio dell’anima” che parla di cielo, può confermare, o negare, una ragione che, comunque, implica tanto amore, per intuirne la vera essenza.
        Ti rinnovo i più affettuosi auguri

        Daniela

    • Cara Daniela, c’è nei tuoi versi tutta la bellezza di un albero spoglio sullo sfondo del mare in tempesta. E’ la dura stagione del freddo e del gelo a custodire nel suo grembo i semi della privamera. Tanti auguri. Antonio

    • Cara Daniela, questa tua lirica anche a prima vista evoca un grafico stilizzato di un tronco d’albero spoglio di foglie e di doni. Credo per che tu, donna d’intelletto fine abbia scelto questo stile non a caso, ma bensì studiato analiticamente per essere più rappresentativo del pensiero che in quel momento ti invadeva di nostalgia per i bei momenti passati; che comunque hanno tracciato nel tuo animo un solco silenzioso si, ma ancora bisognoso d’amore. Di quell’Amore ricevuto o donato che ci accoglie tutti sin dal tempo prenatale e che accompagna l’uomo silenziosamente o, rumorosamente sino alla meta finale del suo destino. Per poi trascendere in una nuova dimenione ancestrale o semplicemente nella pace eterna.
      Chi lo sà… come dicevo nella mia poesia… la vita è una incessante ricerca di esperimenti, una continua scoperta, EVOLUTIVA quando c’è crescita o, si trova il giusto equilibrio tra gioia e il dolore, di cui è composta la vita stessa. Perhè come ben sai tutto è basato sugli opposti. Come dicono gli orientali nel ying e yang non trovi?
      Un abbraccio alla prossima

      • Cara Franca,
        grazie infinite per il tuo bel commento. Indubbiamente, la millenaria tradizione delle discipline orientali, basate sulla meditazione e sull’armonizzazione degli opposti, aiuta a elevare la nostra coscienza oltre il caos interiore ed esteriore, per tentare di raggiungere quella consapevolezza silenziosa che è l’essenza dello spirito e dell’amore. Quella stessa consapevolezza che si disvela nell’intelletto e nel cuore di ogni convinto credente.
        Ricambio l’abbraccio con i più affettuosi auguri di Buon Natale

        Daniela

      • “Fragore di ricordi scuote questo albero”…
        Ah, Daniela, che versi di seta, asciutti, miniati, sorvegliati, eppure capaci di aprire sconfinati cancelli alla riflessione.
        La vita intesa come fluire del tempo e affetto della memoria.
        Temi a te particolarmente cari, che riesci a sviluppare senza cadere nella ripetizione, trovando varchi per stupire e commuovere.
        L’albero, che la lirica incarna anche nell’aspetto stilistico, simbolizza la tua e le nostre esistenze…
        Talvolta ‘i doni e le promesse’ cadono come le foglie, ma la primavera torna e tu sai insegnarlo.
        Ti voglio bene.

    • Carissima Maria,
      ti ringrazio, di cuore, per le belle parole che mi dedichi e per la sensibilità con cui percepisci le mie emozioni. È una gioia grande sapere di condividerle con te, mia dolce Amica.
      Ti stringo al cuore più forte che posso

      Daniela

  54. Cara Nicla,
    ho letto lo stralcio del nuovo romanzo. Intrigante il titolo “I giorni della rosa”. Certamente sarà un successo. Mi piacerebbe leggerlo, come o dove potrei acquistarlo?
    Approfitto per augurarle tutto il bene del mondo.
    Buon Natale mia cara amica!
    Con affetto
    Marinella (nonnamery)

  55. DALLE 7 ALLE 8 DI MATTINA

    Sogno rigirandomi fra le lenzuola. C’è un caldo eccessivo, mi sveglio. Sono di nuovo sudato e devo cambiare le coperte.
    “Forse lo farò stasera”; un raggio giallo entra nel buio nero e si perde nel celeste dei miei occhi. Suona la sveglia: “DRINNNNNNN!!!!” Sono le 7 in punto. Mi alzo e fa freddo per il mio corpo madido, barcollo nell’oscurità a piedi nudi e la raggiungo; la spengo così lei può dormire. Vado in bagno, urino e ho in bocca il sapore amaro dell’ultima sigaretta del giorno prima. “Ma quanto diavolo ho mangiato ieri?”
    Sto ingrassando. Nell’anonima cucina mi nutro di nuovo: caffè, spremuta, biscotti le cui fragranze volteggiano nell’aria. E mi ricordo che da bambino mi piaceva di più la marmellata e detestavo le merendine. Salgo di sopra e sono ancora in bagno. “Oggi andrò da mia zia.” “E’ tanto tempo che non telefono a Marco.” “Come finiva quel film?” Pensieri, soltanto pensieri. Intanto fumo buttato in un angolo.
    Mi piace stare qui. Una coltre densa invade lentamente la stanza. Apro la finestra e un calabrone entra prepotentemente. “ZZZZZZZZZ” -fa quello ronzando senza posa. Però non gli bado, mi rado e mi lavo il viso. Il rumore dello spazzolino elettrico squarcia il silenzio mattutino “DRRRRRRRRRRR” sembra una mitragliatrice! “Che strage la Prima guerra mondiale.”
    In un’altra stanza mi vesto. Mi accoglie il disordine e sul pianoforte scuro trovo Silvestro che mi aspetta. Mi fa le fusa. “Vorrei un gatto tutto mio.” La camicia blu? No, il maglione rosa, neanche.
    “La Roma ha perso 7 a 1 che tragedia!”
    I pantaloni a righe non mi piacciono e neanche i jeans.
    “L’anno scorso di questi tempi eravamo in Andalusia. Dio quanto ci siamo divertiti.”
    Ma lei continua a dormire. Le scarpe, dove ho messo le mie scarpe marroni? Mi addobbo alla rinfusa e mi pettino nel grande specchio. Pettine, spazzola, acqua ma i capelli restano crespi e disordinati. Comunque ci riprovo: pettine, spazzola, grattatina sulla testa e acqua. Va meglio e assomiglio almeno a un porcospino.
    Mi guardo. “Una volta ero muscoloso.” Ora no.
    “Farò un po’ di pesi perché l’estate è imminente.” Intanto la vita fugge inesorabile.
    “Dovrei smettere di fumare.” Da domani of course, da domani. Cerco la mia borsa; dove sarà?
    La trovo sotto il letto. Sono pronto.
    “Ciao Silvestro, ciao Amore.”. Ed esco di casa. Piove a dirotto, non ho l’ombrello.
    Attraverso il giardino di corsa. “TIN, TIN, TIN, TIN” fanno le gocce che colpiscono i miei capelli unti.
    “Come faranno a vivere in Siberia?”
    Apro il cancello e sono fuori. Una folata improvvisa di vento mi scompiglia la testa. Peccato, tanta fatica sprecata per nulla e torno peggio di un porcospino.
    Ora assomiglio piuttosto a un triceratopo, ma molto più smilzo. Metto in moto.
    La strada è stretta e tortuosa. “TIN, TIN, TIN” continua a fare la pioggia sul vetro che ho davanti.
    Un filo di ragno penzola alla mia destra; “Quando la pulirò?” “Che bello se fossi stato un super eroe, sarei stato famoso!” “L’aspirapolvere in ogni caso dove l’ho messo?”
    Nuvole si ammassano nel cielo color della pece. Piove. Un camion di colpo mi si pone davanti, freno. Va maledettamente piano, troppo piano. “Certo che la mia collega è proprio una rompi balle.” Sorpasso una casetta gialla, è molto bella ma ogni realtà intorno è grigia scura. Supero l’ ostacolo. “PI PI PI PI PI” si inizia a sentire da qualche parte dentro la mia vecchia macchina. E il vetro elettrico si abbassa da solo “VRRRRRRRRRR”; ecco si è completamente aperto.
    La pioggia entra, mi bagna.“Cambierò questa dannata auto ma quando?” In fondo sedici anni di vita non sono pochi, non lo sono neppure trentacinque.
    Accendo la radio, la spengo. Ho bisogno di silenzio, guardo l’orologio: sono in ritardo. Accelero. “Che fine ha fatto quella mia compagna di scuola?” “Luciano poi è sempre il solito stronzo?” “CRASH!” Un insetto si schianta sul vetro e diventa una poltiglia verdastra. Tratti tortuosi e buche profonde si susseguono.
    “BOM”. Forse mi è saltato un ammortizzatore.”
    Impreco. Gatti morti sulla strada, tanti e sfracellati, con le carni aperte e le membra dilaniate si bagnano nelle prime ore del mattino. E vedo ricci, topolini anch’essi morti e deformati sull’asfalto e uccelli, perfino un cane putrefatto. Vittime dell’uomo. Assurda strage di esseri innocenti. Impreco ancora. “CRASH!” Poltiglia bluastra che va a confondersi con quello che resta dell’altra. Rami di un albero per terra li evito e per poco non finisco fuori strada. “Ma quanto cazzo piove oggi?”
    Mi squilla il cellulare. Non lo trovo, pazienza. Nessuna rondine oggi o passero m’incrocia e nel verde intorno chiazze bagnate di viola, di bianco e di rosa. Primavera imminente. Fiori che colsi una volta. E’ una strada questa che porta a un paese e il paese è di campagna. Paese bello, genuino. Semaforo rosso. Mi fermo e penso a mio nonno che è morto da venti anni.
    “Un giorno dovremo morire tutti.” Arriva un altro “CRASH” e una nuova tonalità arcana si stende sul mio mezzo. Riparto, manca poco. Mi accorgo d’un tratto che dei dolori acuti stilettano la mia schiena.
    “Ma io sono ancora giovane cribbio! Devo muovermi e non posso rimanere sempre seduto.”
    Ho una macchia rossa sui pantaloni; starnutisco. E’ l’allergia e i fazzoletti mancano.
    “Anche Alfredo è allergico.”
    Ho sporcato il volante con i miei starnuti. Schifo. Mi fermo. Spiazzo desolato, funereo e mi pulisco. “Mi dispiace che sabato non giochiamo più a calcetto.”
    La saliva su quella macchia con un po’ d’acqua piovana, è inutile e non viene via niente.
    Riparto. Mancano cinque minuti. Alla mia sinistra scorgo la solita pasticceria dalle insegne smorte. Comunque non ho fame. “Mio zio Aldo avrebbe voluto fare il pasticcere, io no.”
    Sono arrivato, ogni posto è occupato; parcheggio lontano. Entro di corsa, salgo le scale bagnato. Perché fuori continua a piovere e non c’è il sole. Il cuore fa “TUM TUM TUM” per la fatica.
    “Troppi gradini da affrontare”.
    Non saluto nessuno e fisso per un istante una maniglia arrugginita.
    “Interrogherò quel somaro di Lino.” “Funziona il Pc di sotto?” Arrivo in classe, mi siedo.
    Sono le otto spaccate. “Sono un orologio svizzero.”. E sorrido compiaciuto di me stesso. La guardo.
    La giovinezza assonnata di venti faccine mi fissa salutandomi: ”Buon giorno prof.”
    Ha tredici anni soltanto quella giovinezza, beata lei.
    “Chiudi la porta Matteo.”
    Francesca è davvero deliziosa, magari fosse mia figlia.
    Apro il registro, no li interrogherò dopo.
    “Andiamo avanti in Storia.”
    Invece andiamo indietro nel tempo per un’ora.
    Siamo nel Settecento adesso e io sono Voltaire.

    E TANTI CARI AUGURI DI BUONE FESTE A TUTTI
    Simone Scala

  56. L’ AMORE IN UN CAFFE’

    Trovai l’amore appiccicato
    sul tuo viso di creatura
    indaffarata
    quasi per caso
    in un caffè
    alle sette di una sera

    Le auto correvano veloci
    sfidando
    gli incroci cittadini

    La gola irritata dallo smog
    venticinque sigarette
    andate in fumo

    Pioveva fuori
    ti guardai

    Sull’uscio un accattone
    malediva il suo destino

    • Molto bella, questa poesia dal titolo: “L’Amore in un Caffé”. Tutto accade alle sette di una sera. E il mondo pare arrestarsi in uno sguardo posato sul volto di una creatura, in un caffé, quasi per caso. Molto bella.

      Complimenti e auguri vivissimi

      Nicla Morletti

      • La ringrazio molto, per me il suo apprezzamento è motivo di grande soddisfazione.
        Un saluto a tutti coloro che frequentano questo blog e grazie ancora per avermi invitato.
        Simone Scala

    • Nel ritmo frenetico, contraddistinto anche dal degrado tipico di questi anni, spunta imprevedibile un amore. E’ anch’esso “appiccicato” come un chewing gum, ma riabilita una giornata e forse due vite intere.

      un cordiale saluto, Andrea M.

  57. Natale
    luce trasmuta
    memoria scorre
    traversa amore
    è corpo e parola
    contro il sonno
    indifferente
    del mondo
    si fa buio
    zuppo di luce
    batte il cuore
    bambino

  58. Cara Nicla,

    complimenti per il tuo nuovo Blog e per il nuovo romanzo. Riporto qui di seguito il mio commento già pubblicato nel Blog degli Autori.

    ***

    Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima il nuovo romanzo di Nicla Morletti.
    Dirò subito che si tratta di una storia avvincente ma non svelerò nulla della trama perché piena com’è di colpi di scena e di mistero, merita d’essere scoperta pagina dopo pagina, durante la lettura completa del libro. Posso dire però che quanto c’è di noir e di giallo, di thriller e di azione, nella sapiente regia dell’autrice, si stempera in una bella intensa storia d’amore che si dipana lungo tutto il romanzo. In queste pagine il lettore troverà tutti i colori possibili di una storia: il rosa e il rosso, il giallo e il nero. Ma il protagonista assoluto è l’Amore. Il sentimento che svela l’enigma della vita. Il sentimento in cui si manifesta l’elemento divino della conoscenza. Nel bene e nel male, nella sua dimensione più universale e in quella più particolare, individuale dell’amore tra due persone. Anche nell’assenza dell’amore o nella sua negazione, quando non si riesce ad amare o non ci s’innamora mai veramente, quando non si riesce a cogliere il vero senso della vita, si manifesta ancor di più l’immenso irriducibile potere dell’amore. Di questo ci parla “I giorni della rosa”.
    Fantastico no? Sì. Soprattutto se a scrivere la storia è la fine preziosa narratrice che tutti conosciamo e che risponde al nome di Nicla Morletti.

    • Grazie di cuore, caro Robert, per il tuo bellissimo commento che ha centrato perfettamente il tema del mio romanzo. Grazie a te, creatore di questo nuovo blog che francamente affascina, con la sua grafica preziosa e i caldi colori.

      Un benvenuto a tutti gli amici autori e lettori a questo “Natale insieme nella Blogosfera 2010”.
      Natale insieme per non sentirsi soli, per condividere emozioni e sensazioni. Per trasmettere agli altri i nostri pensieri. Le nostre parole. Natale insieme perché ovunque e sempre sia vita.

      Auguri di Buone Feste a tutti.

      Nicla Morletti

      • Complimenti vivissimi, alla dolce Nicla per il nuovo romanzo, a Robert per il nuovo blog, e tanti cari auguri a tutti nella magia di questo “Natale insieme”.
        Aff. te

        Daniela Quieti

      • Dolcissima Nicla,
        come sempre ogni scritto è un roseto.
        Ogni parola è un petalo di rosa aulente
        ed eterna. Con ammirazione e stima, auguri di cuore e complimenti! Gaia

      • Grazie Nicla Morletti per questa coinvolgente iniziativa, alla quale aderisco con piacere.
        Ho scritto molte poesie sul tema del Natale, però colgo l’occasione per ricambiare gli auguri con questa mia filastrocca che forse per la sua semplicità riporta un’atmosfera di ingenuo candore. Fra l’altro una mia amica l’ha utilizzata come segnaposti durante il pranzo a Londra:

        ARIA DI NATALE
        Arriva all’improvviso
        la voglia di un sorriso
        l’odor di panettone
        di cose ghiotte e buone.
        Le strade illuminate
        persone indaffarate,
        ripiene le vetrine
        di merci e lampadine.
        Un’aria di bontà
        pervade la città.
        Questo è il segnale
        che è prossimo il Natale.
        Vorrei chiedere in dono
        la pace ed il perdono
        e sian le benvenute
        prosperità e salute!

        AUGURI A TUTTI.
        Cari saluti.
        Anna Maria Campello

      • Gentile Anna Maria,

        questa filastrocca è una meraviglia di parole. C’è “aria di bontà che pervade la città” e tantissime altre cose buone ancora.

        Carissimi auguri di Buone Feste e delle cose più belle.

        Nicla Morletti

      • Felice di leggerti cara Anna Maria in questi meravigliosi versi natalizi. Complimenti.. e tanti Auguri di Liete Festività. Un caro saluto.
        Gianna Campanella

  59. Un serotino gelo
    rende eterno l’attimo
    la gatta si stira sul tappeto
    tra mura aride di parole
    note tranquille a far luce
    su ciò che desta ricordi
    tu che addobbi l’albero
    gesti semplici
    avvicini pelle e labbra
    raccogli una stella

  60. NATALE 2010

    …e ancora mi chiedo
    il perchè di tanto affanno
    nel rinnovare apparenze
    per rammentare una Nascita,
    indelebile segno dei nostri ieri
    del presente e del divenire.

    …Betlemme è sempre più lontana,
    il vento di Giudea non soffia più
    sui viaggi convulsi della dimenticanza.

    …andrò oltre il tempo
    frangendo muri di storia
    per udire, come l’umile pastore,
    il primo vagito del Bimbo.
    venuto al mondo nello spazio angusto
    – di una capanna-

    nella notte chiara e solenne
    apro le pareti del cuore
    e m’affido al mistero del Santo Natale.

    • Cara Mariarosa,
      nel mistero della Natività, mi piace pensare, con te, che si possano aprire “le pareti del cuore” per affidarsi a un messaggio di speranza.
      Un affettuoso abbraccio con i migliori auguri di Buon Natale

      Daniela

      • Carissima e dolcissima Daniela, anche a te gli auguri più cari per le Festività che si annunciano, Mariarosa

      • A Robert infaticabile , unico cantore di vere parole piene d’atmosfera un abbraccio con i più cari auguri da Mariarosa

      • Carissima Nicla, ho letto lo stralcio del tuo nuovo libro, inutile dirti che mi ha già avvolto in quell’atmosfera che scalda non solo il cuore, ma tutti i sensi, lo farò arrivare per immergermi e sottolineare tutto quello che, con grande maestria ci regali ogni volta. Tantissimi auguri, specialmente per tutto quello che ti aspetti nel 2011, Mariarosa

      • Ti ringrazio Mariarosa per le tue care e gentili parole. So che leggi i miei libri e che ne è

        rifornita anche la biblioteca e questo, cara amica, mi fa tanto piacere.

        Ancora auguri di Buon Natale e tantissimi auguri per un felice 2011

        Affettuosamente

        Nicla Morletti

    • Cara Mariarosa
      I versi della tua Poesia aprono veramente le pareti del cuore e scivolano oltre, andando verso l’anima.
      Forse…se impariamo a cibarci di speranza, Betlemme non sarà poi così lontana e il vento che molte volte scompiglia i nostri capelli sarà proprio quello della Giudea.
      Tu, andrai oltre il tempo..per sentire il primo vagito del “Bimbo” e io, per assaporare questa gioia, ti seguirò, lasciando le mie orme sotto un cielo pieno di stelle.

      Auguri e Buone Feste

      Maria Luisa Seghi

      • Grazie cara Maria Luisa e anche a te gli auguri più sinceri per tutto ciò che speri.

  61. VIAGGIO IN CALABRIA

    In quell’anno ci fu per Marco la possibilità, insperata, di un viaggio che non era stata neanche prevista. Il padre di Marco, valente meccanico e pilota provetto, partecipava a quasi tutte le gare automobilistiche che si svolgevano in Sicilia. Egli, con la sua macchina, una derivazione Fiat con motore Siata di 750 c.c. sport prototipo, costruita da lui nella sua officina meccanica a Trapani, e le proprie imprese sportive si era guadagnato una notevole popolarità ed una notorietà che, forse, aveva travalicato lo stretto di Messina e si era propagata nel Continente.
    In quell’officina era cresciuto Marco, passava delle ore a guardare quello che faceva il padre, il suo lavoro preciso e metodico, gli piaceva osservare la sua perizia e l’estrema precisione nel ricomporre le parti meccaniche del motore. Era per lui un godimento e seguiva, compiaciuto, come istruiva i suoi allievi, spiegando loro come e perché andavano fatte le cose molto importanti e, quando qualcuno di loro non stava attento o non osservava gli insegnamenti erano guai!
    Quando aveva costruito la sua macchina da corsa, per lui stesso ma, anche per tutti gli sportivi della città, si era trattato di un evento epocale. Di più era poi cresciuta la passione e la tifoseria quando, in alcune gare era riuscito e conseguire risultati eccellenti per una macchina costruita quasi interamente in modo artigianale.
    I ricordi di Marco vanno a ritroso nel tempo, egli è ormai un uomo anziano e, tuttavia, le sensazioni di allora non si sono mai affievolite nella sua memoria. Gli sono rimasti impressi i colori e gli odori di quel luogo familiare: l’officina meccanica paterna, l’odore della benzina, degli oli, delle auto, le nuove avevano un odore particolare, diverso dalle vecchie, dei motori smontati, era una miscellanea d’essenze che aveva imparato ad amare anche perché, in fondo, quegli odori li aveva sempre addosso suo padre, quando indossava la sua tuta da lavoro blue che gli confezionava, con amore, sua madre.
    Si era agl’inizi degli anni ’50 e, inopinatamente, il padre di Marco aveva ricevuto un ingaggio, con premio in denaro, dall’Automobile Club di Catanzaro, per disputare il Giro della Calabria, gara automobilistica di velocità per le macchine Sport a carattere internazionale.
    Lusingato dall’offerta, ovviamente, non poteva rifiutare e rinunciare a quell’opportunità ed accettò l’invito. Certo, egli sapeva che questo comportava notevoli difficoltà di carattere logistico ed organizzativo, non aveva mai affrontato un trasferimento, da Trapani, fuori dalla Sicilia con la sua macchina da corsa, con tutta un’organizzazione che supportava tale trasferta. In breve, tuttavia, riuscì a trovare un amico camionista che gli prestò il suo camion, sul quale fu caricata la macchina da corsa, in quell’occasione, il padre comunicò a Marco che avrebbe potuto seguirlo in quella nuova avventura sportiva.
    Considerata l’ammirazione che nutriva per suo padre, oltre all’affetto, egli non stava più nella pelle dalla contentezza, in verità, non fu quella l’unica volta che Marco lo accompagnò, nelle gare disputate in Sicilia, tuttavia, quella volta la cosa l’aveva toccato in modo particolare, egli aveva appena compito 13 anni. Ultimati i preparativi tecnici e logistici, il padre di Marco, un suo giovane allievo ed egli stesso, preso posto nella cabina del Camion, partirono alla volta di Catanzaro.
    Impiegarono quasi due giorni per giungere a destinazione, non c’erano ancora, allora, né l’autostrada siciliana della quale possiamo ora disporre, né l’Autostrada del Sole, esse non erano state ancora non solo costruite ma, neanche progettate; bisognava, quindi, per spostarsi con il mezzo meccanico, avvalersi delle strade di allora, non sempre in buone condizioni di percorribilità.
    A Catanzaro, sarebbero stati ospiti di una famiglia di conterranei, trapiantati in Calabria per motivi di lavoro. Il capo famiglia era un Funzionario dell’Amministrazione Finanziaria che aveva conosciuto il padre di Marco, in occasione di una sua venuta nella città d’origine. Era accaduto in quel frangente che gli si era guastata la macchina e il padre di Marco, sempre molto sensibile alle difficoltà altrui, gliel’aveva riparata senza chiedere alcun compenso.
    Questo comportamento del padre, per altro usuale, ovviamente fece nascere fra i due un’amicizia sincera, considerato poi che questo signore era un appassionato dello sport automobilistico, divenne un suo fan sfegatato. Avendo saputo, quindi, che il suo amico avrebbe preso parte al Giro della Calabria, aveva insistito con fermezza per avere il privilegio di ospitarlo a casa sua. Non capitava tutti i giorni che un concittadino disputasse una gara così importante e così lontana dalla sua città di residenza.
    Al loro arrivo trovarono un’accoglienza così calorosa ed affettuosa che sarebbe stato impossibile trovare di meglio. Di quella breve permanenza a Catanzaro, ospiti di quella gentilissima famiglia, Marco serba sempre un caro e vivo ricordo, sia per le attenzioni delle quali, tutti furono oggetto e lui in particolare, sia per i luoghi, tutti molto belli e suggestivi che fecero loro visitare.
    In quel breve e spettacolare soggiorno di vacanza, tutto fu bellissimo, tranne la conclusione della gara alla quale partecipava suo padre, che si concluse molto presto in modo inatteso ed amaro. Dopo avere iniziato bene la gara, infatti, sulle prime asperità della Sila la sua macchina rimase in panne. Gli ingranaggi del differenziale non avevano retto allo sforzo inferto loro dalla potenza del motore ruggente e si erano frantumati.
    Non potendo avvisare nessuno perché era rimasto fermo in un punto isolato del percorso, suo padre riuscì ad invertire il senso di marcia della macchina e a farla scendere, in folle, fino alla Stazione Ferroviaria. Caricato il mezzo su un vagone merci l’aveva spedito a destinazione poi, trovato un mezzo di fortuna, aveva raggiunto Marco ed i suoi gentili ospiti che lo avevano atteso invano per molte ore, tutti in ansia, per la mancanza di notizie ricevute. Lo sport automobilistico è fatto anche di queste cose, il guasto meccanico è sempre in agguato e non è mai prevedibile quando e se avverrà.
    Il padre di Marco, tuttavia, quell’anno ebbe modo di rifarsi; disputò, infatti, con la stessa macchina, un mese dopo, la XXXV Targa Florio sul mitico circuito delle Madonie, classificandosi al 1° posto della sua categoria e 6° assoluto della classifica generale. Marco, che anche in quell’occasione aveva seguito il padre, sembra ancora sentire l’inconfondibile odore della benzina Avio, mischiata all’olio di ricino che, ad ogni passaggio delle macchine rombanti in competizione tra loro, si sostituiva oscurandoli, agli aromi caratteristici della campagna siciliana.
    Come dimenticare quella che era stata, forse, la più grande affermazione sportiva della carriera di suo padre, costruttore e pilota ma, quanti sacrifici, quante rinunce, quanto lavoro ed abnegazione c’erano dietro quei successi sportivi e quanta fermezza e fiducia nelle proprie capacità. Quante notti insonni di preparazione e di messa a punto del motore e poi, giorni e giorni di prove, di nuovi accorgimenti tecnici migliorativi per la macchina.
    Nella disputa delle gare automobilistiche, c’erano pure le inevitabili defaillances, perché non si poteva sempre vincere o perché, a volte, cedeva un organo meccanico. Questi episodi, tuttavia, ricordati da Marco dopo tanti anni, con lo stesso fiero orgoglio delle cose che ci appartengono, quasi riesumati dallo scrigno della memoria, hanno il sapore forte e nostalgico delle imprese antiche, il fascino delle cose belle, preziose e uniche di una volta.

    Dal libro “Racconti” di Vittorio Sartarelli

  62. I CAPELLI DEGLI ANGELI

    Li chiamano capelli d’angelo
    quei fili argentati che a Natale
    coprono le spalle degli abeti.
    Ma i volti, gli occhi
    dell’innocenza soffocata dal dolore
    dove si nascondono,
    perché non hanno quella luce
    perché non entrano
    nei cuori e nelle case?
    Forse non vogliono,
    forse ci aspettano nei boschi
    tra le nebbie dicembrine
    nelle trine ricamate
    lungo i rami.
    Forse, gli angeli sono malinconici
    piangono, a Natale.
    E sciolgono i capelli sulle spalle
    per farci innamorare
    della vita
    che scorre luminosa
    sotto le lacrime.

    (tratta da “Verticalità”, Book Ed. 2009)

    Sandro Angelucci

    • Carissimo Sandro, l’armonia e la sacralità che connotano la tua poetica coinvolgono direttamente il cuore, senza stratagemmi, e lo elevano in una nobile “Verticalità”, in un desiderio d’infinito. E’ una ricerca del vero, la tua, che, anche quando la quotidianità ci disarma, sa cercare nel tempo interiore, nel silenzio dell’anima, quella spiritualità da opporre al relativismo che accerchia questa materialità sempre più instabile. E se gli angeli “malinconici/ piangono, a Natale”, se l’innocenza è “soffocata dal dolore” e tanti interrogativi resteranno irrisolti, un tentativo d’ascesa verso l’Assoluto potrà, forse, restituire un senso “tra le nebbie dicembrine/ nelle trine ricamate/ lungo i rami”, e una speranza “per farci innamorare/ della vita/ che scorre luminosa sotto/ le lacrime”. Porgo a te e famiglia, con i miei complimenti, i più affettuosi auguri di Buone Feste

      Daniela

      • Grazie di cuore, Daniela, per le parole del tuo graditissimo commento.
        Fa bene – credimi – sapere che una cara amica come te abbia percepito nella mia poesia quel “silenzio dell’anima” che costantemente mi parla di cielo.
        Affettuosamente,

        Sandro

      • Desidero ringraziare Robert per l’apprezzamento e la segnalazione del mio libro per i lettori del Blog.
        Con i miei migliori auguri,

        Sandro Angelucci

      • I capelli degli angeli è un titolo particolare e la poesia è delicatissima e originale. Un vero inno alla vita attraverso l’immagine degli angeli. Molto bella. Complimenti.

        Nicla Morletti

    • Mio caro Sandro,
      conosco bene il tuo libro e amo ogni tua lirica.
      I capelli degli angeli sono i fili degli abeti, ma soprattutto i ‘veli’ scelti dalle creature del cielo… dai nostri amori mai persi, eppure lontani… , per raccontarci il senso profondo dell’inflazionato termine ‘amore’.
      Gli angeli non approvano il Natale ‘orizzontale’ che scegliamo da figli di una società ‘liquida’, dove tutto è consumo. Ci ricordano l’antico senso di fratellanza, la necessità di tenderci ad arco gli uni verso gli altri e tutti verso il cielo.
      Il tuo dono ha sapore di monito e di preghiera.
      Ti stringo al cuore…

      • Maria carissima,
        il tuo commento, oltreché gradito, me ne ha ricordato un altro che non dimenticherò per la profonda empatia della tua squisita sensibilità.
        Ti dico, qui, grazie ancora. E, come allora, ti stringo nel mio abbraccio.

        Sandro Angelucci

  63. LA BOTTIGLIA DI VINO, IL LADRO E L’IO RITROVATO

    1968, da poco laureato, ebbi in dono una bottiglia di vino pregiato.
    Un mio vecchio e vero amico degli anni universitari sapeva che apprezzavo il buon vino.
    Se ne ricordò e alcuni mesi dopo la laurea me lo vidi arrivare.
    Aveva difficoltà economiche nel proseguire gli studi.
    La famiglia aveva avuto dei problemi dopo la morte della madre e di una sorella e il padre aveva un lavoro saltuario.
    Lui si dava da fare con tanti lavoretti, qualche lezione privata e quant’ altro gli permettesse di guadagnare qualche soldo per pagarsi gli studi.
    Riusciva ad andare avanti. Ritardò di parecchi anni la laurea ma alla fine riuscì a prenderla.
    Quando mi portò la bottiglia non ancora si era laureato.
    Me lo vidi arrivare una sera di maggio del 1968. La primavera era avanzata, la giornata era stata piena di sole.
    Il sole che quando a Napoli c’è luce folgorante in un mare dove il riflesso del Vesuvio trasforma l’acqua azzurrina in una splendida donna dagli occhi accesi che si protende sulla città.
    Abitavo,allora, in una strada non molto affollata,anche perché non c’era il traffico di oggi.
    In casa c’era una vecchia , ma solida credenza,che era di mia madre.
    Ancora è in mio possesso.
    Ha una struttura solida:due cassetti in alto, porta a due ante:un grosso solido rettangolo.
    Quando entrò in casa quella sera del due maggio 1968, ricordo ancora la data, stringeva fra le mani, con lieve imbarazzo nella posizione delle braccia, un cartoccio che manifestamente conteneva una bottiglia.
    “Nino , che fai qui”dissi.
    “Ti ho portato questa”mi rispose.
    E spingendo avanti le braccia mi offrì il cartoccio con la bottiglia.
    “So che a te il vino piace e sono contento di donartela.
    Non posso di più. Conosci le mie finanze” continuò .
    Ci avviammo verso il mio studio,intanto cominciai a scartocciare la bottiglia.
    Era un buon vino italiano, toscano, di quelli forti, che ti prendono alla gola col retrogusto e ti fanno sognare altre terre, altre voci, ti portano lontano nei luoghi delle eterne primavere, dove l’utopia si scontra con i sogni e fa vibrare le corde profonde della maschera nascosta che si cela nelle pieghe più intime del nostro io.
    Nino volle aprire subito la bottiglia.
    Si fece portare due bicchieri e vi versò del vino: nell’aria si sparse un profumo denso di fiori di campo misto a un vaporoso odore di caldarroste.
    Nei bicchieri il rosso lampeggiava controluce.
    Brindammo insieme.
    Poi, per la forza del vino, per il piacere dell’incontro iniziammo una discussione che riguardava i nostri interessi, ma che dopo si perse si confuse coi fumi del vino: eravamo noi con l’altro che era dentro di noi ed era venuto fuori a ciarlare.
    Quando ci lasciammo, a sera inoltrata, la nostra amicizia era più forte ,cementata dall’intensità metamorfica del vino.
    Passò del tempo, dopo quell’ incontro:forse un mese,due mesi, il tempo esatto mi sfugge .La bottiglia di vino era rimasta dimezzata o quasi;l’avevo conservata,ben tappata, nel frigo.
    Ragioni diverse mi avevano portato a lasciare la casa per un breve periodo di tempo.
    Per alcune settimane mi ero dovuto recare a Nizza: l’atmosfera, il sole la libertà della riviera francese mi fecero dimenticare completamente la casa con i suoi problemi.
    Una sera, nelle stradine della Vieux Nice,mentre colori e sapori giravano nell’aria affascinando udito e olfatto,su un piccolo tavolo di un ristorante vidi una bottiglia di vino, lo stesso che Nino mi aveva donato.
    La bellezza del cielo di Provenza , la luce forte di un tramonto infinito parve balenare attraverso la bottiglia dimezzata: fu un lampo che mi portò nel giro di un istante alla serata con Nino, alla sua bottiglia alla suggestione di quel vino.
    In realtà più che suggestione era presenza reale intensa di vita, che quel vino riproponeva e rinvigoriva. Mi sedetti al tavolo e volli riassaporare un’emozione che apparteneva al passato.
    Il giorno dopo ripartii per la mia città.
    Gli impegni erano terminati. Il volo da Nizza a Napoli fu breve: nel giro di qualche ora fui a casa.
    Ma a casa trovai la sorpresa:ladri erano entrati e l’avevano messa a soqquadro, portando via alcune cose.
    Non appena mi ripresi feci ulteriori giri per la casa e in cucina, sul tavolo, mi colpì la bottiglia di vino che il mio amico Nino mi aveva donato,vuota, insieme a due bicchieri.
    Mi avvicinai e trovai un pezzo di carta sgualcito, logoro, con questi versi:

    Bevi il tuo vino
    amico divino
    senti il profumo
    del timo che bolle nel timo.

    Bevi il tuo vino
    guida la mano
    al bicchiere che brilla.

    Nel cuore una stilla.
    Il vino scintilla
    in notti lunghe
    di attese di danze.

    Scivola nella mente
    il silenzio del vino
    e all’amico divino
    propone un inchino.

    Firmato: un ladro che beve il buon vino

  64. BASTONCINA

    Era una delle stelle più piccole del firmamento.
    Ogni notte illuminava il buio profondo del cielo con le altre stelle, e la sua luce, anche se piccola, era tra le più splendenti.
    Un giorno, dopo aver attraversato nello spazio una tempesta di onde magnetiche molto violente, iniziò a sentire alle sue punte dei dolori che col tempo divennero sempre più forti. Sperò di guarire, ma il Medico-delle-Stelle dovette purtroppo toglierle ogni speranza: ai danni delle onde magnetiche non c’era rimedio, la stellina era dunque destinata a non poter più salire con le sue sole forze ai livelli più alti del cielo.
    Ma lei non si scoraggiò: si fece dare dagli angeli un piccolo bastone per sostenersi e tentare di salire più in alto che poteva.
    Non capita tutti i giorni di vedere una stellina che si sposta nel cielo appoggiandosi a un bastoncino, e grande era la meraviglia delle comete e degli asteroidi che la incontravano. Le stelle sue sorelle, che ogni notte la aiutavano a salire, la chiamarono Bastoncina.
    Ma con il trascorrere degli anni le stelle si stancarono di aiutarla: erano troppo impegnate, c’era tutto un universo da illuminare, non c’era tempo per lei.
    E così Bastoncina, tristemente, dovette rassegnarsi a rimanere confinata nei livelli più bassi del cielo, orbitando lentamente intorno alla Terra sempre appoggiandosi al suo piccolo bastone.
    Passò forse qualche decina di secoli, poi una notte la stellina stava percorrendo il suo solito cammino quando scorse la figura luminosa di un angelo che le si avvicinava rapidamente.
    Lo riconobbe quasi subito: era Gabriele, non lo incontrava da tanto tempo.
    – Ciao Gabriele.
    – Ciao Bastoncina. Dio sia lodato, è un miracolo che tu sia qui.
    – Perché un miracolo ?
    – Perché in questo momento sei l’unica stellina così vicina alla Terra da illuminare la via a chi ne ha bisogno.
    – E chi può avere bisogno della mia luce ? – domandò triste Bastoncina.
    – Seguimi e lo saprai.
    Bastoncina seguì Gabriele scendendo sempre più verso la Terra finché riuscì a distinguere l’immenso Oceano, le terre del Catai, le Indie, la Persia.
    – Ora che abbiamo oltrepassato la Mesopotamia – disse Gabriele – cosa vedi sulla rotta del deserto che porta a Gerusalemme ?
    Bastoncina aguzzò la vista e distinse tre uomini a capo di una piccola carovana che, sui loro cammelli, avanzavano incerti fra le dune e le rocce.
    – Sono tre grandi re, i Re Magi – spiegò Gabriele – che sono in viaggio per Betlemme, ma nella notte buia del deserto hanno smarrito la strada. Bastoncina, sarai tu a mostrare con la tua luce la via per Betlemme.
    – Perché sono diretti lì ?
    – Perché a Betlemme, questa notte, nascerà il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo.
    Bastoncina ebbe un sobbalzo.
    – E io, proprio io, dovrei guidarli a lui ?
    – Certamente. Vedi all’orizzonte quella piccola capanna appena fuori Betlemme ? Il Salvatore sta per nascere lì.
    – Ma Gabriele, le stelle mie sorelle sono molto più grandi, più splendenti, potrebbero illuminare la via meglio di me…
    – No, loro sono lassù nel firmamento, sono troppo distanti, non arriverebbero mai in tempo. Invece tu sei qui, a percorrere il cielo con il tuo bastoncino, e il tuo cammino di dolore si trasformerà in un cammino di gloria immensa. Illumina la loro via, Bastoncina.
    La stellina scese più che poté, e quando si portò verso Betlemme vide che i Re Magi avevano cambiato il loro percorso e la seguivano.
    Facendo forza sul suo bastoncino, dimenticò ogni dolore e continuò a scendere verso la capanna che Gabriele le aveva indicato. Giunse sopra di essa e si fermò, illuminando il cielo circostante. Si accorse allora che molti pastori, anche loro guidati dalla sua luce, erano arrivati alla capanna con i loro greggi.
    Il Salvatore era nato, suo padre lo guardava con amore e la mamma lo teneva fra le braccia avvolto in un panno. Un bue e un asinello gli erano così vicini da sfiorarlo con i loro musi per riscaldarlo. Gabriele, con gli altri angeli, intonò dal cielo un canto di lode e di gioia che allietò il cuore di Bastoncina.
    Il sole sorse e tramontò una decina di volte, poi giunsero i Re Magi che, inchinatisi davanti al Bambino, lo adorarono.
    Bastoncina comprese allora che il suo compito era terminato e iniziò il ritorno verso il cielo, anche se era ben consapevole che i dolori non le avrebbero consentito di salire molto in alto.
    Fu allora che udì distintamente una voce:
    “Bastoncina, tu eri la più piccola delle stelle. Ora sali nella gloria dei cieli, sei la stella più fulgida dell’Universo e ti voglio accanto a me”.
    D’un colpo Bastoncina sentì svanire ogni dolore e lasciò andare il suo bastone, non le serviva più.
    Iniziò a salire più leggera dell’aria, più in alto di ogni altra stella, attraversò tutti i cieli e, accompagnata da Gabriele e dagli angeli che continuavano a intonare il loro canto di gioia, raggiunse finalmente il Centro dell’Universo per essere assunta in eterno nella gloria suprema del suo Creatore.
    Timur Lenk

    • Caro Timur, ho conosciuto la bellezza del tuo cuore lo scorso anno attraverso il concorso Emozioni.. Un anno è trascorso e il tuo cuore è ancor più lucente. Complimenti. Gaia

    • Caro Timur,
      conoscevo già la purezza del tuo animo, ma con questo raccontino hai mostrato la vericità del mio pensiero. Fascino e emozione mi hanno trascinato in un mondo dove mi piacerebbe esistere, un eterno mondo di bontà e umiltà.
      Grazie.
      Buon Natale!
      Marinella

      • Buon Natale a te, cara Marinella. La bontà e l’umiltà esistono ancora, anche se non si vedono facilmente. Ma, come dice il famoso Manoscritto di Baltimora: “Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo meraviglioso. Fai attenzione. Fai di tutto per essere felice.”
        Timur

    • E’ un messaggio di speranza e d’amore, questo lieve racconto, significativo simbolo della luce che il Redentore, con la sua nascita, ha donato all’umanità.
      Complimenti, gentile Timur, e carissimi Auguri di Buon Natale!

      Daniela

    • Grazie Timur,

      con la favola, dolce e delicata, della stella Bastoncina ci hai donato la prima grande emozione di questo nostro incontro nella Blog di Nicla. Grazie di cuore. Dalla tua scrittura, luminosa come “la stella più fulgida”, traspare l’anima di un grande uomo. Onorato di aver seduto accanto a te in una bella Cerimonia di premiazione del Molinello, di qualche anno fa, che certo ricorderai.

      R.

      • Caro Robert, certo che mi ricordo la cerimonia del Premio Il Molinello: era il 2008, e per me è come se fosse ieri. Spero di avere il piacere di incontrarti ancora in una prossima occasione. Grazie per le tue belle parole che mi inorgogliscono. I più grandi insegnamenti vengono dai piccoli, dagli umili, dai dimenticati come Bastoncina.
        Timur

    • Una fiaba la tua, Amico mio,
      che rappresenta la grande metafora dell’esistenza.
      Un’umile stellina diviene l’arco di luce in grado di guidare i Re Magi, di illuminare la notte della nascita di Gesù.
      Nell’ottica ‘degli ultimi che saranno i primi’ intoni la più tenera e profonda melodia del Natale, l’unica che sfugga ai non sensi imperanti.
      Mi sono commossa e identificata con la stella Bastoncina.
      Sai davvero svuotarti in amore…
      Complimenti vivissimi e un abbraccio.

      • Cara Maria, Grazie per le tue belle parole. L’Amore muove l’universo, e a muoverlo nel mio racconto, più che l’amore mio, è quello di Bastpncina.
        Caramente. Timur

    • Complimenti per il tuo bellissimo racconto, Timur. Colgo l’occasione per farti i miei migliori auguri di Natale e di un felicissimo Anno Nuovo, Lenio Vallati.

      • Ti ringrazio per il tuo lusinghiero commento, caro Lenio, e ti ricambio cordialissimi auguri per questa giornata di Natale e per un Felice Anno Nuovo. Timur

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