Scatti d’immenso, festa di fine estate 2010

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15 settembre 2010 – Partecipa all’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate“, organizzata in collaborazione con il Portale Manuale di Mari – Poesia e letteratura nei mari del web e Nicla Morletti


Settembre

Solca il cielo della sera
un ultimo stormo
e cede il vento fruscii alle foglie.

E’ settembre, amore,
ed io coglierò le melagrane
argentee della luna.

Fino alla fine dei tempi
amore
le coglierò per te.

Nicla Morletti


In questo periodo dell’anno raduniamoci proprio come rondini, in procinto di intraprendere un lungo viaggio, in stormi di poeti e scrittori. Partecipiamo all’edizione speciale dell’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate” con fuochi di poesia e d’amore, di parole ed immagini nel Blog di Nicla Morletti. Amore, ricordi dell’estate passata e suggestioni dell’autunno che avanza. Il tema è libero. Pubblichiamo nei commenti a questo post, da oggi e per tutta la prossima settimana, opere in versi e prosa. E’ possibile proporre anche immagini, foto relative all’estate appena trascorsa o a creazioni pittoriche e di arte visiva. Le immagini si inviano via mail a:

SOLIDARIETA’ – Chi vuole informarsi su cosa fare per aiutare il PAKISTAN può seguire questo link.

Agli autori delle immagini, delle poesie e dei brani più belli sarà donato un fiore offerto da Punto Flora o un libro offerto da Nicla Morletti. Vi preghiamo di non postare testi molto lunghi che possono rendere poco agevole la moderazione e la lettura dei commenti. Grazie per la collaborazione e buona scrittura!

CLICCA QUI per pubblicare la tua opera o il tuo commento.

Immagine: dalla foto “Swallow Moon Carnarvon” di Robin Hutton

292 Commenti

  1. Si mescolano le stagioni nel tuo canto, Robert, anche le rondini perdono l’orientamento e scelgono d’amarsi in autunno. Versi di Redenzione , di vita in eterno rinnovarsi, di sogni in fieri. Sei il Poeta che inonda l’anima di Luce… Che bello!

  2. COME D’ESTATE

    Quando il tuo sorriso
    incontra il mio sguardo
    è sole caldo di luglio
    è sempre bella stagione
    estate d’inverno
    e noi rondini al sud,
    nel tempo dell’amore,
    alle soglie d’autunno
    come d’estate ci baceremo

    • bello, Robert, l’abbinamento del sorriso di chi si ama al nostro sole del sud che scalda e che amiamo al punto da farci dimenticare, finché possibile, di migrare come rondini tristi.
      Ho sentito molto questi tuoi versi e colgo l’occasione per salutarti.
      Luciana

    • E’ vero, Robert, quando si è nella stagione dell’amore non esistono i passaggi delle stagioni. Io non li vivo con tanto struggimento. L’estate è anche un momento dell’anima. Complimenti!

  3. Fra Napoli

    E stavano appesi
    i panni appena lavati
    come pensieri al vento
    e non erano gli unici,
    quelli,
    ma tutte le case della città
    avevano pensieri appesi.
    Una finestra aperta
    sul mare di Napoli
    mi portava il profumo
    di una città ardente,
    e il sapore del caffè,
    il vociare della gente,
    il caos del traffico.
    Sulla luce
    di un Caravaggio
    tuffavo l’anima,
    mentre fuori
    il giorno
    diventava una sera
    senza silenzi.
    Fra Napoli
    camminavamo
    ritrovando la tenerezza.

    Ars

    • Ti aspettavo, Arsomnia, sembra incredibile, ma nell’immaginario, ti aspettavo davvero! Da napoletana sono entrata nei tuoi versi e ho camminato nei vicoli, dove i fili del bucato facevano a strisce i cieli estivi.
      Ho visto sfilare le istantanee dell’età perduta. Ho rivissuto la poesia della città dov’è melodia anche lo sventolar delle lenzuola, ‘il sapore del caffè’, ‘il vociare della gente’.
      Sei stata una straordinaria pittrice che ha scelto i colori giusti per dare risalto ai colori, ai profumi stordenti di Napoli. Nella tua tela sono tornata a casa, ho scoperto una volta di più d’amare profondamente l’unica dimora del mio cuore di vento.
      Ogni verso mi ha inciso l’anima. Grazie, amica nuova…per il talento imbevuto d’amore!

      • Cara Maria, se le mie poche piccole parole, fossero servite solo a questo fine,”farti ritrovare la dimora dove ancora alberga il tuo cuore”, allora non ho scritto invano. Napoli è una città straordinaria, “verace”, certamente non priva di contraddizioni, nella quale spero di tornare abbastanza presto.
        Grazie a te per avermi “aspettato” 🙂
        Ars

    • Un tuffo d’anima in una città ardente di saggezze antiche, paesaggi, culture, panni appesi, sapore di caffè, vociare di gente, caos di traffico che, come nei dipinti caravaggeschi, distendono fasci di luce su una parte di realtà lasciando avvolto nell’oscurità lo sfondo, dove una misteriosa commistione fra gioia e dolore, sacro e profano, dipinge la magia di una terra.
      Complimenti, Arsomnia, e un caro saluto

      Daniela

  4. Un incipit vibrante di lirismo il tuo, Clara, che lascia presagire una storia lieve e sensuale. L’aggettivo lieve nella mia accezione sta a indicare la tenera melodia tipica degli scrittori che sanno distillare la loro linfa dalla poesia. Mi sono emozionata e ho desiderato sedermi su quel ‘divano rosso’ per assorbire raggi di luna… Grazie!

    • Grazie Maria,
      ciò che ho trascritto è un momento lirico all’interno che amo molto anche per il significato sotteso che io conosco…il libro in realtà è una autobiografia un po’ particolare…siediti sul divano rosso, i raggi di luna ti abbracceranno…

  5. “Lì, la casa viveva nelle notti di luna quando tutte le colline assorbivano la sua bianca energia e il mare, da lontano, ne rifletteva la luce.
    La casa, allora si vestiva di luna, se ne beava guardandola e lasciava che un raggio arrivasse al suo cuore. La luce inondava il salottino, si posava sul divano rosso e aspettava e cantava e chiamava per vivere una notte magica prima che le colline diventassero buie e il mare, laggiù, inesistente.
    Tutto doveva vivere sotto la sua luce e la strana casa la aiutò. Danzarono insieme, argentee leggere eteree. Si videro riflesse allo specchio come fate buone dallo sguardo giovane brillante, dalla pelle lucente, dalla bocca sorridente, dai lunghi capelli luminosi avvolti da un velo argenteo. Leggere si spostavano nella stanza in una danza misteriosa, mentre il divano rosso cominciava a sospirare, a gemere, a sussurrare, a piangere, ad accarezzare, a stringere il suo raggio di luna”.

    Da “IL VIAGGIO DEL MIO CUORE-Parlando con Susan” di Clara Schiavoni, Editore L’Autore Libri Firenze (MEF), 2009.

    • Ciao Clara,
      una prosa poetica tersa e avvolgente, complimenti.
      Ci siamo conosciute al premio Zingarelli in una fredda sera d’inverno a dicembre scorso, ricordi? Eravamo tutte intirizzite ed emozionate dietro le quinte e la nostra scrittura ci riscaldava e infondeva coraggio.
      Bello ritrovare la tua poesia in questo salotto gentile di Nicla Morletti.
      Lucia Sallustio

  6. Autunno

    Ho mani grandi
    che si perdono dietro a te
    come foglie
    e tempo infinito da dedicarti
    languido come questo sole
    che tarda a scomparire tra le nuvole.
    Un soffio di vento ed è già autunno.

  7. Se…

    …e i mari scalassero le montagne,
    …e i fiori passeggiassero sulle nevi,
    …e le stelle scendessero a valle,
    se le stagioni fossero cinque
    ed io la quinta,
    io starei ancòra
    ad ubriacarmi di te!

    Era il 24 marzo 2007
    da “Estate 2005 e dintorni:sproloqui notturni in cerca di audizione e, comunque, fatalmente alle stelle!”-di Anònimo Capuàno

  8. 24 Agosto 2010:PLENILUNIO.

    C’è una luna che spacca la notte, stasera,
    e la frantuma in miliardi di stelle;
    c’è una notte che affetta il mio tempo, stanotte,
    e lo disperde dietro a una donna;
    c’è una donna a forma di stella, stavolta,
    e mi porta lontano anni luce..

    Era il 24 agosto 2010 intorno alla mezzanotte.

    • “Una donna a forma di stella”… ha fascino speciale questo blog, con le tue Muse, Mario, una Venezia ingioiellata, un profumo di melograne, stormi di rondini e lagune incontaminate… Ho scelto iil posto giusto per provare a sognare…Grazie.

    • Eh, la ricordo quella notte, credevo fosse la ‘donna cannone’, di De Gregori, e invece eri tu, che ti lanciavi nel firmamento dietro a una stella… ‘Donna a forma di stella’…è il titolo per un’altra canzone o forse per l’eterna tua stagione d’amore. Sei grande, Mario!

  9. L’azzurro del cielo
    si tinge di grigio
    come un giovane uomo diventato vegliardo
    un ultima foglia si stacca dal ramo
    mulinando a mezz’aria
    a cavallo del vento
    l’autunno e’ arrivato col suo fascino strano
    infarcisce i ricordi
    …di pioggia e di vento.

    ROBERTO SARRA

    • Caro Roberto,
      con sensibilità di “ultimo stilnovista” che la tua scrittura trasmette, colori l’autunno di grigio, ma di una tonalità ancora capace di infarcire i ricordi di pioggia e di vento. Questo è il tempo in cui le giornate iniziano ad accorciarsi e le notti diventano più lunghe. Per quanto mi riguarda, il pensiero della fine dell’estate, essendo freddolosa in modo patologico, un po’ m’immalinconisce. Tuttavia, ogni stagione ha la sua bellezza e questa, in fondo, intrisa di fascino strano, è la mia preferita, quella che definirei della meteo-saggezza. È il momento non solo del raccolto dei frutti da conservare durante l’inverno ma, in un certo senso, quello che induce a raccogliere anche le esperienze, a elaborarle in una esplorazione introspettiva più pacata e silenziosa. E, pur se spesso le emozioni si associano all’ombra di un sole velato, o a un senso di perdita, come quell’ultima foglia che si stacca dal ramo mulinando a mezz’aria, metafora di speranze e sogni che non vogliono cadere, la consapevolezza della caducità delle umane cose porta ad apprezzare maggiormente quanto già si è realizzato nella certezza che, nell’avvicendarsi dei giorni, per qualcuno, tornerà, comunque, la primavera.
      Complimenti!

      Daniela Quieti

    • Ah, Roberto, quale magia nella metafora dell’uomo e della foglia che si stacca dal ramo…Ho pensato a “Soldati”, la lirica ungarettiana di tutt’altro sapore…Ho vissuto intensamente i colori del tuo dipinto e sono rimasta ancora una volta stregata dalle tue doti di Artista! Un abbraccio.

      • SEI SEMPRE TROPPO GENEROSA CON ME TI SONO GRATO PER LA TUA INCOMPARABILE SENSIBILITA’, PER L’AMICIZIA SINCERA CHE RIESCI A DISPENSARE, PER L’ACUTA INTELLIGENZA CHE TI DISTINGUE
        UN SALUTO
        ROBERTO

  10. Ottobre

    L’ago ricurvo dell’autunno
    scuce le foglie ai rami
    senza fauci nello stagno,
    e sigilla il libro del sole.
    Io ne porto il bacio come colpa
    come la prima foglia che si stacca
    dalla memoria e continua la visione:
    Spettri di luce tra i canneti
    e piume d’oca.
    Forse come antiche condanne
    giovani denti illuminati
    rabbrividiscono crescendo in riso
    al pari di un sogno profondo
    facendo sgorgare un Mondo ignoto
    da qualche tic della zucca d’Ognissanti
    ostinatamente lì dietro l’angolo…

    Sergio Ghio

    • Ermetico e struggente il tuo canto, Sergio. Il verso ‘io ne porto il bacio come colpa’ ha impresso un sigillo nella mia anima… Forse tutti nell’avvicendarsi delle stagioni, nel fluire inesorabile del tempo, portano i baci della vita come ‘antiche condanne’, invisibili colpe da scontare. Per non essere abbastanza grati alla memoria, all’oggi, alla speranza del domani.
      Perdona la mia personale e forse erronea interpretazione dei tuoi versi. Mi hanno colpito molto… Complimenti!

    • Quella zucca d’Ognissanti coi suoi tic, ostinatamente dietro l’angolo… mi parla di disillusioni.. è lei che ghigna su quel Mondo ignoto sgorgato da un sogno profondo. Un Mondo fatto d’anime e reali illusioni, un po’ come il sonno e la veglia s’alternano fino a mescolarsi. Mi gusto i versi d’incipit.. “l’ago ricurvo dell’autunno”, così come tutta la prima strofa, mi ricorda la schiena ricurva di un vecchio, i suoi denti mancanti, quella bocca sigillata su una giovinezza svanita, perduta negli anni trascorsi, quelli dove l’amore ardeva in baci che la memoria ricorda come fotografie appese con le puntine.
      Scusa, Sergio. Nessuna intenzione di interpretare i tuoi versi, solo parlarti di ciò che mi suscitano e ringraziarti per questo.
      Con viva cordialità
      Ars

      • Grazie a te Ars,per la precisa disamina dei miei versi.Se poi suscitano in chi li assapora una gioia profonda,non posso che esserne felice.Non amo il verso e il gusto di ingannarmi.La gioventù,carissima certo ci vorrebbe,parafrasando l’Alceo di Messene,essa corre come la fiaccola al vento del bosco…Quanto al mondo,mi viene voglia di dire,che non è più mio,non annuncia più miracoli (ahimè,forse nemmeno letterari?) e spesso provo una tormentosa pena profonda,forse resa puerile dall’età.Tanto,discutere di ispirazione non serve.Così come di vincoli d’amore (letterario) che avvolgano di dolcezza.Io mi gusto il mondo,di tanto in tanto,il Vecchio; e me ne guardo bene di rompere con lui.Da parte tua,è gentile davvero discutere così umanamente perfino con un vecchio diavolo come me.
        Sinceri pensieri,e pascoli verdi.
        Sergio Ghio

  11. ROSSANA

    – Non ho mai chiuso occhio. Mi sono alzato alle quattro e mi sono cotto un piatto di spaghetti – la voce rauca del pensionato si udiva in tutta la piazzetta antistante il molo.
    – E la cazzuola dove l’hai messa? Mai ti ho visto senza cazzuola – i due confabulavano per l’auditorio, per noi che attendevamo sotto il sole cocente del primo pomeriggio il momento di partire.
    – La cazzuola… sai che tutte queste case che vedi le ho tirate su io? Alla fine ero sempre sui tetti.
    – Certo che sei uno strano uccello! Volevi fare il nido? – l’altro rispondeva con tono più pacato, ironico, mentre sbirciava il quotidiano.
    – Da lassù controllavo. Mi piaceva vedere la gente che si alzava e andava al lavoro. E da lassù vedevo passare Rossana. Tutte le mattine feriali alle sei arrivava da quella strada e si incamminava verso l’attracco del traghetto. Andava a insegnare in città.
    – L’avrei voluta anch’io una maestra così. Era una donna di classe. La migliore dell’isola.
    – La salutavo sempre. Con la mano. Ma non mi ha mai risposto…
    – E che vuoi – lo interruppe girandosi finalmente a guardarlo il compare – vuoi che rispondesse a te! Ma ti sei visto, Giuseppe? Chissà dov’è adesso. Avrò sposato uno ricco.
    – Sta nel continente. Stanotte pensavo a lei – l’uomo si alzò asciugandosi con un fazzoletto il sudore che gli imperlava la fronte
    – Amen – rise forte l’altro – Tu c’hai due buone mani. E la notte c’hai la bocca piena di spaghetti. Forse anche di vino, come me. Ma pensare non fa per te.
    – Era troppo caldo stanotte. – il vecchio si rimboccò la canottiera nei pantaloni – Quella me la ricordo ancora. Pensa che passava sotto di me con un mazzo di fiori.
    – Alle sei di mattina! Chissà quanti spasimanti aveva! E tua moglie che dice? Lo sa che ci pensi ancora?
    – Abbiamo scelto il nome insieme – il pensionato sorridendo si stava incamminando verso la viuzza soleggiata che portava all’entroterra. Aspettavamo con curiosità la battuta finale del primattore.
    – Che nome, Giuseppe, di che parli? Il sole ti ha picchiato sulla testa? – ora era lui a alzare la voce.
    – Nostra figlia, quella fa la maestra a Torino… l’abbiamo chiamata Rossana.

  12. Roccia spaccata, boschi, sabbia, cielo, onde, gabbiani, bastioni, dolci colline in discesa verso un dolce mare evocano un’ancestrale memoria incontaminata, sopravvissuta ai tumulti della storia e del mito, capace di consegnare ancora risposte a chi voglia ascoltarle nei segreti messaggi di un’arcana spiritualità

    Daniela Quieti

  13. ARCANA CAJETANA
    Questa sera scenderò dalla montagna. Percorrerò i bastioni del Grande Castello saltando da una torre all’altra più veloce di qualsiasi essere mortale, sfiorando le ali dei gabbiani in volo, poi mi inoltrerò silenzioso e invisibile ad occhi umani per i vicoli della città vecchia. E’ lì che ho eletto da qualche tempo il mio domicilio.
    A dire il vero, ho eletto a mio domicilio questa terra e questo mare dall’inizio del mondo.
    Zona meravigliosa, la mia: una montagna di roccia spaccata a metà, ricoperta di boschi e di bastioni; una sabbia finissima, il cielo, le onde. Una zona incomparabilmente dolce, con dolci campi coltivati e dolci colline in discesa verso un dolce mare.
    Ho visto qui uomini d’armi trovare riposo, filosofi trovare risposte e religiosi venire ispirati dalla voce divina.
    E’ sufficiente ascoltare, abbandonarsi all’incanto e la mia terra, il mio mare parleranno. Io parlerò.
    I primi uomini ascoltavano trepidanti, mi celebravano sacrifici e da me ricevevano messaggi per bocca delle mie donne ispirate. Poi, l’oblio. Chi conosceva il mio nome non l’ha più pronunciato, ed il nome è morto con lui.
    Ma io non ho cessato di esistere, né di abitare questa terra. Dopo tutto, se da duemila anni che sono per me brevi istanti, i mortali non mi offrono più sacrifici ma c’è ancora chi crede agli angeli protettori, allora è un po’ come se credessero ancora in me.
    Ormai molte migliaia di anni fa, ho visto arrivare le prime navi a vela e a remi. Gli uomini sono sbarcati sulla mia terra, hanno costruito porti e villaggi, hanno pescato nel mare e coltivato i campi.
    Ricordo il passaggio di Enea, ed ho accolto con riguardo l’anima e le spoglie di una donna di nome Cajeta, vecchia nutrice di quel grande condottiero, che volle tributarle qui gli onori funebri e intitolarle la prima città fondata nella mia terra.
    Tempo addietro, un promontorio poco distante segnava il regno di colei che gli uomini hanno conosciuto col nome di Circe. Ma non confondiamo: a differenza di me, lei era una maga, quindi intensamente corporea, con tutti i limiti ai suoi poteri che ciò comportava. Io non ho mai avuto a che fare con lei, so solo che ad un certo momento è scomparsa. Io no, e ricordo il piacere che ho provato quando Ulisse riuscì a vincere gli incantesimi insidiosi di quella perfida maga.
    Ho visto passare Caio Mario, duro e tormentato, diretto alle paludi di Minturno con l’animo del cacciatore cacciato, e ho visto Cicerone che andava incontro alla sua morte. Ho visto erigere il mausoleo di Lucio Munazio Planco, imponente cilindro di marmo e pietra sulla vetta della montagna, e le ville di imperatori come Tiberio e Domiziano.
    La mia terra e il mio mare hanno sempre cantato il puro, libero piacere della vita, eppure i tempi non sono stati sempre lieti e tranquilli.
    Confesso di aver provato un po’ di paura il giorno del terremoto, quando la grande montagna iniziò a tremare violentemente: io ero lassù quando si spaccò come una giara d’olio, e ricordo ancora i miei capitomboli e i ruzzoloni fra gli alberi, le rocce e i sassi. Pur essendo immortale ne uscii piuttosto malconcio, ma assistetti ad un grandioso cataclisma, degno del Dio Vulcano.
    Ad un tratto mi si aprì letteralmente la roccia sotto i piedi e mi trovai lanciato all’interno di un crepaccio. Fui costretto a ricorrere a tutta la mia agilità per aggrapparmi alla roccia e non precipitare nell’abisso: piantai le dita nella pietra e rimasi appeso finché il terremoto cessò. Mi arrampicai allora sulla sommità della spaccatura dopo aver lasciato per ricordo l’impronta delle mie dita affondate nella parete del crepaccio. Venni in seguito a sapere che quel terremoto era avvenuto nell’anno degli uomini 33 dopo Cristo.
    Un giorno, qualche secolo dopo, avevo assunto forma visibile e mi trovavo ad osservare la mia vecchia impronta nella roccia; preso dai ricordi di quel formidabile evento, mi venne spontaneo di infilarvi nuovamente le dita. In quell’istante sentii un urlo dietro di me, mi voltai di scatto e vidi due uomini che mi stavano osservando paralizzati dal terrore. Non penso di essere così brutto d’aspetto, sono armonioso e proporzionato come un atleta umano, ma forse li impressionò la mia nudità o i miei capelli neri con riflessi verdognoli, lunghi sulle spalle, o forse la mia pelle color del bronzo. In ogni caso non mi fermai certo a discutere, estrassi le dita dall’impronta e, inseguito dalle grida di quei mortali, scivolai rapidissimo giù per il crepaccio fino al mare racchiuso nella grande grotta sotto la montagna, lasciando altre impronte nella roccia, oggi quasi tutte sparite. Mi immersi e nuotai fino a raggiungere la spiaggia del Serapide per scomparire poi nella foresta sui fianchi della montagna.
    Seppi, molti anni dopo, che la mia impronta era stata chiamata dagli uomini la “Mano del Turco”, chissà poi perché !
    Ricordo gli anni in cui superbe navi percorrevano il mare e attraccavano nel nostro porto. Distinguevo dalle loro insegne i vascelli delle quattro grandi Repubbliche Marinare: Venezia, Amalfi, Pisa e Genova. Mi spiace che gli uomini ricordino solo queste quattro e si siano dimenticati di Gaeta, che come città marinara non era seconda a nessuno. Ma io so il perché: a differenza delle altre Repubbliche, Gaeta, fosse stato per lei, non si sarebbe mai imbarcata in guerre e conquiste, ma solo nel commercio; la verità è che questa terra non ha mai ispirato ai suoi abitanti pensieri violenti di predominio.
    Purtroppo, proprio per la sua posizione, a Gaeta è stato sempre imposto dagli altri il ruolo di fortezza. Ho seguito con curiosità, nei secoli, la costruzione del Grande Castello: quanti re ci hanno messo le mani, e quanto tempo hanno impiegato a terminarlo ! Mi è sempre piaciuto scalare le sue mura e passare inosservato fra i soldati delle varie guarnigioni che vi si sono succedute.
    E poi le fortificazioni sul porto, gli assedi, le battaglie in mare…
    Non so dire quante volte ho rimpianto i bei tempi antichi, quando la mia terra non era oppressa da bastioni di pietra, né percorsa in lungo e in largo dagli eserciti e, se proprio gli uomini si volevano combattere, usavano spade e lance e non quegli strumenti assordanti chiamati fucili e cannoni.
    Ma ora, da qualche anno, è tornata la pace, anche se i mortali si sono moltiplicati a tal punto che dilagano sulla mia terra e, pur facendo loro stessi un fracasso incredibile, la trovano bella e riposante, ma non hanno la minima idea di come fosse un tempo veramente tranquilla, meravigliosa e incantevole.
    Io osservo spesso dall’alto la baia del Serapide, badando bene di non assumere la mia forma visibile.
    I mortali non lo sanno, ma ho un posto d’osservazione privilegiato: sul fianco della Montagna Spaccata che guarda la baia, proprio su un muretto delle vecchie fortificazioni, due arbusti sono cresciuti da uno stesso ceppo e negli anni hanno formato una cornice a forma di ferro di cavallo. Io mi siedo lì in mezzo, sul tronco, lasciando penzolare le gambe sui mattoni del muretto, e dal mio trono silvano osservo tutta la vita brulicante nella baia. Non parlo dei mortali, che durante l’estate invadono in modo indegno il mio mare e la mia terra, ma delle creature marine di cui percepisco la presenza fino al limite dell’orizzonte: delfini, balene, squali. Osservo sul filo del tramonto i grandi banchi di pesci, e sento lo scivolare delle pinne alate delle razze sulla sabbia del fondo, e anche i movimenti dei granchi e delle murene negli anfratti marini al di sotto della montagna, là dove le onde senza fine entrano ed escono come aria dai polmoni ed echeggiano il profondo, roco, inimitabile respiro del Dio del Mare.
    Mi piace molto, soprattutto nelle ore notturne, percorrere inosservato le vie tortuose della città vecchia. Nessuno percepisce la mia presenza tranne i gatti, che spesso si avvicinano e mi parlano, ma posso contare sulla loro discrezione: hanno così tante cose, loro, da nascondere agli umani…
    Talvolta arrivo a sfiorare quei mortali che, con i loro abiti ridicoli, scendono al porto per passeggiare o mangiare in qualche taverna. Di solito mi mantengo silenzioso, ma a volte mi diverto ad arrampicarmi su una parete dei bastioni o sugli arbusti che ricoprono le vecchie mura dei vicoli, facendo frusciare le foglie. Allora qualche mortale si volta incuriosito, anche impaurito, guarda in alto ma non mi vede e, dopo essere rimasto un istante perplesso, scuote la testa e riprende a camminare.
    I mortali non mi conoscono, non sanno neppure lontanamente che esisto, ma non importa, non è necessario che lo sappiano: io ci sono e proteggerò per sempre questi luoghi. Perchè io sono lo Spirito di questo mare e di questa terra.
    Perchè io sono lo Spirito di Gaeta.

    • Timur, ti ritrovo, dopo la Fiera dell’estate,
      sempre sopra le righe, misterico e ricco di verità storiche. Ho abitato a Formia, la montagna spaccata è diventata una dellemie mete preferite. Incute timore e attrae come calamita. A saperlo che abitavi lì, ci saremmo conosciuti vent’anni fa.
      Bella la disamina delle storie viste dal castello. Effettivamente Gaeta avrebbe meritato il posto di quinta repubblica marinara. Le è stato attribuito quello di fortezza…per la sua particolae posizione era una roccaforte e un luogo di difesa nel corso dei conflitti. E quel terremoto! Narravano fosse conseguente alla morte di Gesù. La montagna si era spaccata in seguito al boato avvenuto quando esalò l’ultimo respiro…
      Tu sei ‘lo spirito di Gaeta’ e sai molto di più. Quella mano l’ho posata anch’io e l’anima ha tremato.
      Il tuo racconto, Timur è avvolgente. Scritto nel tuo stile particolare che sa di mistero e mistero non è…almeno non del tutto. Continui ad affascinarmi. Complimenti vivissimi!

      • Cara Maria, è bello ritrovarsi con una lettrice affezionata come te. Grazie per le tue belle parole… Non so se posso identificarmi con lo spirito di Gaeta, ma certo un’ispirazione mi ha raggiunto e mi ha trasmesso forti sensazioni. Spero di leggerti di nuovo con gioia. Caramente, Timur

    • Ci complimentiamo, ancora una volta, con Timur Lenk per questa prosa così curata, avvolgente, densa di immagini ed ispirazione.
      Timur Lenk riceverà il libro in dono offerto da Nicla Morletti.

  14. Ancora silenzio

    La luce penetra dalle persiane
    nella mia stanza.
    Ancora una volta silenzio
    intorno.
    Il sogno di sempre:
    trovarti accanto.
    Ancora una volta silenzio
    intorno.

      • Cara Nicla,
        è vero che il silenzio spesso esprime molto più delle parole, soprattutto se si è in simbiosi con l’altro che è di fronte a noi: del resto molteplici sono i modi di dialogare, ed io siceramente penso che il silenzio sia uno di questi.
        Grazie per le tue parole. Angiolina

      • Cara Nicla,
        è vero, e spetta a noi decidere se esprimere ciò che è dentro di noi o custodirlo in silenzio nel profondo del cuore. Un silenzio forse accompagnato dalla risacca del mare, come nel mio racconto “Arcana Cajetana” che appare qui un poco di seguito.
        A presto. Timur

      • Caro Aretino,
        ci sarebbe molto da scrivere sulla forza del silenzio: vedi a me piace molto ascoltare ed oggi, in un mondo in cui tutti vogliono solo parlare, penso che emozioni, sentimenti, idee non sempre riescono a colmare grandi vuoti che abbiamo dentro.
        Un abbraccio Angiolina

      • Cara Daniela,
        grazie per la citazione sul mondo classico: forse oggi è un “mito” porsi in ascolto di ogni realtà e gustare la meravigliosa creatività del silenzio.
        Grazie per i complimenti. Angiolina

  15. Giungerà l’inverno

    Giungerà l’inverno
    a ghiacciare i cuori
    di qunti, indifferenti,
    percorrono di continuo
    le solite vie.
    Giungerà l’inverno…
    per diventare
    più autentici.

    • Dolce Angiolina, attendi l’inverno la stagione dei ‘cuori ghiacciati’, non distratti dagli interessi più o meno futili. Attendi il freddo per provare a scoprire nel tempo meno amato, il senso del vero.
      Una lirica originale e dal sapore di monito la tua.
      Proverò ad attendere l’inverno con te… magari tenendoti per mano!

      • Cara dolce Maria,
        vedo che hai compreso nel modo giusto il senso di questa poesia, aperta a varie interpretazioni. Anche se non sembra è un inno alla pace ed alla serenità che solo l’inverno può dare, quando ci si scalda in emozioni e pensieri nel caldo camino, anche se immaginario, che protegge dal freddo intenso.
        Grazie per l’immagine meravigliosa di quel tenermi per mano!!!
        Angiolina

  16. TRASPARENZA

    Il tuo corpo ninfale
    traspare in superficie,
    bianco nell’azzurro.
    Leggero velluto
    come piuma celeste
    galleggiante nel cosmo.

  17. CREATURE DELLA NOTTE

    Boschi e montagne
    ho percorso in lungo e in largo
    cercando risposte
    ad un apparente ignoto;
    cercando risposte
    nei segreti della natura.

    Era peggio, prima
    in un mondo convulso
    era peggio, là fuori, nel mondo
    che mi ha cacciato.

    Ecco la barriera d’ alberi
    coi tronchi che sembrano
    voler fermare la luce:
    solo pozze scure fra gli alberi,
    e io dovrò entrarvi di notte!

    Dentro il buio
    più profondo della notte
    con gli alberi svettanti
    come pilastri di un tempio oscuro
    cerco orientamento invano.
    Sono perso in questa foresta
    dove ogni mistero è in agguato;
    ma io non credo
    in sciocchi luoghi comuni:
    NON CREDO IN UN’ OSCURITA’
    SOLTANTO MINACCIOSA.

    Su consiglio di qualcuno
    sono entrato in questo luogo,
    atterrato in questo grumo di tenebra
    a cercare indizi di vita
    e trasalire ad ogni rumor
    di frasca o di fronda stormente.

    Dura ore e ore, questa notte,
    ma l’ attesa m’ ha reso curioso.
    Chi è che mi parla
    in modo così inusuale?
    Sento voci amiche avvicinarsi.

    Ore di buio notturno,
    ma l’ attesa mi rende entusiasta.
    Eccoli, sono loro!
    Le creature di questo bosco incantato
    s’ avvicinano e mi girano intorno
    coi loro corpi quasi lucenti.
    Linguaggi diversi
    ma d’ istinto ci capiamo.
    Che sorpresa!

    Salve, o amici della foresta.
    Salute, amico e nostro ospite.
    Sei venuto in questo bosco
    per cercare un mondo nuovo?
    Adesso t’ accogliamo in mezzo a noi
    perché sei voluto venir qui
    quando altri non credevano.
    Stai finché vuoi
    e riposati!

    Creature della notte
    scintillanti di vita
    porterò la vostra luce nel mondo
    per trasformar in realtà la fantasia.
    Con voi ho vissuto speranza e avventura
    in questa buia, ma incredibile foresta
    che per qualche ora
    è stata il mio regno,
    la mia casa.

    (mi piace andare nei boschi, d’ estate)

    • ‘Non credi in un’oscurità soltanto minacciosa’, Ermanno, e vinci la tua bataglia con la tenebra. Il viaggio nel bosco, classica, dolcissima metafora della vita, rivela incontri luminosi con elfi, fate, creature del bene che al bene spronano. Didattica e ricca di messaggi d’amore la tua lirica…la più lieve delle ‘fiabe per adulti’ della sera, visto che l’ho letta dopo le 22,00.
      Grazie e vivi complimenti!

  18. LA STRADA

    Sei infine arrivato ad Agosto
    mesi e mesi di duro lavoro
    ma ora puoi riposare.
    Andrai forse al mare?

    Prepari i tuoi bagagli
    poche cose, ma le più importanti;
    sei stanco.
    Andrai forse a dormire?

    Lungo una strada assolata
    un campanello suona.
    Ehi, sveglia!
    Non t’ addormentare!

    Chilometri e chilometri
    non senti la fatica
    ora finalmente
    sei sulla tua strada.

    I pali del telegrafo
    t’accompagnano ogni giorno
    a inseguire albe chiare
    e accesi tramonti rossi…

    La tua mente è guidata
    dalla meta finale
    e si protende verso un segnale lontano
    galleggiando nella torrida estate.

    Il mondo intorno ti gira
    come una giostra lontana
    ed ora sei immerso in quello
    che hai sempre sognato.

    Tu, due scarpe da tennis
    un sacco in spalla
    ed una chitarra.

    La gente si gira
    e ti guarda ammirata:
    cammina, ragazzo,
    non fermarti e vai!

    Andata e ritorno
    verso un luogo
    per dare qualcosa di te…

    …e nuotare nei mari
    dove t’ ha condotto
    il fiume d’ asfalto.

    E vedrai…
    non te ne pentirai
    non lo rimpiangerai.

    ispirata in parte da “on the ” telegraph road” dei Dire Straits

    • Il ragazzo ha gambe lunghe e maniche arrotolate su braccia muscolose, Ermanno; il ragazzo ha la forza dei sogni che tu descrivi in crescendo rossiniano… Non può fermarsi. Ha conquistato il suo giorno e saprà viverlo.
      Forse dietro quel volto, quella chitarra, quel coraggio, la tua storia di sempre…forse…
      Una bellissima avventura di luce. Grazie!

  19. Albero storto

    Albero storto non per tua natura
    ma per maligno volere,
    tesi ogni volta i rami verso il cielo
    e un destino malevolo che torce
    il corpo in malformate pieghe
    e disperate guglie
    verso il cielo.

    Ma il seme ad altri identico
    che divise la terra;
    il bel germoglio
    che cingeva il giardino
    – e fioriva la scala della casa -;
    perché ora è mutato in quella attorta
    voglia di luce…

    Non ti hanno reciso. Serviva
    la tua diversa
    pena
    per ammirare oltre misura
    gli altri.

    Ma ora perché il vento sulle cime
    fruga i tuoi stami,
    per nessuno…

    O sei parte di un gioco che non sai,
    e le tue spore inutili a vedere
    lo stesso vento posa
    su fiori a te lontani
    ma in attesa
    di un’altra mai pensata
    nuova
    vita.

    • ….Serviva
      la tua diversa
      pena
      per ammirare oltre misura
      gli altri.

      Bellissimi versi e altrettanto profonda la cosiderazione, l’albero è da sempre metafora della condizione umana, dell’essere umano disperso in una natura che ha le sue risposte e un suo equilibrio che a noi pare ingiusto.

  20. Insieme la vita

    Notte.
    Due antiche voci mi chiamano
    ai piedi dell’albero.
    Dal cancello chiuso un bambino
    corre e sale sui rami,
    cogliendo ciliegie rubino
    gioca e divora la sua fame.
    L’altro ansioso le raccoglie
    nel cesto per la casa.

    Un latrato,
    e giù a precipizio le mani
    intrise di succo, di sangue.

    Ma dov’è l’albero. Io
    chi sono.
    Quali ferite bruciano ancora:
    ingorda bella smania mai saziata,
    o quel viziodovere religioso
    pagato poi
    con quanto rimorso dolore.

    Aperta ferita,
    fammi bambino e frutto
    labbra macchiate di fame.
    Mia impigliata voglia di germoglio
    sii a piene mani cesto travasato
    in abbondanza
    da bocca a bocca a mordere
    a donare
    giocando
    insieme
    la vita.

    • Caro Mario,
      il tema dell’albero ti è molto caro, e riporta alla natura leopardiana, madre e matrigna. In questa lirica struggente l’albero dalle ciliegie mature, che possa farti ‘bambino e frutto’ e donarti ‘labbra macchiate di fame’ è perduto. l’hai osservato dalla finestra di un’altra età, ricordo, o forse solo sogno…L’hai desiderato, come si desidera il succo della vita che spesso resta nei cesti dell’infanzia, nel potere meraviglioso di realizzare il possibile e l’impossibile!
      Sono saltata nel tuo quadro dalle tinte forti e calde e mi sono commossa su quella magica chiusa. Riuscirai a ‘giocare la vita’…il desiderio, a volte, è il primo passo! Grazie per ogni verso, per le molteplici emozioni!

      • Grazie, Maria, per le tue benevole parole. E sono felice soprattutto della tua “commozione”, che è segno di sensibile partecipata umanità.

      • Cara Nicla, ti ringrazio della tua attenzione. C’è un “silenzio” in cui l’anima si rifugia quando il ricordo è proprio (come la parola) un morso al cuore. Ma il tempo non mi divora più, camminiamo serenamente insieme. Perché “Ho spento gli orologi”.

  21. Questo Blog, con tutti voi, adesso è un bel giardino di settembre. Petali di rose, rondini in volo e fiori di parole. Un romantico lampione tra gli alberi, clima mite, musica avvolgente. E’ la nostra festa, cari autori, la festa di chi nutre sempre la poesia e la bellezza del cuore con amicizia, solidarietà e amore.

    Un caro saluto a tutti!
    Nicla Morletti

    • Cara, dolce, Signora Nicla,
      dice ‘fiori di parole’ e dà senso pieno al nostro essere qui, vicini e uniti… Desiderosi di fare dono e di accogliere il Dono, ovvero di sfogliare i petali delle altrui parole per divenire meno poveri e meno superficiali.
      Un abbraccio sentito! Maria Rizzi

  22. ABISSO

    Nel vespro chi si tuffa
    cerca una confidenza con l’abisso
    tralascia le parole
    perché ne sa il pericolo
    la mente che lo segue inerte
    riceve il mare come un sacramento
    è solo quel corteo di vento
    che solleva folate di sabbia.
    L’amore è tutto in sé
    e senza tempo.

    BRUNELLA BRUSCHI

    • Sì, Brunella, il mare può divenire un atto d’amore simile a ‘un sacramento’.
      E, nell’ora azzurra del giorno, é atto sublime, di vita e di lirismo, ‘tralasciar le parole’ e affidarsi al ‘corteo di vento’, alle ‘folate di sabbia’. Sei profeta dell’amore-essenza che può riempirci e renderci eterni. Sei poetessa dalla ‘Voce’ simile ad arpeggio, che intona inno di felicità, non di dolore.
      Splendido scoprirti e sentirti così vicina alla mia intimità. Grazie di cuore!

      • A volte nel vento

        a volte nel vento
        mi par di sentire
        parole d’amore che
        da Te vorrei udire e
        se chiudo i miei occhi e
        mi lascio cullare
        da mani sapienti
        mi sento sfiorare
        carezze d’amore
        che fanno vibrare
        che plasmano l’anima e
        fanno sognare
        a volte nel vento
        mi tocchi lo sento.

  23. CELENTERATO

    Le mani sono cosi innamorate
    che diluiscono nell’acqua
    la propria superficie
    mentre collaudano il movimento del mare.

    Le dita non afferrano forme
    succhiano protoplasma
    come una mente plasma idee
    che di continuo mutano lo scheletro del mondo.

    Ci sono vite che entrano
    in un elementare divenire del cuore
    a volte siamo attinie e oloturie
    dalla parvenza fiorita prive
    di consistenza.

    BRUNELLA BRUSCHI

  24. FOGLIE

    Magari queste innervate foglie
    che nella trasparenza
    si consumano
    fossero l’humus d’un volo d’aria
    i versi le sinapsi
    in cui s’impiglia la rugiada del mondo
    che dagli occhi va al cuore
    e tu a un risveglio d’astri
    scoprissi che ha più vita la morente
    foglia che la gemma.

    BRUNELLA BRUSCHI

    Il mio commento è nel pensiero che trama i versi, con i quali vorrei partecipare al concorso. Cordiali saluti a tutti. B. B.

    • Brunella, un “Sabato del villaggio”, parafrasato il tuo… La gemma morente ‘è più viva che la gemma’. Un invito caldo, sospeso tra magiche metafore, a cogliere l’attimo dell’Amore, a non perdere l”humus’ dei giorni in fila, come perle di una collana, apparantemente uguali, in realtà ricchi di vibranti emozioni. Un invito a soffermarci sul bordo del tempo, per capire, in pieno, che la rugiada è tempo dilatato, da non lasciar scorrere.
      Ricca di filosofia e di altissime suggestioni la tua lirica. Mi ha resa più attenta allo scorrere degli eventi e molto vicina al tuo cuore. Grazie!

  25. ..e comunque a Silvia, anzi a “17 Silvie”.

    E per scale antiche o nuove di zecca,
    dai gradini di vetro o di fili di biada,
    dalle rughe di gesso o delle tue mani,
    sui gradini di una notte o dei tuoi seni di mandorla,
    ti bacerò sugli occhi e sul ciglio del cuore.

    Era il primo agosto 2010 alle ore 11,53

    • A 17 Silvie, Mario?
      Non starai esagerando? Forse molte delle tue Muse son ‘d’acqua, sole e vento, sospese in una vita simile al sogno, tra reale e irreale,…
      E comunque dee fortunate…provo a includermi anch’io, che possono adagiarsi sul ciglio del cuore, attendendo gocce d’amore…anche in versi, come questi…
      Sei un vero funambolo dei versi!

      • Carissima e simpatica Maria,
        di getto rispondo al tuo commento!
        Non ho mai fatto mistero della mia ..POLIGAMIA LIRICHEGGIANTE,che però è quella che mi fa ancòra scribacchiare in versi semplici!
        Queste mie fantastiche 17 MUSE-SILVIE esistono per davvero e sono DONNE normalissime,che però ispirano la mia fantasia per quei piccoli particolari tipicamente femminili che da sempre ,in fondo,hanno offerto motivi di peoduzione poetica all’uomo, da quando l’uomo e la POESIA esistono.
        Semmai la ..novità è che io lo dico candidamente che ho..17 MUSE ispiratrici Maggiori ,cui vanno ad aggiungersene 17 di Minori e 17 in via di collocazione definitiva!
        A parte gli scherzi:molti poeti cantano l’amore, l’odio,la passione,la guerra ,la pace,la fame, etc .etc.
        Io,che continuo a considerarmi un discreto verseggiatore elementare del capo di Lèuca, canto..la DONNA, le DONNE, tutte le donne più normali del mondo.
        Sono le DONNE che, affascinandomi ancòra,ispirano i miei versi semplici.
        E con la semplicità d’animo che già conosci,ti saluto affettuosamente e..arrivederci,prima o poi, da qualche parte..
        Cose piccole e belle, per tutto il giorno e oltre.
        Mario

    • Mi ha colpito anche lei, Mario, Poeta d’Amore che dice di avere un numero di Muse impressionanti… Saranno fiere dei suoi versi, perchè sono emozionanti…tanto!

  26. Un carissimo saluto a Nicla, Robert e a tutti gli autori del Manuale

    Haiku: Estate

    Sfrecciare d’auto
    scodinzola un cavallo
    stelle cadenti

    • Un haiku occidentale, Andrea, di paesaggi nostri… E, giustamente, nei nostri contesti lo sfrecciare d’auto è divenuto parte inscindibile del nostro vivere.
      L’arte della sintesi, di raccontarci un momento stivo, forse la notte di San Lorenzo, in tre versi. Bravo!

      • Grazie Maria per il tuo graditissimo intervento: ho immaginato che per il cavallo quello sfrecciare d’auto, di materiali lucccicanti e impersonali, sia inconoscibile ed effimero come quello delle stelle del 10 agosto.

  27. LUNA PIENA

    Nel tuo integro bagliore confido
    alla tua forza mi appello…
    O LUNA, Signora della notte
    che infondi il coraggio Divino
    e la volontà di Vittoria.

    Dal tuo tempio di nubi dorate
    illuminami col tuo raggio riflesso
    e donami la tua Grazia,
    mostrami il segno della Verità.

    OH… tu…
    magico
    complesso
    pallore notturno…
    che sostieni l’anima affranta
    nelle prove più ardue.

    Forza antica… magnetica…
    che domini gli eventi avversi e
    imponi il sigillo ad ogni tramonto.
    Giudica le lotte effimere
    che lacerano i contendenti.
    Da lassù… ferma la mano dell’aggressore
    annienta le armate dell’ombra
    con uno sguardo equo
    di severa Giusta Sentenza.

    Tu!…
    che con il tuo notturno chiarore
    trasformi le oscurità della notte
    in candidi gigli
    che incoronano la tua beltà.

    Proteggi con vigile occhio
    ogni mia impresa e…
    fa che : gli scogli che minacciano il vascello della mia vita
    divengano innoqui perigli, dissolti dal tuo furore travolgente
    e guida il mio timone…fino al trionfo nel tuo Porto di luce!

    Franca Fasolato
    di Abano Terme PD

      • Carissima Daniela,
        grazie mille! Sono felice di emozionarmi leggendo commenti preziosi come i tuoi, ma anche di donare sempre nuove emozioni a te e, a tutti voi amici e compagni d’arte.
        Franca Fasolato un abbraccio positivo e poetico.

    • Cara Franca,
      un ‘Canto del pastore errante’, reso attuale, originale in versi che fluiscono come onde. Alti, burrascosi, frementi, dalle creste impetuose…che sanno placarsi in risacca sulla sponda dell’anelito a un “Porto di luce”. Possa il tuo ‘vascello’ ormeggiare nel sole dei giorni più lievi…e grazie per ogni emozione!

      • Il tuo commento cara Maria Rizzi, quasi mi commuove, quanto è bello, intenso e profondamente percepito dal tuo animo creativo e sensibile… nel suo messaggio intrinseco. Ormeggiando nel sole dei miei giorni più lievi, spero di riconoscerti fra le stelle marine che confabulano saggezze antiche fra l’oro della sabbia.
        Ti ospiterò nel mio vascello per approdare in un porto di luce e di emozioni davanti aurore soprendenti!
        Grazie sei grande… Franca Fasolato

  28. E’bello ritrovarsi qui, in questa festa di fine estate, con scatti d’immenso e la purezza nel cuore, come rondini in viaggio nel cielo della poesia e dell’amore.
    Leggo di rose e albe di sogni. Di scale di seta e dei Vagabondi del Dharma. E poi ci sono onde di mare, muse, farfalle, ulivi. La natura e il cosmo, tra musiche di Pietroburgo e nozze di settembre. Affiorano nostalgie, tenere malinconie, attese di neve. Leggo di mancate occasioni e gondole nel mare di Venezia. E intanto l’estate, pian piano, lascia il posto all’autunno con le prime foglie portate dal vento, le brume sui colli e la quiete dei boschi. E nel vortice dei pensieri si fanno largo albe di sogni, tra orti silenziosi, ricordi d’ estate e spumeggianti onde di mare.
    Settembre è dolcezza di colori con i fiori che sbocciano ancora nei giardini, come il nostro percepire. Il nostro sentire. Come le nostre parole.
    Le parole non sono strumenti astratti del conoscere. Le parole sono il vocabolario della realtà, il nome delle cose e pertanto preziose nel loro guidarci nel labirinto dell’esperienza e della conoscenza.
    Scrivere è un modo per scoprire noi stessi, la realtà che è dentro e fuori di noi. Per esercitare il nostro desiderio di sapere, la curiosità verso la vita. E la curiosità verso la vita è una riconquista delle origini e della nostra giovinezza più autentica e vera.

    Buon viaggio a tutti con i miei più affettuosi saluti

    Nicla Morletti

    • Cara Signora Nicla,
      è proprio vero, le parole non sono astrazioni, ma strumenti importanti per conoscere noi stessi e per confrontarci con gli altri. Sono la scala che ci permette di salire verso il cielo abitato da rondini con il quale apre questo portale. In fondo nel coraggio di scegliere le ali si mostra un coraggio diverso dal procedere in branco, il coraggio di essere messi in discussione e di crescere…
      Lei ci offre questa opportunità. Le sono infinitamente grata e le esterno con sincerità tutta la mia ammirazione.

    • Raduni ed accogli il dire del vivere di ciascuno, nel tuo manto amicale, ricco di talento e di amorosa solidarietà, sicuro ambito di vera amicizia. Grazie cara Nicla

    • Sono d’accordo con Lei signora Nicla,…le parole sono strumenti preziosi che nascondo ermeticamente o, esprimono l’universo alchemico! Sono immortali… perchè lasciano tracce di sapere, conoscenza, scoperte, hanno il potere di esercitare il loro fascino nel passato, presente, e futuro per arricchirci, confrontarci, conoscerci al di là del tempo e dello sapzio reale.

      Grazie infinite per tutte le belle opportunità che mi offre per esprimermi con gratitudine e ammirazione Franca Fasolato

  29. Gentile Nicla,
    bellissime immagini e parole che… vibrano come corde di un’arpa sul cuore di chi legge, ascolta!
    La luna giustamente è :simbolo della femminilità e soprattutto “dea” che scandisce con le sue fasi il tempo, sparge amore manifestazione e abbondanza. Rappresentata anche dal simbolo dei melograni metaforicamente raccolti. Molto simbolica!
    Con stima Franca Fasolato

  30. “COSE PICCOLE E BELLE, LE SOLITE IN FONDO”.

    Mi piace essere la tua onda preferita….
    …mi piace finire la corsa con te…
    …e quando ogni tanto ti viene,
    toccami là, tra i capelli,..
    e le pieghe delle mani,
    e baciami là, se ti viene
    una voglia di me;
    era là che venivo a cercarti
    di nascosto da tutti..

    Era il 7 settembre 2010 alle ore 15,17

    • In qualità di ipotetica musa in via di collocazione, ti accetto come onda preferita di quel mare senza il quale non vivrei e… le tue cose sono ‘grandi e belle’, credimi, Mario! Un abbraccio.

      • Sei una “bravissima ragazza” Carissima Maria, e quindi, considerati a pieno titolo tra le mie MUSE maggiori,ammesso che ne abbia veramente di Maggiori, Minori e..in via di collocazione!
        Nella realtà, non c’è nessuna distizione tra loro, essendo tutte,in modo unico e irripetibile,foriere di continua ispirazione per i miei versi semplici!
        Arrivederci, prima o poi, da qualche parte.
        Mario

      • ‘Bravissima ragazza’ è molto più che Musa…vi aggiungi anche quel titolo, ci rivedremo senz’altro…magari a Venezia!

  31. La bellissima immagine delle rondini che ha inserito il SIg. Robert, mi ha fatto volare la mente sui fili dei ricordi.
    La foto della Madonna, è stata scattata un giorno di Luglio 2010 in Bosnia Erzegovina a Medjugojre nel piazzale della Basilica di San Giacomo dove si trova la statua della Vergine Maria modellata su un blocco bianco di marmo di Carrara.
    ***
    Questa
    è la Madonna di Medjugojre
    una Sua mano
    protesa verso il mondo
    una Sua mano
    adagiata sul cuore.
    Lei, è la Regina della Pace
    e Ci darà la Sua luce.
    Con tenerezza
    guardate il cielo
    come faccio io..
    E’ per sentirsi più vicini a Dio.

    ***
    Maria Luisa Seghi

  32. Sera

    Perdutamente
    m’infiammo per la sera
    quando le stelle
    trabocchevoli di luce
    calano sul mio passato.
    Come un fascio di spighe
    annodo i miei pensieri bui
    e nello spazio li spargo
    giù sino alla ripa
    e sono groppi d’aria
    che nel vento vanno
    al canto delle carole vane…

    Emma Mazzuca
    Dalla silloge “La voce che resta”

  33. A SPASSO CON RILKE

    Prima di partire per il viaggio in Istria, Emma aveva avuto in dono un piccolo libro di Rilke. E così andando verso Trieste non aveva resistito ad una sosta a Duino, nella splendida passeggiata lungo costa tracciata dallo scrittore che infatti in suo onore si chiama “sentiero Rilke”.
    La vista è mozzafiato e non si fa fatica a credere che Rilke traesse ispirazione da quel luogo a cui Emma si sentiva intimamente grata se aveva contribuito alla scrittura di pagine di rara bellezza. Mentre camminava tra i massi impervi divagava con il pensiero e lo lasciava andare pigramente dove voleva. Guardava quel mare sotto di lei e pensava che preferire il mare alla montagna, scelta che lei non era mai stata in grado di fare, dovesse appartenere alle persone che sono entrate nei viluppi del dolore, hanno scrutato a lungo le cose interiori e sono alla ricerca di semplicità, calma, quiete, come se avessero la necessità e anche la monotonia delle cose esteriori. Eppure il mare per Emma era anche così malinconico…insieme alla calma infatti può indurre una grande agitazione, un’indomabile necessità di guardare le proprie onde, quelle che sempre si spiegano e increspano e poi ritirano di nuovo nel nostro intimo. La montagna è anch’essa così ispiratrice di quiete e di smarrimento al tempo stesso: i grandi spazi, i colori indefinibili, le altezze, le profondità …anche lì tutto riconduce agli stessi paesaggi che abbiamo dentro…siamo fatti di mare e montagna, questo pensava Emma, e forse è per questo che le piacevano entrambi e lo scegliere l’uno o l’altra dipendeva dal luogo che l’abitava in quella fase della vita. Ora era abitata dal mare, quello che aveva visto anche Rilke. In quella passeggiata Emma non godeva solo dello splendido paesaggio, del mare blu che si apriva a picco sotto di lei, e delle numerose vele che ornavano l’orizzonte, Emma godeva dello sguardo di Rilke, quasi percepiva la presenza dello scrittore, anzi, parafrasando un verso di Neruda potremmo dire che “sentiva la tenerezza di Rilke avvicinarsi alla sua terra, spiare lo sguardo dei suoi occhi”.
    Decise così di accompagnare quel momento di beatitudine con la lettura di alcune pagine di “Lettere ad un giovane poeta” che come un fido compagno aveva nella borsa.
    Legge. “…cosa sarebbe mai una solitudine senza grandezza; la solitudine è una, ed essa è grande e non è facile a portarsi…”. Emma sentiva quelle parole assomigliarle, come specchiate nella sua sensibilità. Era sola in quel viaggio e nella vita. La sua solitudine, spesso fonte di sofferenza ed ansia nella maturità dei suoi cinquant’anni, era certo difficile a portarsi ma in certi momenti diveniva come un pasticcino da gustare senza paura di sporcarsi: lentamente, succhiandosi le dita, con gli occhi chiusi.
    Riflette. “…non devo lasciarmi fuorviare nella mia solitudine perché c’è in me qualcosa che vorrebbe uscirne. Proprio questo desiderio, se lo uso con calma e superiorità, mi aiuterà a dispiegare la mia solitudine su ampie distese…”. Vedeva l’ampia distesa di acqua e di cielo dinanzi a lei, ma volgeva anche lo sguardo dentro di sé, ammirava la ricchezza della sua solitudine che si apriva su potenzialità da scoprire e percorsi da esplorare. Erano i percorsi di domande irrisolte, amori finiti e abbandoni dolorosi, ma non li percepiva come pietre pesanti e irremovibili, erano piuttosto sentieri da percorrere per nuovi paesaggi la cui scoperta richiedeva pazienza e attenzione.
    Comprende. “…essere paziente verso tutto l’insoluto del mio cuore, e tentare di amare le domande stesse come stanze chiuse. Non ricerco ora le risposte, che non possono essermi date perché non potrei viverle…Ora vivo le domande….” Un sorriso era sorto sulle labbra di Emma, aveva un sapore di leggerezza e quiete, il sole le scaldava la pelle, una brezza soave le scarmigliava i capelli imbiancati, il suo cuore era abitato da un vento di bellezza e scaldato dal sole immortale della poesia.
    Spera. “…che io possa trovare in me una pazienza sufficiente a sopportare, e una ingenuità sufficiente a credere; che io possa acquistare sempre più fiducia in quello che è difficile, e nella mia solitudine tra gli altri. E per il resto, lascio fare la vita”. “Credimi”, Rilke sussurrava ad Emma, porgendole il braccio: “si tratta di vivere tutto. La vita ha ragione, in ogni caso”.
    Emma si alzò lentamente per riprendere il viaggio sottobraccio al suo poeta.

  34. Alba di un sogno

    Prima ancora che insorgessero le ombre
    e che sulla terra insonne scendessero lance di fuoco
    e un asfodelo potesse uccidere un uccello
    prima che tu disegnassi i monogrammi del mio corpo
    molto prima del corpo…al tempo dello spirito
    quando nel cerchio del cielo senza sèrto
    tu apristi la progenie del sogno
    e guardandomi nel nulla creasti il primo verbo

    solo allora
    gli uccelli cominciarono a volare in libertà
    e dalla roccia iniziarono a gemmare fiori di corallo

    solo allora
    il cielo sposò la neve al caldo gelsomino
    e l’ipomèa mordente s’arrampicò al carro delle stelle

    solo allora
    in te ravvisai la mia dimora e questa eternità senza confini.

    Emma Mazzuca
    Dalla silloge “La voce che resta”

    • “Al tempo dello spirito”… Emma, quest’Amore era già la tua dimora. Un cantico dell’eterno dedicato alla suggestione senza tempo di un sentimento che spesso dilata i confini e priva della possibilità di stabilire un ‘ieri’. Esiste l’oggi e s’investe nel domani, in quell”eternità’, nella quale, con arte squisita ci aiuti a credere! Sei una poetessa d’oro puro, ti cercavo…

      • grazie Maria per le tue parole, ho investito tutta la vita nei sentimenti veri, autentici e a volte dolorosi, quei sentimenti che con la forza dell’anima riesci a rendere eterni e ti aiutano a credere che qualcosa di soprannaturale un giorno ti possa sempre sfiorare. Un caro saluto. Emma

      • Donna ‘d’eternità senza confini’, Emma, con il tuo canto dilati gli spazi esistenti in ognuno di noi. Non scrivi versi…fai poesia! E te ne sono grato!

  35. LA SCALA DI SETA
    Lungo una scala di seta gradini rotti e senza meta
    ostacolano l’ascesa alle stelle delle illusioni,
    senza pietà e con vetri rotti alle finestre.
    Ti vidi sola, spogliata di ogni vestito,
    nuda e magneticamente attraente
    al primo pianerottolo della scala di seta.
    Le gambe sanguinavano, ma tu continuavi a salire
    e io t’aspettavo in cima senza speranza.
    La scala era strana, sembrava una chiocciola
    e il sapone faceva scivolare sui gradini inesistenti.
    Cominciai a scendere per venirti incontro
    ma era impossibile raggiungere il viale dei sogni.
    Anelli d’oro alle dita impedivano la strada
    e gridavo impazzito per l’angoscia.
    Le voci diventavano afone e striscianti; come vermi
    avvolgevano gli anni della vita e si smorzavano nel tempo.
    Inesorabile il vento percuoteva le canne nella palude
    tutto sembrava reale come in un sogno irreale.
    Pensavo che era assurdo continuare a remare,
    ma non avevamo alternative, dovevo scendere e tu salire.
    I Santi non ci avevano promesso alcun aiuto,
    anzi le fiamme bruciavano i nostri piedi e sembrava un inferno.
    Pietà, pietà gridavamo fuori della chiesa e suonavamo le campane.
    Ma le porte restavano chiuse e custodivano le risorse accumulate
    da ricchi e poveri che pagavano le tasse fino all’ultimo centesimo.
    Cosa dovevo fare, non avevo soluzioni.
    I fiori intanto sfiorivano anche se ben conservati e gli steli marcivano;
    era una pazzia uscire con quel freddo ma io resistevo sotto la pioggia
    non avevo cerini per vedere nel buio, a luci spente procedevo a tantoni.
    Scivolavo sui gradini inesistenti della scala di seta e intanto piangevo,
    ma le lacrime erano dolci come il miele vergine nell’alveare,
    di nascosto scavavo con le unghia graffiando la mia coscienza che non ne poteva più.
    Sull’orlo di un baratro, tutto sistemato, ogni cosa al suo posto,
    i quadri appesi, i piatti nella credenza, i tavoli banditi con ogni ben di Dio,
    ma io stavo sotto i tavoli e guardavo i commensali.
    Che magnifica festa!!!!
    Ma il festeggiato non si trovava, ma chi se ne fregava, era importante la festa.
    Ad un tratto capii che non era una festa, ma un funerale ed il festeggiato ero proprio io.
    Ero scivolato sui gradini della scala di seta ed ero finito proprio ai tuoi piedi.
    Mi resi conto di essere già un morto stecchito.
    Vincent

  36. La nuova favola di Icaro

    Tanto tempo fà,
    dopo la grande guerra,
    nel cielo terso nacque una stella.

    Un ragazzo, appena adolescente,
    s’innamorò di quella stella così lucente.
    Dal tramonto all’alba la stava ad ammirare
    e in cuore suo sperava di poterla incontrare.

    Anche la stella s’accorse di lui
    e dopo mesi e mesi di sofferta attesa
    gli lanciò un messaggio:
    “Noi ci guardiamo, ma siamo niente,
    lontani anni luce non ci potremo mai incontrare”

    Il ragazzo si commosse e pianse a dirotto,
    pensò ad Icaro e alle sue ali,
    per attraversare gli spazi siderali.
    così un giorno scomparve.

    La favola racconta che dopo anni ed anni
    un vecchio ancora vola, nell’immenso spazio,
    verso quella stella, sempre radiosa di splendore,
    mosso da un incorruttibile ed eterno amore

    Vincent

  37. Avevamo sedici anni e, a quel tempo, non sapevamo nulla di Kerouac e dei Vagabondi del Dharma, anche se poi, il mese d’agosto ci capitava di vivere sulla strada allo stesso modo.
    Partivamo, quattro o cinque, col sacco a pelo, le scatolette di tonno di scorta, la pentola per cuocere le uova e il fornellino a gas arancione. Le nostre vacanze non avevano il sapore degli amori struggenti nati sotto gli ombrelloni o i riflettori delle discoteche, non conoscevano la disperazione dell’ultimo evanescente tramonto vissuto insieme da una terrazza, odoravano solo di avventura, cassa comune e fame in agguato dovunque.
    Per noi era già una grande emozione mettere lo zaino in spalla, mollare quel buco di paese, la sua noia e la sua grettezza, e andare a fare il bagno con la luna in un posto mai visto prima.
    Quell’anno decidemmo per le Cinque Terre e scegliemmo come base Monterosso, perché sin là ci portava il treno.
    Restammo un’ora a guardare incantati il mare all’arrivo, senza riuscire a far altro, nemmeno a bagnarci i piedi, poi ci mettemmo in costume e facemmo un tuffo in acqua per non rosolare come polli allo spiedo.
    La sera sistemammo i sacchi a pelo sotto una murata di cemento della spiaggia e, alla faccia del vento pungente, ci addormentammo dopo aver riso e scherzato tra di noi.
    Il mattino seguente, potevano essere le sei, ci svegliammo di soprassalto. Qualcuno ci strattonava facendoci delle domande. Tirai fuori la testa dal sacco a pelo e ci misi un po’ a realizzare che erano carabinieri.
    “Documenti! Dai, tirate fuori i documenti!” ci sentimmo intimare senza tanti complimenti.
    Io li presi e glieli diedi senza far storie, Mimmo,accanto a me, invece gli chiese ragione.
    “Non potete stare col sacco a pelo in spiaggia.” disse spiccio il carabiniere giovane.
    “Che vuol dire non potete stare col sacco a pelo in spiaggia? La spiaggia non è di tutti?” obiettò Mimmo.
    “Venite a prendervi i documenti a mezzogiorno in caserma. Li tratteniamo noi, per accertamenti.” tagliò corto l’altro.
    Quella mattinata non ce la godemmo per nulla. Puntuali ci presentammo alla stazione dei carabinieri e, dopo un po’, il maresciallo ci ricevette nel suo ufficio.
    “Ve ne dovete andare, ragazzi.” disse.
    “Perché? Non abbiamo fatto nulla di male.” risposi risentito.
    “Qui non siete graditi. Sporcate la spiaggia.”
    “Noi sporchiamo la spiaggia? Semmai gli yacht ormeggiati al largo! Stamane, quando siete venuti, c’erano delle macchie di carburante e una tanica vuota portata dal mare. Mandate via quelli!” replicai accalorato.
    “Quelli! Sono irraggiungibili, ragazzo. Che fai? Studi?” mi chiese, cambiando discorso.
    “Sì. Sono studente.”
    “Devi crescere ancora ragazzo, allora. Ci sono cose che a scuola non s’imparano e che soltanto la vita e l’esperienza t’insegnano. Prendi la carta d’identità e vattene coi tuoi amici. Andatevene da qualche altra parte a divertirvi. L’Italia è grande. Che ci state a fare in un buco di paese come questo?” concluse, poi s’alzò, mi sorrise bonariamente e mi porse la mano.
    Ci pensai un po’ prima di corrispondere il saluto, ma alla fine lo feci. Qualche cosa me l’aveva insegnata, il maresciallo, poteva anche non piacermi, essere una verità scomoda, ma me l’aveva insegnata e io ho sempre avuto grande rispetto per i maestri, quelli veri.
    “Va bene, ce ne andiamo, maresciallo. La Patria si serve anche facendo la guardia a una tanica vuota di benzina.” commentai con un sorriso ironico sulle labbra.
    “Già, la tanica! Manderò qualcuno a prenderla. Non ho abbastanza uomini da destinarne uno a un servizio del genere! Buona fortuna, ragazzi.” mi rispose, divertito.

  38. “Musica di Pietroburgo”

    E mi chiedo perchè mi sia stato negato
    il maestro tanto apprezzato

    Nella bella figlia,musica di Pietroburgo,lo rivedo
    e mi domando come stiano adesso la sua famiglia e
    la bianca Musa

    Neve di Pietroburgo,notte di Pietroburgo
    gli avete cambiato la vita
    Nere e ossessive maldicenze hanno portato Euterpe via,lontano
    e la stasi (il nulla) ha logorato quel che di me
    rimaneva in piedi

    Un libro d’arte sulla mia scrivania
    e sulle mie mani la musica di Pietroburgo
    e nei miei occhi fanciulli la farfalla ferita

    Hai fatto il tuo dovere:
    la sua voce era incrinata perchè sincera,
    così la mia musica è mesta
    e inquieta
    e lieta
    perchè vera

    Soltanto scorrendo le dita sulla tastiera posso rendervi omaggio
    ma se ripenso al mio-sofferto-e al vostro lungo viaggio
    avverto la necessità di abbandonare questo seggio e
    tenere in mano le mie note,
    mai più le vostre

    “Pupattola lodata, lodoletta raggirata”

    Amo
    e con quale vaga intensità non importa
    io
    amo
    e questa facoltà in alcun modo
    può essermi tolta

    La scienza e la religione,
    il perbenismo,cara oppressione,
    e l’amara mia ossessione
    mi hanno condotto alla pazzia

    L’illusione ha due occhi chiari,due corna ed una coda
    Il volto vinto dal candore s’apre a ghigni amari
    e nell’oblio di pianti solitari
    il mio Dio lascia scivolare un freddo
    bacio d’addio

    Pupattola lodata,da tutti invidiata
    e adulata
    e osannata
    e stuprata
    cosa c’è nei tuoi occhi vacui,cosa nascondi?

    Spalancali e fammi violare adesso la tua identità,
    sussurrare all’anima tua delicate nenie e
    gettare la chiave dorata nell’aldilà

    E lì macererà in eterno
    immersa tra lusinghe d’amianto e studiati silenzi,
    sinistri come i bisogni soffocati
    di una farfalla dalle ali morbide e
    spente

    E terribilmente belle
    come l’inverno sulle mie mani
    e il silente rumore del treno che scava i ricordi
    e incava solchi profondi sulla mia pelle
    secca

    Pupattola lodata, lodoletta raggirata
    adesso mi sei indifferente:
    la tua mente è lontana dalla mia
    ed io -addio!- non sono come te
    che svolazzi tra la gente ingrata
    e ti perdi nei suoi lazzi

    “Esiliata
    Un pesante cuore di vetro”

    Ti vendo le mie mani
    bruciale
    Ti rendo il mio domani
    io ho già perso

    Dormo e sogno nella mia isola di vetro
    respirando il vento freddo
    nell’asettico candido limbo
    e invocando il bimbo
    che avrà cura di me

    In esilio corro tra le bianche lande
    della mia isola di vetro
    e urlo a Dio di graziare le mie mani
    e donarti il mio domani
    e liberarmi dagli affanni e dai miraggi
    di un leggero cuore di vetro
    e di lasciare che esso viaggi
    lontano da me

    Mio amato uomo di vetro,
    non avrei saputo reggere un minuto di più la tua
    brutale indifferenza

    Acqua e gelo nei miei polmoni stanchi
    e quei lividi sui miei fianchi
    Muoio,muoio con l’acqua alla gola
    e trapasso beata inalando vita nuova e
    incontaminata

    In sogno sorrido tra le bianche lande
    della mia isola di vetro
    e divertita confesso a Dio di non confidare nel
    domani
    e di adorare le mie abili mani
    logorate dagli affanni e dai miraggi
    di un pesante cuore di vetro

    eterno come me
    e il nostro canto
    che incide e lava

    la pietra

  39. NON ALZATE LO SGUARDO SUGLI ULIVI
    (Per Angelo Vassallo, in memoria)

    Non alzate lo sguardo sugli ulivi
    nati da putridi ventri di cagne
    sepolti nei cunicoli con bibbie
    e santini la terra ha mille occhi
    e vi guarda la terra vi conosce
    là affondano gli ulivi radici
    radiose di sole cui nulla sfugge
    non abbassate gli occhi sulla terra
    la terra vi conosce e mai dimentica.

    Paolo Ottaviani

    • Un monito, Paolo, forse una preghiera, la sua lirica dedicata a una Persona, che oggi, più di ieri, ‘ha mille occhi per vedere’. Un invito chiaro a leggere l’esistenza con meno superficialità, composto in forma di musica.
      Ho letto, ascoltato le note e imparato. La ringrazio di cuore! Maria

  40. Paolo Ottaviani
    HAIKU
    Parte Prima – Natura e Cosmo

    I
    Due vuoti cosmici
    furono padre e madre
    di tutti i cieli.

    II
    Corre e s’incurva
    Il tempo tra le stelle.
    A cerchi cresce.

    III
    Assai più rapidi
    della luce i pensieri
    vanno nel buio.

    IV
    Nell’infinita
    distesa delle stelle
    s’accampa il Nulla.

    V
    Poi si sorpresero
    la montagna e la luna
    d’essere amiche.

    VI
    La stessa neve
    sopra altra neve cade.
    Falda su falda.

    VII
    Viola immagino
    il colore del Nulla
    prima dell’alba.

    VIII
    Calma di vento.
    Respira la montagna.
    Svettano i muli.
    IX
    Ghiacciai insondabili.
    Torna a splendere il verde.
    Dopo il Diluvio.

    X
    Il mormorio
    di querce e faggi illumina
    folti silenzi.

    XI
    La primavera
    vaga in cerca di sole
    tra acide piogge.

    XII
    Sboccia la rosa
    che tra spine scolora.
    Qui ancora splende.

    Parte seconda – Uomini e Storia

    I
    Chi disse: “è bello
    morire per la patria”
    era un apolide.

    II
    Grida di schiavi
    sotto la luce ardente
    d’un reo silenzio.

    III
    Nel buio Vortice
    la libertà sorrise
    alla paura.

    IV
    L’aeroplano
    vola il vulcano dorme
    la terra freme.

    V
    La luna corre
    tra le nuvole bianche
    siede un pastore.

    VI
    Virtù suprema
    sapersi puro sasso
    cenere spenta.

    VII
    Sabbia dall’Africa
    piove sulle città.
    Sangue e scirocco.

    VIII
    Sorgi la sera
    e di un vago pastore
    poi t’innamori?

    IX
    Respingeranno
    le nubi clandestine
    sparando al cielo?

    X
    L’agnello all’erba
    intento sa dell’aquila
    solo l’artiglio.

    XI
    Cantando muori.
    Canta cicala e godi.
    Tutti si muore.

    XII
    L’uva è matura.
    Un’altra persuasione
    sfama la volpe.

    • bellissimo canto dell’Universo. Solo una cosa mi addolora:
      “…….Virtù suprema sapersi puro sasso, cenere spenta……..”
      Io credo che la suprema virtù sia il riconoscere d’esistere e che siamo stati voluti da un atto d’amore infinito, da ALTRO.

      • Gentilisima Sig.ra Dorella,
        onorato della Sua attenzione…e sinceramente dispiaciuto di averLa in qualche modo addolorata. Io credo nell’infinita, misteriosa unità del tutto…”Deus sive Natura”…e non è detto che la “cenere spenta” non possa riaccendersi!
        Il mio più cordiale e grato saluto.
        Paolo Ottaviani

  41. CREPUSCOLO AL PASSO

    Tra l’indaco
    e il viola del cielo,
    là dove
    il monte si spacca
    catturando
    un mondo di luce,
    ecco il Passo
    che spiana il cammino.
    Mi porta
    là dove il declivio
    dolcemente discende,
    verso prati
    dal manto lucente
    di smeraldi e di fiori.
    Il crepuscolo accende
    arcane malie
    e si acquieta il mio cuore
    mentre vaga il pensiero
    tra speroni
    possenti di monte
    e fuoco di terra
    che accoglie i miei sogni.

  42. L’INVERNO STA FUGGENDO

    Si è dissolta la nebbia
    e si alzano sul fiume
    vapori leggeri.

    Mentre i raggi
    di un sole intimidito
    mi carezzano la pelle,
    io respiro nell’aria
    nuovi e freschi profumi.

    E quando sfioro
    con le dita
    la tenera mimosa,
    capisco
    che l’inverno
    sta fuggendo.

  43. PETALI DI ROSA

    Tra le mani ho racchiuso   
    vellutati petali di rosa.
    Li ho gettati a manciate
    lungo le vie,
    ricoprendo il cemento
    di fragranze e colore.

    Su quel soffice prato
    ho adagiato i miei sogni
    e ho atteso che il vento
    li facesse danzare.

    Poi, a terra caduti,
    li ho raccolti, uno a uno.
    Ora, polvere di sogni
    e petali di rosa
    mi riempiono le mani
    ma non c’è più
    profumo.

  44. SOLE DOPO SOLE

    Mentre il blu della notte
    nell’azzurro si schiara
    l’animo mio debolmente
    a nuovo giorno si volge.
    Il chiaror della luce ch’avanza
    all’umor cupo poco s’addice.
    L’ombra al dolore conviene
    alla passata stagione il grigiore.
    La febbril primavera
    e il tripudio d’estate
    all’autunno ingiallito
    e al gelo d’inverno
    lo spazio han lasciato
    nel cuore impietrito.
    Così continua
    il cammino in salita
    facendo fatica
    nelle gambe e nel fiato.
    L’animo sfatto
    che del mondo diffida
    aspetta paziente
    che nel blu si consumi
    l’azzurro di nuovo.

  45. L’ onda

    In piena solitudine
    una gioia profonda
    sovente ormai m’assale e
    l’Amore m’inonda
    con ritmo regolare.

    Quasi mare che cerchi
    sempre nuovi bastioni
    in me di guadagnare.

    Come oceano che tutto
    par voglia consumare
    che nulla di me stessa
    in me voglia lasciare.

    Quell’onda mi fa gemere
    mi fa desiderare
    di fondermi col mare.

    Nunziata Franco

    • Questo amore, Nunziata, ti riempie la vita, è cresta alta di mare in tempesta, slavina di sentimenti…Bella l’analogia, efficace lo stile di rara musicalità, grazie anche all’adozione di numerosi perfetti settenari. Brava!

  46. Nozze di settembre

    L’ultima lacrima
    é scesa
    gioiosamente libera
    sulla fiumana
    di pensieri lievi,
    sopra quel seno
    che non conosce
    altra bocca
    che la sua.
    Sul vestito di organza
    tanto leggero
    da sembrare una nuvola
    in un giorno di sole
    per le tue nozze di settembre.

    • Le nozze di un’amica, di una sorella, forse la tue. Poco importa. E’ dolce quella lacrima libera ‘sulla fiumana di pensieri lievi’… Un momento di vita conquistato, un inizio trepido, un’alba che mi auguro possa essere radiosa!

  47. L’ATTESA DELLA NEVE

    Com’è vano il ricordo,
    un ramo spoglio, senza più fronda,
    l’appassire del tempo sommerge
    il lungo viale di questa battigia.
    Tra le foglie piangenti,
    raggrinzisce una fotografia:
    questo fu il nostro mare,
    qui le notti mai conobbero
    il sapore dell’alba,
    perché il gusto dell’amore
    era denso, come le stelle,
    e il cielo non trascorreva,
    restava a osservarci, abbracciati,
    sulla linea dell’orizzonte.
    Sbiadiscono in seppia le mie impressioni,
    ora tinte di malinconico avvento:
    nei colori delle foglie, come in autunno,
    c’è la sintesi dell’amore smarrito.

    Dalla raccolta “Voci nel vento…Sillabe di mare”

    • Il senso dell’attesa e dello smarrimento, tipici di troppi amori, dipinto su magnifica tela. Caro Roberto, mi hai permesso di leggere un Renoir e di vivere la sindrome di Sthendal. “Il cielo non trascorreva”…un’immagine di rara bellezza spontanea, non creata a effetto, come tutte le tue similitudini. Grazie! Un forte abbraccio.

      • L’amore smarrito è tema diffuso. Il senso del perduto è solitamente propedeutico al tepore del ritrovato. Bravo!

  48. Mancata occasione

    “Abbiamo trascorso insieme un anno e non ce ne siamo accorti”.
    Mi congeda così. E nell’atmosfera di euforia si crea un lungo attimo di sospensione. Scultoreo, bello come un dio greco, biondo, gli occhi verdi simili a profondi laghi di montagna, un sorriso disarmante da bambino.
    L’ho incontrato salendo sulla gondola, il primo giro sul mezzo di trasporto tipico dei turisti in gita a Venezia. Cuscini rossi, scafo nero lucido, affusolato, l’instabilità dello stesso che ci costringe a disporci secondo il peso con estrema attenzione.
    Lui sembra nervoso, riprende l’amica seduta a poppa, perché muovendosi, crea oscillazioni pericolose. Siamo in sei, tutti turisti, tutti sedicenti scrittori e poeti.
    “La stiamo irritando?”, chiedo tra il serio e il faceto.
    Si agita, si mette sulla difensiva, arrossisce e balbetta: “Ma scherza? Sono solo preoccupato per la vostra stabilità”
    “Scherzavo”, rispondo ridendo, “me lo permetto perché potrebbe essermi figlio”.
    “Non credo”, ribatte serio,”dovrebbe avere più di sessant’anni e mi sembra molto più giovane”
    Lo guardo, anzi lo guardiamo. Una mia amica si lascia sfuggire un commento più che lusinghiero.
    Non esito a dichiarare la mia età. E’ un dato acquisito e prezioso, nasconderla mi sembra inutile…puerile.
    Lui si stupisce e commenta: “Io ho 43 anni, ma le garantisco che su di lei farei un pensierino”.
    Non è offensivo. Il suo sguardo è di puro candore. E’ lo sguardo che compare nell’arco della vita quando la separazione tra mente e cuore si annulla.
    Inizia il percorso tra le calli scansando i muri, i balconcini, con una magica danza del piede e con impercettibili movimenti della testa. Si chiama Marco, ci racconta che ha frequentato il Liceo Artistico e che ha sognato un’esistenza diversa. Recita versi di Shakespeare e chiede di ascoltare nostre liriche.
    Una mia amica compone al volo dei versi. Lui ferma la gondola in una calle. L’aria odora di limone e di pollini. L’atmosfera mozza il respiro. Si accovaccia, mantenendo miracolosamente in equilibrio lo scafo e legge i versi guardandomi intensamente. Gli occhi si striano di sfumature incredibili e gli angoli della bocca si incurvano come quelli di un gattino.
    Mi sento frastornata. E colta alla sprovvista quando dice: Dovrebbe provare l’emozione di percorrere questo tragitto di notte. Poche gondole, la laguna immobile, le luci come fiaccole, la luna piena…Se le va, stasera l’attendo per regalarle questa fiaba”.
    Gli altri si divertono, mi esortano a prendere sul serio l’invito, un’esperienza simile capita una volta nella vita! E sta capitando a me, che ho superato la cinquantina, non ho mai tradito neanche con il pensiero mio marito, vivo gli uomini come se fossero trasparenti.
    Marco è di una bellezza imbarazzante. Non sembra un paravento e non viaggia su registri banali. Una variabile impazzita nel calcolo delle probabilità dell’esistenza.
    Eppure continuo a pensare che quando sento la voce del mio amore il cuore salta da un’ottava all’altra, come la musica del pianoforte con il quale mia nonna mi svegliava da piccola.
    Il gondoliere-artista rappresenta una porta spalancata sulle eventualità, su quelle eventualità che, intimamente, continuo a considerare delle fole.
    Le sue parole hanno sapore di musica, consentono di sentir pulsare il mondo in continuo divenire, ma la lusinga, l’emozione, non riescono a superare la strada per tornare a casa.
    Nonostante tutto continuo a stare al gioco. Mi sembrerebbe superbo e bigotto tirarmi indietro.
    Le amiche cominciano a cantare e mi unisco a loro.
    Marco vuole ascoltare canzoni napoletane e gli dedichiamo “Reginella” e “Era di maggio”, parafrasandole, in alcune strofe, in suo onore.
    Sorride molto. Cita Neruda e l’unico uomo presente sulla gondola gli dedica, a nome mio, due intense poesie d’amore dell’autore cileno.
    “Se tutti i turisti fossero come voi questo lavoro sarebbe splendido! Di solito mi sento piatto come la laguna”, commenta con sguardo triste.
    E giunge il momento del congedo, dell’espressione più toccante di ogni lirica.
    “L’anno insieme” potrebbe avere un seguito se la sera alle ventuno mi ripresentassi sul molo.
    Durante la giornata evito di pensare all’esperienza e soprattutto alla proposta. Gli amici non danno tregua.
    “E’ un incontro platonico, un giro in gondola tra versi, silenzi incantati e Venezia ingioiellata a farvi da cornice!”, mi ripete l’amico che considero il mio mentore ed è furbo come una volpe.
    Mi convincono, ancora non so spiegarmi come…
    La sera, vestita con un abito di seta giallo, intarsiato di lustrini, mi presento sul molo.
    Lui è lì. Ha tolto la divisa da gondoliere, è in abito scuro, forse azzurro, la notte non mi consente di coglierne il colore. In compenso il viso è chiarissimo. La luna piena sembra fargli da specchio. E gli occhi, dal magnifico taglio orientale, sono smerigliati come frammenti di mare.
    Ho strane sensazioni. L’irrealtà del paesaggio mi attrae come calamita e al tempo stesso mi incute timore.
    Marco allarga il braccio e con gesto lieve, muto, mi presenta ‘la fiaba’. La laguna, è immobile, scura, ma trattiene lame di luna. Le luci dei palazzi, delle chiese sembrano luminosi respiri di stelle, forse di angeli.
    Gli sorrido e sento gli occhi inumidirsi.
    Sto per tradirlo.
    La schiuma nera vortica contro i pali di legno, la sua mano è tesa verso di me, gli occhi emanano bagliori fanciulleschi.
    “Non posso, Marco, non posso”. Respiro piano e continuo lasciando libera la commozione. “Sono stata custodita per più di metà dei miei anni nel calice di un fiore e, insieme, siamo divenuti petali, steli e foglie. E’ lunga la radice che ci unisce e che penetra nella terra. Sono qui e mi sento altrove…”
    Lui piega il capo di lato, gli occhi perdono il verde scintillio, assumono il colore spento della laguna.
    Le parole restano sospese, salgono nell’aria, simili a gocce di vapore, per condensarsi a contatto con la nebbia.
    Nessun saluto. Il remo l’unico rumore. Lambisce ritmicamente l’acqua e ha il suono di un addio.

    • Mia cara Amica,
      il tuo bel racconto, il cui titolo, a una prima lettura, potrebbe sembrare evocativo di tante mancate occasioni della vita di tutti noi, credo sia, invece, un segno d’amore proposto in modo lieve e, comunque, con tutti gli elementi tradizionali e attuali, dolci e amari, profondi e leggeri che connotano l’esistenza del nostro tempo. Sai porgere sempre emozioni vere con la tua bella e coinvolgente scrittura. Complimenti!
      Affettuosamente

      Daniela

    • Mi è davvero piaciuto molto il suo racconto. Leggendo mi è parso di udire una lunga dolce intensa melodia, suonata e cantata da giovani musici.
      Grazie per avercelo donato.
      Dorella

      • Dorella, che bella sorpresa!
        Un canto, dici, mi lusinghi troppo, è un semplice intenso tributo al Vero Amore, quello che non si fa scalfire. Grazie infinite e un abbraccio!

    • Una narrazione coinvolgente, al punto di consentire al lettore-Uomo di legarsi e di vivere la storia nei pensieri e nelle sensazioni della protagonista-Donna. Di lei vive le sensazioni, la magia del concepimento e della gestazione di un sogno, una Fuga dalla Realtà che nel breve scritto si dilata a dismisura, proiettandosi in un tempo più lontano di quello narrativo. L’Uomo avverte ogni sensazione della Donna, prova con lei, assieme al brivido della trasgressione, il presagio e l’avvertimento del temuto rimorso…a seguito del possibile concretizzarsi di un’effimera avventura, o, forse, il dubbio se quella sia l’occasione per dare una svolta decisiva ad una Vita pur profondamente radicata. Quanto è difficile espiantare un Amore, che pur vive di consolidata esperienza e che, forse, solo di essa ormai si nutre…? L’Androgino viene scisso nelle battute finali, in quel “non posso” con cui l’uomo viene strappato dalla dimensione del sogno, e tramite il quale viene proiettato dal cielo delle speranze e delle parole d’amore alla terra delle realtà, in cui può dar corpo solo…a un lungo, denso e grigio silenzio (“gli occhi perdono il verde scintillio, assumono il colore spento della laguna”). Silenzio che viene interrotto da un suono, che ha il corpo di un’immagine (peraltro a me cara): il remo tuffato nelle acque scandisce le lettere dell’addio, echeggia la scia di chi si allontana…ma l’abilità della narratrice non si ferma al periodo finale: il suo slancio va oltre a quel silenzio. Il ritmico suono del remo sottintende un cammino…il cammino dell’Uomo verso un nuovo spazio di vita (verso un nuovo Sogno?)…e il ritorno della Donna verso quell’amore, le cui radici si nutrono non solo dell’acqua dell’abitudine, ma del sale dell’Amore.

      Penso di non dover sottolineare oltre il mio “brava” all’autrice…

      • Roberto, sono totalmente spaesata dalla tua capacità di lettore d’anime. Hai condotto un’analisi che va oltre il detto, il pensato, forse l’immaginato, dimostrando una sensibilità di raro spessore.
        Ringraziarti sarebbe davvero riduttivo. Abbracciarti anche, visto che siamo dinanzi a uno schermo freddo, ma ci provo lo stesso!

      • Mondo liquido, dici, caro Aretino, in linea con Bauman e con la sua teoria di una società senza punti di riferimento.
        Nella novella non oso riferirmi al ‘per sempre’, mi sentirei arrogante, ma alla volontà e al desiderio di tenere la rotta dell’Amore!
        Grazie infinite!

    • Cara Maria,
      il tuo è un racconto struggente e delicato, ricco di spunti emotivi. E’ l’incontro dolcemente narrato tra un uomo ed una donna, ma non è un incontro come tanti: l’atmosfera tutta è eterea e propizia per lo svolgersi di una storia.
      Si può rilevare nel finale che tutto questo rimane un “sogno”, per entrambi i protagonisti, ma i due riescono ad essere complici di un momento, un momento particolare, come spesso avviene nella vita di tutti. E con il tuo scritto, cara Maria, ci inviti a credere nel vero Amore.
      Un abbraccio Angiolina

      • Ti ringrazio infinitamente, cara Amica,
        hai colto tutte le dimensioni del racconto di un ‘sogno’… soprattutto la sua evanescenza rispetto al vero. Sei di rara profondità. Un fortissimo abbraccio…

    • Cara amica mia,
      questo tuo racconto veneziano, in cui mi sono imbattuto per caso, mi ha lasciato stranamente sorpreso. E ciò, non per l’aspetto letterario: come sempre molto scorrevole, accattivante, tesa e coinvolgente la narrazione, ma per quella che reputo una novità. Voglio dire che la componente autobiografica, qui, si è misurata – molto più che altrove – con un compito arduo: confessare e sconfessare contemporaneamente; quasi che il gioco letterario sia servito per guardarsi in profondità e per ribadire – concordo pienamente con quanto replicato da Daniela – “un segno d’amore” più che una “mancata occasione”, o, meglio, una potenziale trasgressione
      che consolida, mentre sembra negarlo, un vincolo di fedeltà.
      Inaspettato, dunque, ma riuscito nella sua difficoltà questo tuo scritto.
      Con l’affetto e la stima che sai,

      Sandro Angelucci

      • Amico mio,
        come replicare alla tua ‘recensione’? Hai letto in modo perfetto il gioco dell’equivoco, la volontà di rendere possibile l’impossibile. Ti sei calato nella luce della mia vita e non poteva essere altrimenti. Riduttivo ringraziarti, ti stringo forte e ti esprimo ancora e sempre la mia ammirazione!

    • una narrazione raffinata, poetica, ma anche ironica. La voglia di stupirsi, di amare, è sempre pronta ad attenderti, come le meraviglie della natura e dell’arte e indipendentemente da come rispondi lascia un misto di malinconia e di felicità.

      • Dolce Andrea… una narrazione in parte vera, non so quanto ‘raffinata e ironica’, non sono capace di auto-valutarmi. Sicuramente simile al sogno e, come il sogno, destinata a sfumare nella felicità del quotidiano. Dimostri ogni volta di più di essere un artista sopra le righe, che ama cogliere il non detto e stupire. Ti sono molto grata per avermi presa per mano e condotta verso una nuova chiave di lettura.

    • Capito per caso in questo blog… leggo per amore dei versi , degli scritti e m’imbatto in una storia d’amore così particolare, che suppongo vera. Voglio sperare sia vera! Restituisce a noi giovani la fiducia nelle ‘radici che penetrano nella terra’… Grazie, Maria, per questa novella scritta con lirismo e stile impeccabile e con contenuto così bello!

      • Cara Francesca,
        belli i tuoi freschi anni in attesa di conferme. Posso dartele. Non amo le novelle autobiografiche, ma in quest’occasione ho fatto un’eccezione… romanzando la storia per metà… la metà importante. Ti ringrazio per i complimenti e ti auguro tanta felicità.

    • Bellissimo il percorso in gondola tra le calli che il racconto propone, come molto bene sono riuscita a vedere le lame di luna riflesse nelle acque della laguna notturna. Ho ammirato la capacità iconografica delle descrizioni fatta di chiari e di scuri percepibili non solo nel duo reale della gita di giorno e in compagnia di amici, oltre che del gondoliere-artista, ma anche tra le due facce che ci connotano, quella chiara della moglie fedele e ragionevole e quella scura, irrazionale, istintuale che, talvolta nostro malgrado, ci porta a innamorarci forse dell’Amore. L’oggetto d’Amore, infine, é idealmente perfetto, bello, giovane o, per lo meno, ancora giovane, reso più seducente dal potere magico della Poesia che é capace di stabilire contatti profondi, oltre il Razionale.
      Un racconto emozionante che non poteva avere ambientazione più romantica di Venezia.
      Lucia Sallustio

      • Che bello Lucia trovarti tra le mie calli, i miei chiaroscuri, i sogni estivi! Hai colto tutto con profondità e sensibilità da pura Artista. Mi hai lusingata non poco, come ‘scrittrice’ e soprattutto come donna, sottolineando gli aspetti dell’esistenza che ci consentono di restare eternamente innamorate di un amore e dell’amore! Grazie e un forte abbraccio.

    • Cara Maria, tra tutti questi commenti mi perdo in un mondo di parole, sentimenti, emozioni e tanto di meglio non saprei dirti, mi permetto di “confidarti”, a modo mio, cosa hai lasciato dentro di me, così come faccio tutte le volte che resto incantato dinanzi a certe vibrazioni e non riesco che a far parlare il mio cuore:
      (allego la traduzione consapevole di perdere la metrica e la musicalità ma spero renda il concetto…serena notte!)

      CUNFERMA D’AMURI

      Va la varca annacannu e ‘a laguna,
      pari un lettu di sita ammascatu1,
      sfila liscia tra ponti e barcuna,
      quasi fussi nta un munnu fatattu!

      Rema lentu, cu fari ammalianti,
      lu maestru chi guida sapienti,
      l’occhi soi su’ smeraldi brillanti
      chi mi gelanu ‘u cori: è ‘mponenti!

      Lu taliu e mi sentu ‘ncantata,
      m’arrispunni cu sguardu ‘nnuccenti,
      noti e versi su’ “manu di fata”…
      ridi ‘u suli ruffianu e lucenti.

      Quannu sta p’approdari si gira
      e mi dici cu fari decisu:
      “nun scappari: t’aspettu sta sira,
      cca di notti c’è lu paraddisu!”

      L’uri vannu…ed è tuttu un turmentu,
      lu me cori vucìa e s’accanisci :
      «nun jittari vint’anni a lu ventu,
      senza linfa…lu ciuri appassisci!»

      Ma la vita è un firriuni succintu,
      e sta vota lu cori ‘un lu sentu,
      cu’ mi guida sta notti è l’istintu,
      l’emozioni, ‘a laguna…lu ventu!

      Mi presentu a lu molu tremanti,
      – lu vistitu svulazza baggianu –
      misu a prua c’’u so fari eleganti
      s’avvicina e mi proi la so manu.

      Chiuru l’occhi e ripensu ‘u me “ciuri”…
      sentu ‘a varca lassari la scia…
      m’accuppuna l’essenza d’amuri,
      mentri ‘a luna smurfiusa talia!

      1 Ammascatu: atteggiamento da spaccone di uno che intuisce un momento a lui favorevole

      CONFERMA D’AMORE (Traduzione letterale)

      Va la barca ninnando e la laguna,
      sembra un letto di seta ammascato1,
      sfila liscia tra ponti e balconi,
      quasi fosse in un mondo fatato!

      Rema lento, con fare ammaliante,
      il maestro che guida sapiente,
      gli occhi suoi sono smeraldi brillanti
      chi mi gelano il cuore: è imponente!

      Lo guardo e mi sento incantata,
      mi risponde con sguardo innocente,
      note e versi sono “mani di fata”…
      ride il sole ruffiano e lucente.

      Quando sta per approdare si gira
      e mi dice con fare deciso:
      “non fuggire: ti aspetto questa sera,
      qui di notte c’è il paradiso!”

      Le ore vanno…ed è tutto un tormento,
      il mio cuore grida e si accanisce:
      «non buttare vent’anni al vento,
      senza linfa…un fiore appassisce!»

      Ma la vita è un giro ristretto,
      e questa volta il cuore non lo sento,
      chi mi guida questa notte è l’istinto,
      l’emozione, la laguna…il vento!

      Mi presento al molo tremante,
      – il vestito svolazza baggiano –
      posto a prua con il suo fare elegante…
      si avvicina e mi porge la sua mano.

      Chiudo gli occhi e ripenso il mio “fiore”…
      sento la barca che lascia la scia…
      m’avvolge l’essenza dell’amore,
      mentre la luna smorfiosa mi guarda!

      1 Ammascato: atteggiamento da spaccone di uno che intuisce un momento a lui favorevole

      • Riduttivo ringraziarti, Giuseppe, se una novella un pò fiabesca come questa ti ha ispirato versi di tale levatura, il talento è solo tuo. Sei andato oltre il testo, oltre le mie intenzioni, oltre l’emozione. Mi hai stupita e commossa. Ti abbraccio forte!

  49. “Alle MUSE, le mie almeno, numerose e straordinarie”.

    Diciamoci adesso tutto,
    perchè niente vada ad imbrattare,
    DOPO, il diario di bordo!
    E lasciami sul bordo di una foto
    o di una notte ubriaca di stelle,
    gli appunti che non ho saputo prendere.
    E con fili di biada,intinti nel calamaio della sera,
    traccio di getto,su lavagne a perdere,
    arabeschi di umori e monili di fantasie;
    e ti lascio pagine sparse,
    tra un fuso orario e il mio telaio di vetro.

    Era il 22 febbraio 2010.

    • In qualità di aspirante Musa, Mario, lascio sul bordo di una notte ubriaca di stelle il mio messaggio …sarà la Via Lattea a trascinarlo fino ai tuoi sogni inquieti e straordinari di filosofo- fanciullo. forse di Piccolo Principe tra le sue rose…Sai sempre incantare! Grazie.

    • Simpaticissimo Mario,
      ma come le tue muse numerose? Vai oltre il mito di Zeus tu … che ne contava solo nove in leggenda.
      Tuttavia, è bene che giungano numerose a te… se ti sanno ispirare queste novizie fisosofiche, pagine sparse per noi protettrici dell’arte al bordo di una notte ubriaca di stelle.
      Complimenti alla prossima Franca fasolato.

  50. AUTUNNO

    Cavalloni di rombante pianto
    in fuga verso complici vette.
    Sotto il cinereo manto
    dileguar d’ombre,
    tonalità sfrangiate.
    All’opposto migrare una muta parata
    ondeggiante di rondini
    risponde al solenne
    richiamo del Sud.

  51. e’ stupendo il cielo con le rondini e la luna con cui Robert ha titolato quest’anno “Scatti d’Immenso”.
    Grazie Robert, mi piace guardare insieme l’istante che hai raffigurato.
    Dorella

  52. IL GIARDINO DI GIOVANNI

    Ti immagino sul far del giorno
    o nella prima ora della sera
    quando il sole si scolora, all’orizzonte.

    Ti immagino sogguardare la leggera rugiada
    velare i frutti del tuo lavoro,
    li raccoglierai, poi, ancora tiepidi,
    indugiando felice nel riempire cesti colorati.

    Ti immagino seduto sul gradino di pietra
    con me accanto,
    d’intorno fogli bianchi e ruscelli d’inchiostro :
    tu dotto cantore d’antichi versi
    io l’allieva che assorbe il tuo dire.

    Scriveremo i nostri nomi
    sul tronco dell’acero vermiglio
    per ricordare i giorni che vivemmo
    nella stessa purezza delle parole.

  53. ATTESA

    “Ricordi?”
    T’aspettavo impaziente
    nella stanza vista mare,
    udivo i tuoi passi, cauti,
    spostavo le tende azzurrine
    perchè la luna illuminasse il mio colore ambrato.

    “Ricordi?”
    Era una sera a me dedicata
    dopo lunghi silenzi e inspiegabili assenze.

    Il tuo frenetico impaccio nello slegare
    i lacci del prendisole giallo,
    il tuo tacere, il mio parlare insensato
    per distrarre le tue mani:
    cercavo la tua anima che mi negavi.

    Oggi sono io che ricordo il rumore delle tue dita,
    i tuoi accordi improvvisi, spasmodici,
    accompagnano ancora la mia sofferta rinuncia,
    mentre tu, te ne stai rintanato
    nel guscio ovattato della tua solitudine.

      • Dolcissima Daniela e la tua? Carezze, carezze e ancora carezze… BRAVA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Un abbraccio con tutto il mio cuore, Mariarosa

    • La stanza nella penombra, la sconfinata distesa d’acqua e la luna.
      Il tuo tacere, il mio parlare insensato, il colore ambrato della pelle,
      l’impaccio delle mani e gli ostinati silenzi. Tutto parla d’amore in questa poesia. E’ bellissima. Antonio ds

      • GRAZIE!!!! Anche tu non scherzi, sai perchè tengo moltissimo a questa attesa? Perchè è vera, ritorna come un ritornello nella mia mente, e i particolari fluttuano come abbracci. Mariarosa

      • Quante attese, cara Mariarosa, si consumano nelle stanze-vista mare e in quelle dell’anima! Lei con questa lirica di descrittivismo musicale, le incarna tutte e con il verso ‘cercavo la tua anima che mi negavi’, dà senso a ogni sogno mai divenuto realtà.
        Sono stata proiettata nel suo mondo, l’ho sentito mio, ho sofferto per lei, con lei e …la poesia, a mio avviso, esiste solo in questa magia, nella condivisione. Grazie infinite!

  54. Buonasera a tutti,
    bentornati nello spazio magico di Manuale di Mari che ci dona la poesia la letteratura e anche la bellissima iniziativa di inserire le immagini della nostra estate appena passata.

    In Bulgaria sul Mar Nero, ho trovato una farfalla adagiata sul terreno , l’ho raccolta le ho fatto una foto, per non dimenticare i bellissimi colori delle sue ali.
    Lei, sul palmo della mia mano si lasciava accarezzare negli ultimi istanti della sua breve vita, donandomi una sensazione mai provata.
    Ho fatto una riflessione scrivendo una poesia che le ho dedicato.

    LA FARFALLA
    Una farfalla volava in riva al mare
    Si è posata sulla sabbia
    Guardava ammirata l’onda che batteva sulla sponda
    Le sue grandi ali erano a puntini gialli e neri
    Le portava con leggiadria
    guardando il Mar Nero della Bulgaria.
    Dai lucenti riflessi del mare
    E’ rimasta affascinata e non si è più rialzata…
    Con tenerezza nel palmo della mano l ’ho adagiata
    e… per sempre si è addormentata.
    Ho chiuso gli occhi
    guardando con il cuore…
    La farfalla volava
    Con ali colorate in riva al mare.

    Maria Luisa Seghi

      • Cara Daniela
        Che piacere risentirti, e tanti tanti auguri per i tuoi successi letterari.
        Ho voluto fare una foto alla farfalla perchè nel palmo della mia mano era così soffice e leggera che ho avuto la sensazione di essere salita nell’azzurro del cielo e di aver sfiorato una nuvola.
        Ciao
        Maria Luisa

      • Grazie Dorella
        Sono ancora più felice, per questa tua precisazione perchè, sei entrata nelle mie parole.
        Maria Luisa

    • La farfalla, di straordinaria bellezza nella foto, ha provato a dare un senso alla sua breve esistenza. Forse ha consumato subito il suo tempo, ma che tela quell’immagine della farfalla in contemplazione del mare, ‘dello svolgersi infinito della sua onda’, per dirla con Baudelaire. Il tuo tocco l’ha salvata da morte anonima e la tua anima grande le ha donato e ci ha donato l’illusione di appartenere per lunghissimo tempo a quell’infinito libero! Sei di un lirismo sublime. Grazie di cuore e di testa!

      • Gentile Sig.ra Maria Rizzi,
        Grazie,
        le sue parole mi hanno fatto volare…
        Nel mio viaggio immaginario fra le nuvole, ho incontrato l’anima della farfalla che ho tenuta nel palmo delle mie mani negli ultimi istanti della sua vita, mi ha sussurrato che quel giorno, non è morta invano e mi ha ringraziato per averla inserita nel giardino di Manuale di Mari dove tanti messaggeri di parole, potevano ammirare i colori delle sue bellissime ali.
        Un caro saluto
        Maria Luisa Seghi

  55. VORTICE DI PENSIERI

    DENTRO UN VORTICE
    DI PENSIERI,
    SBATTO TRA LE PARETI
    DEL MIO CUORE,
    GUIZZO NEL TORMENTO
    DI UN BIZZARRO TUONO,
    FALCIO OMBRE
    MENTRE
    SFAMO DI PAROLE
    IL FUMETTO DEL
    MIO AUTUNNO.

    PERDO I CONFINI DI
    VARI AMORI.

    RISUCCHIO IL VENTO,
    FRANTUMO AL FREDDO
    COME FOGLIA SOTTILE.

    federica

    • Federica brava, sfalcio ombre mentre sfamo di parole il fumetto del mio atunno.
      Complimenti! Belle queste tue parole, metafore che dipingono un autunno nuovo senza ombre inutili e, lo accende di colori accesi dove lqasciare andare gli amori.

      Ciao alla prossima bella anche la foto Franca

      • Grazie Franca per i tuoi pensieri che esaltano il mio autunno, la poesia fara’ parte della mia prima raccolta che uscira’ tra un mese, editrice Albatros. Ringrazio la redazione Nicla, Robert per l’immagine accostata alla poesia e per lo spazio che ho sempre avuto avendo così la possibilità di misurarmi con me stessa e di vivere di poesia, grazie di cuore.

  56. AUTUNNO

    Cadono foglie bronzee
    dai platani stanchi
    spogli delle proprie bellezze
    per coprire d’un mantello la terra.

    Percossa da un brivido
    e desolata ella capisce
    che declina la torrida estate
    e incede un malinconico inverno.

    Luigi Palma

    Dalla silloge “Stelle Lucenti” di Luigi Palma

  57. ESTATE

    Tepore materno,
    vampa soffocante,
    caldo respiro
    d’orti silenziosi.

    Le distese di frumento dorato,
    specchi terrestri del sole,
    guardano le onde increspate
    bagnar spiagge assetate.

    Luigi Palma

    Dalla silloge “Stelle Lucenti” di Luigi Palma

  58. Miserere

    Miserere
    d’ombra
    sorveglia
    la linea
    d’alba
    sull’ulivo
    dell’orto
    e immola
    agonie
    d’effigie
    su essenze
    di serti
    in ritiro
    d’amore
    nel recinto
    di pietra
    nel grembo
    di terra
    che accoglie
    liturgie
    d’inferto
    abbandono.

    Dalla silloge “Graffi obliqui” di Daniela Quieti

    • Daniela mia che emozione la tua lirica dal sapore intenso di preghiera!
      Asciutta, essenziale, pregna di significati intimi e universali…Lo stile ha la cadenza ritmica di un salmo d’Amore. Sono stata ‘in ritiro nel recinto di pietra’ e ho sognato di poter scrivere come te… Ti stringo forte!

      • Mia cara Maria,
        ed è, per me, un’emozione grande sentirti generosamente partecipe in questo percorso che, al di là del comporre, incede “tenendosi per mano” nella reciprocità di condivisione e arricchimento.
        Grazie!
        Aff. te

        Daniela

    • Versi brevi, intensi e profondi che si snocciolano sulle labbra come
      un filo di perle tra le mani.
      Complimenti vivissimi cara Daniela.
      Dorella

      • Daniela, leggevo la tua poesia e avevo la sensazione di camminare lungo una pietraia incavata come il letto di un torrente in secca.
        Vedevo la luce del sole riflettersi sui sassi slavati e ferirmi gli occhi che invano cercavo di proteggere.
        Tutto sembrava immobile, immutabile, ma sapevo dell’inganno, dell’effimero. Sapevo delle piogge, dei tumulti d’acque e del tempo che li avrebbe portati. Grazie per questa stupenda poesia che sa regalare sensazioni uniche. Antonio ds.

    • Bellissima questa tua lirica Daniela.
      Asciutta, essenziale come un cristallo di un rosario, ma di una intensità viscerale… dal sapore di un canto sacro con tutti i suoi rituali che madre terra accoglie nel suo grembo.
      E, nasconde nei recinti di pietra gioie e dolori, facendoci sentire parte integrante di essa! I miei sinceri complimenti per il tuo poetico universo Franca Fasolato

    • L’invocazione è forte, richiama appunto un atto liturgico, e c’è un paesaggio popolato di ombre e di agonie, ma vince il riscatto attraverso l’amore, anche se è un amore circondato da un recinto di pietra, in un felicissimo contrasto di immagini. Su tutto, la Terra Madre, che è sempre promessa di vita (“grembo”). Davvero riuscita questa lirica, Daniela.
      Giancarlo

      • Gentile Giancarlo,
        ti sono davvero grata per l’attenzione che mi rivolgi e per la profonda sensibilità con cui hai letto e commentato le mie emozioni.
        Un carissimo saluto

        Daniela Quieti

    • “Miserere”: come principia il cinquantesimo salmo di David, una supplica, una richiesta di pietà. Non meno degno di misericordia, questo tuo canto laico, nei suoi versi asciuttissimi, nella sua modernità e, soprattutto, nel suo alto valore simbolico. L’ombra che “sorveglia / la linea / d’alba / sull’ulivo / dell’orto”: il suo vigilare, appunto, sulla sacralità, qui rappresentata da due vocaboli fortemente evocativi. E, poi, quel “grembo di terra” che, comunque, presta ascolto alla preghiera. Una lirica molto originale, cara Daniela, tanto nello stile che nel pensiero.

      Sandro Angelucci

      • Caro Sandro
        è un’emozione grande, per me, il tuo saper leggere il tempo interiore dentro le mie parole, come Amico antico e poeta. Desidero risponderti citandoti: “Avrei bisogno/ di tempo e di silenzi/ e di tempo ancora/ ancora di silenzi…” e “dentro di me Tu sei/ ti cerco/ come non sapessi/ d’averti già trovato…”
        (da “Verticalità” di Sandro Angelucci, Book Editore 2009).
        Grazie, di cuore

        Daniela

  59. A giorni alterni sono io la luna
    e tu l’immensa terra che mi attira,
    e questa notte tu, tu sei la luna
    – io ti tengo al guinzaglio –

    so che mi stai sognando, mi accarezzi,
    i globuli lo sanno del mio sangue,
    ogni mio nervo teso come un arco
    o un’arpa eolia che vibra al respiro.

    Maria Luisa Spaziani
    Poesia tratta dal libro: “La traversata dell’oasi” – Mondadori

    • Bellissima questa voglia di..esserci ancòra,sig.ra Maria Luisa,questo “DOVERE DI VIVERE” oltre il “MALE DI VIVERE”..un po’ noioso ormai, un po’ antistorico liricamente!!
      E’ QUESTA VOGLIA DI ESSERCI ancòra che mi ha ..folgorato ed emozionato non poco!!
      Complimenti sinceri
      Mario Prontera

    • Gentilissima Sig.ra Maria Luisa,
      che piacere rileggerla!
      Lei è sempre magnetica come la Luna che… con le sue fasi influenza non solo le maree, ma anche l’uomo e la Madre Terra e diventa Sacra Coppa della sua mano misteriosa, che contiene gli arcani di distribuzione alle sue figlie/gli!
      La ricordo ancora con simpatia e stima come quando l’ho conosciuta nel lontano 2006, a Roma a Castel Sant’Angelo in merito di una nostra premiazione.
      I miei più affettuosi e cordiali saluti Franca Fasolato.

    • Signora Spaziani,
      fantastica l’immagine dell’uomo, della donna, del loro essere complementari , nella metafora del sole e della luna, di quell’astro ‘tenuto al guinzaglio’…Versi d’amore e di vita. Versi intessuti di profonde emozioni, della volontà di essere ancora, sempre , tesi come archi verso l’altro, verso il domani.
      Mi sento una corda della sua arpa e vibro incantata con lei. Con grata, infinita stima.

    • Signora Spaziani,
      meravigliosa questa lirica che inneggia all’Amore onnicomprensivo. Coinvolge infatti, astri, terra, un arco o un’arpa, tutto quanto di poetico implica il sentimento di unione tra due esseri umani. Grazie per l’emozione che mi ha trasmesso.
      Con grande ammirazione. Angiolina

    • Che felicità leggerla qui, Signora Spaziani.
      Mi gongolo nell’Amore che lei racconta, quello che attraverso un senso ulteriore “sente” ciò che avviene, come se l’aria attorno fosse l’amato.
      Grazie per questo dono
      Ars

  60. Addio

    Sconfiggerò
    la mia assenza
    con l’inganno
    mentre il dubbio
    smisurerà
    le strade
    di faville
    sepolte nei tumuli
    dell’oggi.
    E l’ansia,
    che strozza le vigilie,
    non chiederà il perché
    di quest’amore
    incompreso
    che vi lascio.

    • Ah, Giulio, quanto è pulsante in ognuno di noi ‘quel senso d’incompreso’. E’ l’essenza del vivere stesso, che tu, sapientemente, canti con versi moderni, originali, privi di inutili estetismi. La tua lirica è nettare puro. Si beve in pochi attimi, induce a riflettere a lungo. Sei un vero Talento…Grazie per avermi emozionato e arricchito!

    • Caro Giulio,
      in questo tuo Addio, io vedo che l’inganno ed il dubbio così come l’ansia non sono solo i sentieri che guidano il nostro esserci come il nostro non esserci. In fondo c’è un posto anche per l’amore sebbene incompreso. Nella vita l’importante è lasciare spazio ai sentimenti, qualcuno ci ricorderà anche per questo…
      Angiolina

    • Una lirica sublime. Tocca il tasto debole dell’incomprensione, che tutti, in qualche momento ci troviamo a vivere… E lo tocca con arte assoluta. Bravo!

  61. “COSE STRANE”.

    Non hai nulla da farti perdonare,
    ma ti perdono lo stesso:
    era le volte che mi cercavi,
    e sbagliavi lo spazio,non il tempo;
    era le volte che mi volevi,
    e volevi toccarmi soltanto;
    era le volte che mi pensavi,
    e pensavi di notte;
    era le volte che mi sognavi,
    e sognavi di giorno.

    • Mario, ti ritrovo e sai stupirmi, come fossi altro, come fossi nuovo…
      Bellissima la dimensione dell’Amore senza ‘perchè’, in bilico sui ‘sebbene’. Dai l’idea sublime del sentimento come dovrebbe essere. Irrazionale e totalizzante, come la fede! Pochi sanno vivere il rapporto con tanta levità. Non oso dire evanescenza, perchè sei tutto fuorchè evanescente. Sei profondo come il mare che amo tanto…Grazie e un abbraccio

    • vabè, ma si sa che le donne hanno una loro “piena” stranezza. Altrimenti poi voi uomini vi annoiate!
      Battute a parte, semplice e profonda questa tua poesia che in qualche modo mette a nudo anche me.
      Cari saluti
      Ars

    • Ciao Mario,
      bei versi pieni di rimpianto su quel tempismo in amore che non sempre corrisponde a quello dell’amato, sulle distrazioni reciproche che spesso danneggiano i sentimenti, salvo fare ammenda se si è ancora in tempo.
      Un caro saluto da una conterranea
      Luciana

  62. Grazie Dorella. Gentile è il tuo pensiero, nobile il tuo animo mentre anche tu volgi lo sguardo e tendi le braccia al cielo.
    Diceva Mario Luzi: “Il poeta sente l’infinito e deve racchiudere l’infinito nel suo finito”. E in quel momento gli veniva un groppo in gola perché avrebbe desiderato vivere per sempre. E questo sempre mi commuove. Ma un attimo può valere l’eternità e l’eternità vive anche nell’attimo.
    L’immagine di questo cielo celeste con le rondini e la leggiadra luna che Robert ha preparato per noi è l’eterno.

      • Grazie, cara Ars, per essere qui, con le tue belle parole. Grazie a tutti Voi che create, credete, amate questo mondo infinito di immensa poesia.

        Affettuosamente
        Nicla Morletti

    • Cara Signora Nicla,
      l’eterno si srotola proprio in situazioni come queste. Nell’essere idealmente seduti su un prato, tra alberi colmi di melograni, di fronte a un cielo di rondini in amore, a confrontarci con amicizia, senza competitività, senza l’ansia di arrivare, ma solo di stare vicini.
      In fondo il senso della vita si esaurisce nelle mani tese che si trovano e in questo blog nessuno scrive solo per se stesso.
      La condivisione rende le persone più vere e più libere…

  63. Ottimo Sig.ra Nicla,
    questa volta partirò con una immagine,con un fotografia insomma!
    A presto e arrivederci ,prima o poi, da qualche parte.
    Mario Prontera
    P.S. : un carissimo e affettuoso saluto a tutti i compagni di viaggio di questa simpatica e nuova avventura.
    Segue, se riesco a inviarla,FOTO altamente artistica dell’estate che sta per andarsene.

  64. Incipiente Autunno

    Nuvole viola orlate di sole
    nel cielo vuoto di rondini:
    Porto ceste di dolore
    e grappoli d’amore;
    spighe dorate
    ondeggian nel
    cielo della vita,
    porte colorate s’aprono
    a noi che nell’Estate
    che finisce, sostiamo
    sull’isola tonda,
    sulla s’abbia bianca
    nel blu di cobalto dell’onda
    che lambisce
    e scava profonda
    l’anima stanca!
    Lontana la sera
    già scende
    sulla pianura lombarda;
    la nebbia nasconde
    le strade e le case
    e l’indomani, il sole ritarda.

    Dorella

    • Cara Dorella,
      anche se l’indomani il sole ritarda, un senso d’infinito resiste nel tuo cielo della vita, in sintonia con quell’eternità che, per amore, coglierà le melagrane argentee della luna fino alla fine dei tempi, come nei bei versi della Dott. ssa Morletti che introducono questa nuova, suggestiva, iniziativa.
      Complimenti e un caro abbraccio

      Daniela

    • Cara Dorella,
      magnifica la similitudine tra gli ultimi stadi dell’estate e le condizioni dell’anima. Avverto echi carducciani nel tuo canto dal sapore intenso e moderno. Le stagioni attraversano il tuo tempo e in quel ‘sole che ritarda’, si sente il sapore del perduto. Ma sei donna di ‘grappoli d’amore’ e non cedi ai furti dell’esistenza. Tra le pieghe dei tuoi musicali e dolcissimi versi , s’erge fiero il coraggio di sognare … Lo trasmetti in modo visibile. Grazie. Un abbraccio.

    • Cara Dorella,
      nel tuo lirismo riscontro molti toni di grande delicatezza. Nonostante non ci siano le rondini ci sono le nuvole, viola. Con il dolore c’è l’amore. E nonostante l’estate stia per finire c’è forte il richiamo nel portare con sè quanto di poetico ci dia questa stagione.
      Grazie Angiolina

    • Gentile Dorella,
      la tua lirica infonde un senso di pace, nonostante – o forse proprio per “quel sole che ritarda” – e che è foriero di giorni autunnali. Avverto il senso naturale delle cose, della vita, al di là del nostro essere.
      Complimenti, un abbraccio
      Ars

  65. E’ sublime il tuo sguardo sulla realtà che cambia di colore mentre tendi le mani colme di melegrane all’infinito.
    Sensibilità acuta di un animo gentile.
    Grazie, Dorella

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