Natale insieme nella Blogosfera, poesie e racconti per la vita

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 Partecipa all’Iniziativa letteraria “Natale insieme nella Blogosfera, poesie e racconti per la vita”, organizzata in collaborazione con il Portale Manuale di Mari – Poesia e letteratura nei mari del web e Nicla Morletti in occasione della
Giornata mondiale contro l’AIDS promossa dall’Unicef

Natale insieme nella Blogosfera, poesie e racconti per la vita

 

Come la marea

Il male manifesta continuamente la sua esistenza e non ha bisogno di prove. Eppure ci sorprende infinitamente. Si cela anche nella bellezza, nell’innocenza e persino nella verità. Non sempre la verità fa bene. Fu così che lei, quando gli disse di non amarlo più, avvertì un dolore acuto come se fosse stato lui ad abbandonarla e se ne andò in silenzio, colma di questa punizione. Non riuscì più a dimenticarlo e persino nel suo nuovo amore scoprì una crepa così profonda che decise, in poco tempo, di tornare da lui. Era la notte di Natale. Lui l’aspettava sulla soglia di casa, come la riva la marea. Stringendola in un abbraccio, provato in sogno tante volte, le mostrò sul tavolo della cucina i fiori rossi che lei aveva sempre amato e disse: “scendo a prendere la legna anche se stasera… Non sarà così freddo”. Mancava poco alla mezzanotte. Lei infilò la spina nella presa di corrente e inondò di luci colorate l’albero di Natale. Fuori il mare s’increspò sotto la carezza di una tenera brezza.
Robert

***

Natale insieme nella Blogosfera raccogliendo ancora una volta, in questo Blog, racconti e poesie per la vita. Il tema è libero e la partecipazione è aperta a tutti. Puoi postare una o più opere direttamente nei commenti a questo post, da oggi fino al 31 dicembre.
Lanciamo questa Iniziativa in occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS promossa dall’Unicef. Puoi fare la tua donazione cliccando qui.
Questa è l’ultima Iniziativa letteraria dell’anno valida per il Premio Manuale di Mari. Le opere più belle saranno pubblicate nel Blog degli Autori e presentate nel Portale Manuale di Mari e nel corso del Programma “Poesia e parole della sera” condotto da Nicla Morletti e Robert su Manuale di Mari Web TV. La prima puntata del Programma sarà diffusa alle ore 18,00 di venerdì 5 dicembre 2008.
Alcune opere potranno essere pubblicate anche nel libro “La pratica del bello scrivere” curato da Nicla Morletti per Laterza Giuseppe Edizioni.

*Alcune raccomandazioni.*
1 – Questa volta, in deroga al Bando del Premio Manuale di Mari, è possibile pubblicare racconti più lunghi anche se, ovviamente, saranno molto graditi racconti brevi che si adattano meglio alla lettura nel web e rendono più agevole la navigazione del blog. In ogni caso ti preghiamo di non superare le 10000 battute spazi inclusi (evita le spaziature non strettamente necessarie).
2 – I testi saranno pubblicati così come li inserisci. Prima di postare un testo, rileggilo attentamente e apporta tutte le eventuali correzioni.
3 – Non postare più di due opere per volta.

ATTENZIONE: i commenti sono chiusi. L’Iniziativa si è conclusa il 10 gennaio 2009.

481 Commenti

  1. Carissimi Nicla e Robert, penso che questi siano gli ultimi spiccioli di commenti per le iniziative dell’anno appena trascorso. Volevo tanto ringraziarvi per avermi fatto passare ore di infinita dolcezza, e dirvi che sono pronto a nuove emozioni sul ‘Manuale di Mari’. Spero di non avervi dato troppo da fare, e di aver contribuito, insieme a tanti altri amici, a rendere meraviglioso questo nostro giardino di poesia.
    Un commosso abbraccio, Lenio.

  2. TORMENTO
    Tu fosti la realta’
    del mio sogno.
    Fata cubana
    nell’empireo romano.
    E m’ammaliasti.
    E mi ingannasti.
    E mi congedasti,
    altera, ingiusta, impenetrabile.
    Inarrivabile ,
    t’avvicinai.
    Mi concedesti l’incanto
    di pochi giorni.
    O Signore,
    toglimi il sole.
    Ma ridammi Marianne.
    Per un attimo d’amore.
    Poi moriro’.
    Alla vita dell’Infinito.

    Gaetano
    .

    Poi moriro

  3. A PADRE RENZO CAMPETELLA

    LE TUE MANI SPALANCATE

    Le tue mani per salutare
    accarezzare
    stringere in un forte abbraccio
    la vita.
    Le tue mani per raccogliere
    stagioni d’amore
    di preghiera
    e far sentire il profumo
    dell’aurora
    che non si fa portare via
    dalla sera.
    Le tue mani spalancate
    per accogliere
    chi sta nella penombra
    nella tenebra
    e fare respirare il giorno
    nella sua anima.
    Le tue mani per tenere in grembo
    il cuore
    e non fare scivolare la luce
    dalle dita.
    Le tue mani per donare
    il tuo tempo
    a chi non ha tempo per donarlo.
    Le tue mani per non stare
    con le mani
    in mano.

    Giuseppina Mira

    • @Giuseppina Mira,
      Cara Giuseppina,
      sono io che desidero porgerti i complimenti per le tue poesie, così generose, luminose, sensibili. I tuoi incisivi versi catturano sempre il cuore deponendovi una speranza.
      Con affetto

      Daniela Quieti

    • @Giuseppina Mira, Ciao Giuseppina, approfitto di questa bella poesia per salutarti affettuosamente.
      Con stima ed amicizia.

      Sandro Angelucci

  4. IL VALORE DELL’AMORE

    Era la mattina del 6 gennaio, avevo dormito più del solito, erano le 9 del mattino quanto aprii le finestre mostrando ai miei occhi il paesaggio imbiancato, la neve ricopriva ogni cosa, i rumori ovattati, un silenzio dolce e soave.
    Un giorno di festa e ritornai con la memoria a quando ero bambina, con l’entusiamo e la frenesia di alzarmi per vedere cosa mi aveva portato la Befana durante la notte.
    Giochi e dolciumi, non molti, le ristrettezze economiche non permettevano di scialacquare la “borsa del papà”, ma per una bambina piccola ed ingenua, tutto era un regalo, anche se era piccolo.
    Oramai adulta, restano i ricordi ma quel giorno sarei andata in visita ai miei genitori e con l’entusiamo ingenuo filiale mi presentai loro con una sorpresa, un viaggio “tutti insieme” .
    La delusione prese il sopravvento difronte all’apatica atmosfera, all’indecisione ed al poco entusiasmo che mi manifestarono.
    Per finire, mi diedero una bella “bastonata” sulle spalle; mio padre doveva essere operato e il viaggio seppur interessante………….
    Il cuore si fermo in un’istante e cominciai a pensare.
    Mio marito mi guarda, comprende la mia delusione, si alza dalla sedia e mi fà cenno di uscire di casa; lo seguo ancora sbalordita, attonita, piena di domande, incompresa. Saluto frettolosamente ed esco da quella casa che non è più la mia casa, solo un luogo dove recarmi per trovare i miei genitori, che non mi hanno mai amato, che mi considerano meno di un estraneo.
    Con un macigno nel cuore, le lacrime scorrono sul mio viso ed il bianco candore della neve mi acceca.
    Quale valore ha l’amore?
    Sono loro figlia, è sbagliato che li ami ciecamente, incondizionatamente anche se non sono mai stata corrisposta?

    • @TerryAires,

      Ciao Terry, a volte sono quelli che più amiamo ad amareggiarci, e legittima mi sembra la tua domanda. Me la sono chiesta tante volte anch’io, e solo da poco tempo ho saputo trovare una risposta. Non so se la condividi, ma penso che l’amore per un figlio o per un genitore é indipendente dalla loro condivisione. Io amo mia figlia, per esempio, qualunque cosa faccia nella vita, in qualunque modo si comporti con me o con gli altri. Non per questo sono pronto a giustificarla, se sbaglia é giusto che paghi, ma l’amore che ho per lei é assoluto. Complimenti per il tuo bel racconto, a risentirci Lenio.

  5. The clousement
    change
    euforicamente ambrata
    a doppio taglio
    acceca
    limitatamente
    o universalmente
    ? trasversale
    assale
    l’uno
    dell’altro

  6. Vorrei chiudere, almeno da parte mia, questa bellissima iniziativa di Natale insieme nella Blogosfera con un racconto su una terribile realtà del mondo di oggi, la violenza alle donne. Possibile che episodi come questo, che per fortuna é inventato, accadano ancora? Vorrei tanto sapere cosa ne pensate. Può un racconto servire ad insegnarci il rispetto?

    Sono caduta

    Dal momento in cui era scesa dall’autobus la ragazza si accorse di essere seguita. Un ragazzo alto, moro le si era avvicinato a non più di due metri. Se si voltava indietro, lo scorgeva in fondo alla strada. Affrettò il passo. Il ragazzo la seguiva ancora Lo zaino pieno di libri pesava sulle giovani spalle di Laura, studentessa diciottenne del vicino liceo classico. Laura imboccò lo stretto vialetto di tigli. Cominciava ad avere paura. Aveva sentito spesso parlare di ragazze violentate nei parchi, ma era ancora giorno e il sole splendeva alto nel cielo. Forse non c’era alcun motivo di aver paura. Forse quel ragazzo voleva soltanto conoscerla. Forse se n’era già andato per i fatti suoi. No, era ancora laggiù, in fondo, e stava affrettando il passo. Laura si mise a correre. I tacchi le impedivano di essere veloce come avrebbe voluto. Ancora pochi attimi e sarebbe stata raggiunta. Provò a gridare, ma le sue parole furono imbrigliate dal respiro che le si era fatto affannoso. Guardò ancora dietro di se. Ormai solo pochi metri la separavano dallo sconosciuto. “Che vuole da me? Mi lasci stare!” gridò Laura. Il ragazzo l’aveva afferrata alla gola e, con accento chiaramente straniero, le intimava di non urlare. Con forza la trascinò sul tappeto di foglie che si stendeva ai piedi di un grosso albero. “Stai zitta” le intimò, facendo balenare davanti agli occhi spaventati di Laura la lama di un coltello. “Spogliati, levati i pantaloni” disse ancora il ragazzo. Laura era come pietrificata. Fece macchinalmente quello che le era stato richiesto. Sperava solo che arrivasse qualcuno a salvarla. No, nessuno stava arrivando, sul suo collo c’era solo il fiato di quel ragazzo che, con la mano libera dal coltello, le tappava la bocca e le impediva di gridare. Poteva solo piangere, ma in silenzio, il suo giovane corpo premuto contro le foglie giallastre del viale. Il ragazzo, preso da un piacere irrefrenabile, la stava possedendo. Laura era costretta a quello che ogni ragazza sogna di fare con l’uomo che ama. Li aveva vagheggiati a lungo col pensiero quegli attimi che precedono l’amore, caldi, soffusi di sentimento, trepidi di carezze, e aveva immaginato anche il momento in cui avrebbe donato se stessa al suo ragazzo in un supremo atto d’amore. In quel momento stava invece provando solo disgusto e un dolore che non era soltanto fisico, ma le attanagliava l’anima. Le lacrime le uscivano copiose, i gemiti le rimanevano strozzati in gola. Il ragazzo ebbe uno spasmo improvviso, poi, continuando a impugnare il coltello, si rizzò in piedi. Quindi si allontanò, senza neppure avere il coraggio di guardarla negli occhi. Il sole stava scomparendo nel vialetto dei tigli. Si era fatto fresco e Laura avvertiva un vento gelido nelle ossa. Attese qualche attimo prima di rialzarsi, poi, timidamente, sollevò la testa e si guardò intorno. No, non c’era nessuno, era sola, poteva rialzarsi. Si ripulì i Jeans e la maglietta dai fili d’erba che si erano insinuati anche tra i suoi lunghi capelli biondi. Si sentiva come un’arancia spremuta. Non le era rimasto che il corpo, inutile buccia da gettare ai rifiuti. “Dirò tutto a mia madre” pensò, “denuncerò quel ragazzo”. Si vide in un’aula di tribunale, il giudice che sollevava l’indice verso di lei. “Devi provare di aver subito la violenza, non bastano le parole”. No, Laura non aveva ferite né al volto né alle mani per dimostrare quello che aveva subito. Le ferite le aveva, sì, ma in un posto dove nessuno poteva vederle, e cioè dentro la sua anima. Sarebbero rimarginate? Avrebbe un giorno dimenticato tutto quanto? Laura si alzò barcollando. Raccolse lo zaino che era finito a pochi passi da lei e si avviò dolorante verso casa. Alla madre che le chiedeva cosa le fosse successo, trovandola sporca di terra e di fili d’erba, spettinata, rispose solo “sono caduta”.

    • @lenio vallati,
      quello che mi ha colpito di questo tuo racconto è l’impressione del ripetersi di un fatto ormai abituale: l’attesa di un atto previsto, la difesa minima per non rischiare ferite o anche la vita, il tentativo di superarlo senza traumi. La violenza subita dalla ragazza, che nella mia giovinezza pareva assurda, è oggi una eventualità come tante, ci stiamo abituando, ed è proprio così come nel tuo racconto.
      Forse anche gli scrittori possono incidere su questi fatti, in quanto l’opera d’arte vera ha un impatto sui sentimenti, è proprio la mancanza di sentimenti, evidente nel tuo racconto quando decrivi il ragazzo, a comportare l’uso degli altri.
      Ci rivedremo a Firenze Lenio, spero in quella occasione di avere il tempo per scambiare opinioni con te ( il tempo concessomi dai treni è piuttosto ristretto )

      • @andrea,

        sì Andrea, é proprio questo quello che ho voluto dire nel mio racconto, e cioé che il male non é più oggi un fatto isolato, insolito, ma é diventato una cosa normale, di tutti i giorni, un fatto di costume. La violenza a questa povera ragazza, che di per sé rappresenta un atto assurdo, diviene la conseguenza più logica in un mondo dove si é perso il rispetto per il prossimo, e in questo caso per una giovane donna. Io, vedi, non mi meraviglio più di tanto per quello che accade oggi, mi meraviglierei molto di più se non accadesse. Questo penso sia il modo migliore per sollevare la questione della violenza alle donne, per far scattare dentro ognuno di noi quella molla che dice ‘non deve più accadere’. Non dobbiamo mai arrenderci alla fatalità delle cose, ma avere paura della nostra abitudine alla violenza. Mi piace molto dialogare con te, Andrea, sai sempre ravvivare con domande molto interessanti e pertinenti il fuoco nascosto dei miei mille dubbi.
        A presto, Lenio.

    • @lenio vallati,
      fa piacere che un uomo abbia la tua sensibilità e si immedesimi nel pensiero delle donne e nella loro sofferenza. E’ incredibile che il fenomeno della violenza sulle donne sia in crescente aumento anche se, meno male che il tuo racconto è inventato. Inoltre, chissà perchè di fronte ai giudici (spesso uomini) le donne violentate subiscono ferite maggiori in quanto dicono che hanno sempre torto perchè tutte (non se ne salva una) provocano un branco di lupi affamati oppure hanno la colpa di difendersi troppo dall’aggressione in una lotta impari. Alla fine le donne vittime della situazione di violenza per non far godere ancora di più la loro vittoria a quelle bestie di uomini preferiscono tenere il loro dolore nell’anima sperando che il tempo aggiusti tutto. Quegli uomini dovrebbero essere i veri emarginati, ma così nella nostra società non accade anzi vengono liberati quasi subito come avessero rubato una mela e non la purezza dell’anima di una donna che voleva condividere quell’attimo speciale soltanto con chi amava veramente.

      • @Alba Venditti,

        purtroppo accade come dici tu, Alba. Eppure io non riesco a capire gli uomini che si comportano a quel modo. Chi ruba lo fa per godere poi del frutto della sua rapina, chi uccide lo fa, a torto o a ragione, per odio o per vendetta, ma chi violenta? Ciò che sta alla base di queste violenze é, secondo me, il disprezzo per l’altro sesso, oppure il volersi vendicare per un rifiuto più volte subito. No, Alba, non credo di essere perché ho queste idee un uomo particolarmente sensibile. Credo soltanto di possedere una buona dose di rispetto per il prossimo che questi lupi affamati non conoscono. Grazie per il tuo bel commento, a risentirci, Lenio.

  7. Primavera

    E m’inebrio di te,
    dei seni palpitanti dei tuoi aprili
    turgidi al mattino di rugiada,
    dei tuoi maggi carnosi
    fioriti come incanto ai davanzali,
    dei tuoi marzi indecisi
    e pudichi di mimosa.

    E mi perdo nel vento
    tra voli di rondini al tramonto,
    e gioco col pulviscolo,
    e consegno i miei sogni
    allo scrigno del cielo nelle notti
    inanellate di stelle.

    E poi verrà l’estate, e l’autunno, e l’inverno
    in un continuo turbinare di stagioni,
    tra attese vane
    e certezze disseccate al sole,
    tra i pampini dorati degli addii
    e aghi di ghiaccio conficcati
    nel dolore della carne.

    E tornerai di nuovo, come sempre
    a inebriarmi il cuore di speranza,
    e soffierai di nuovo la tua linfa
    nei miei sensi assopiti a rinverdire
    i disseccati rami
    che attendono le foglie, inutilmente.

    Lenio Vallati

  8. SENZA TE

    Vuoto
    e
    inutile
    il tempo senza te

    Senza il tuo abbraccio e la tua voce
    Senza il tuo desiderio e la mia voglia
    Di stare uno accanto all’altro
    Di lasciare tutto il resto fuori
    Per pensare che ogni tanto è giusto essere felici
    E scambiarsi la pelle e i sogni
    Cercando di trovare quello che è venuto a mancare

    Senza te
    A poco servono le ore
    Se non a far battere inutilmente uno sventurato cuore
    che deve rimanere muto del suo amore
    A poco servono le mani
    Se non possono accarezzare chi le attrae
    A poco servono le parole
    Se non saranno udite da chi le può capire
    A poco servono gli occhi
    Se non potranno chiudersi su chi vorrebbero rivedere al mattino

    A ben poco serve tutto quanto possiedo
    Senza te
    Senza
    TE

    Annalisa dicembre 2.008

  9. IL TUO CANTO

    Solo un nome il tuo retaggio
    senza paura, senza parole,
    ti ho incontrato ogni mattina
    con la pioggia, con il sole,
    con un secchio d’acqua grigia
    e una spugna lacerata,
    piccolo figlio del vento,
    la speranza già negata.
    Il tuo parco, un sottopasso,
    il tuo gioco, un girotondo
    tra motori infastiditi,
    il tuo premio, un parabrezza,
    il tuo canto, una frenata
    come ultima carezza.
    Resta il secchio abbandonato
    con la spugna insanguinata,
    e quel fiore calpestato.
    Forse un prato l’hai trovato.
    Corri, corri, non voltarti
    troppo fredda è questa mattina,
    resta a giocare da quelle parti.

    • @Daniela Quieti,

      Carissima Daniela, quanta dolcezza nelle tue parole! E quanto amore per questo bambino, figlio del vento, uno dei tanti fiori recisi dalla tempesta della vita. Come sempre riesci ad andare al centro del problema, a catalizzare l’interesse di chi legge le tue bellissime poesie. Ecco perché noi poeti possiamo, se non cambiare, almeno migliorare questo nostro mondo, bisogna solo crederci, come te, e poi credo davvero che per cambiare qualcosa bisogna amarla, profondamente. L’odio non cambia niente. Un abbraccio, e complimenti, Lenio.

    • @Daniela Quieti,
      come sempre, ci sa far apparire l’immagine di ciò che descrivi. Quel fiore abbandonato dalla società voglio sperare come te che sappia rivivere su quel prato che ha con fatica conquistato. Poi, quel fiore, germogliato nuovamente, si trasformerà felice in un usignolo e ci farà ascoltare il suo canto libero che per le nostre orecchie sarà una dolce melodia. Complimenti e saluti infiniti.

    • @Daniela Quieti,
      Cara Daniela,
      la tua poesia intensa e vibrante di commozione fa riflettere sullo sfruttamento minorile ed è di monito per coloro che calpestano i fiori dell’innocenza piuttosto che respirarne il profumo.
      Sei proprio efficace nelle immagini e nel messaggio!
      Complimenti!
      Ciao
      Giuseppina Mira

    • @Daniela Quieti,
      Desidero ringraziare, di cuore, Lenio Vallati, Alba Venditti e Giuseppina Mira per le loro preziose parole che vestono i miei versi di profondi significati. In questo sentito Natale insieme, la nascita di Betlemme ci ha ricordato di fare tutto il possibile per tutti i bambini a cui è negato l’amore.
      Con affetto

      Daniela Quieti

    • @Daniela Quieti, Tutto si può negare – e si nega – ma non il diritto di sperare, eppure. . . . Forse quella corsa senza voltarsi è davvero fuga e insieme riscatto dal gelo che uccide.
      Come sempre brava, complimenti

      Sandro Angelucci

  10. NONNO ANDREA
    di Nello Agusani

    Le sue giornate, mai particolarmente intense, col tempo erano diventate monotone, se non proprio vuote, scandite dalla cadenza dei riti quotidiani. Da dodici anni era in pensione e da cinque era rimasto vedovo, ma non aveva cambiato per nulla le abitudini, come quella si essere in piedi sempre di buon ora.
    Pure quel venerdì mattina, di un marzo ancora freddo, si era alzato assai presto, sebbene negli ultimi tempi non dormisse tranquillo a causa di alcuni pensieri ricorrenti. D’altronde, la sveglia era ancora puntata sulle sette come ai tempi in cui doveva iniziare il lavoro di magazziniere alle otto: non vedeva ragioni per spostarla in avanti.
    La sua generosità si notava anche da un piccolo particolare: al mattino, prima d’ogni altra cosa, serviva qualche bocconcino a Mammone, il suo gatto. Quindi, faceva colazione con un bicchiere di latte caldo, intingendovi dei pezzi di pane vecchio per saziarsi meglio, secondo un’abitudine che risaliva a tempi lontani e raminghi.
    Sistemate le stoviglie, annaffiava i gerani che teneva sul balcone ed era pronto per uscire dal suo appartamento al terzo di via Piana, nel quartiere San Donato a Bologna. Quando il piattino era vuoto e si era ben rimpinzato, Mammone lo seguiva giù per le scale per appostarsi in un piccolo giardinetto a lato del condominio, mentre lui se ne andava verso il centro con la sua bicicletta che custodiva gelosamente in cantina.
    Quell’appartamento lo aveva voluto acquistare la sua povera moglie Elvira: poco dopo il matrimonio avevano venduto la loro casetta in campagna con annesso un piccolo appezzamento di terreno per trasferirsi in città, ritenendo di beneficiare di migliori servizi, specie un domani in età avanzata.
    Si erano fermati in quella che allora era l’estrema periferia, circondata dalle coltivazioni agricole, così non avrebbero rimpianto troppo la loro campagna.
    Con la costruzione del quartiere fieristico, poi, la città si era allargata sempre di più, fino alla tangenziale: così si erano ritrovati stretti nella cintura, in quel palazzo di sei piani, senz’anima né ascensore. Dal terzo piano non si vedeva più la città, e nemmeno la campagna: la visuale era ostruita da palazzi simili, o di altezza superiore, davanti e dietro.
    Non poteva lamentarsi: aveva la casa di proprietà, una pensione di ottocentotrenta euro mensili e una vecchia Renault R5, pur di generazione pre-euro, con notevoli limiti di circolazione da quando i comuni promuovevano le campagne contro l’inquinamento da polveri sottili. Ma pazienza…
    Andrea sapeva come non annoiarsi: al mattino se ne andava in bicicletta in un circolo Arci in via Paolo Fabbri, che ospitava un campo da bocce: qui non era difficile trovare amici occasionali per una partita o per bere un bicchiere di rosso in compagnia.
    Alle tredici era impegnato davanti alle scuole medie inferiori, in via Salvini, per aiutare i ragazzi ad attraversare la strada e impedire che al suono della campanella uscissero veloci con il rischio di essere investiti da un’auto. In questo modo, reso orgoglioso dal sentirsi utile, collaborava con l’associazione di volontari Auser, improvvisandosi vigile urbano.
    Poi, quando rincasava, pranzava: qualcosa aveva comprato in giro oppure riscaldava i resti della sera precedente, annaffiati da due bicchieri di Tavernello, il vino economico in cartone che non gli dispiaceva. E pensare che trent’anni prima si era commosso ascoltando la canzone Il pensionato: i versi di Guccini parlavano di “odore di polvere e di minestre riscaldate” provenire dai locali abitati da un vecchio vicino di casa: a quel tempo gli erano
    sembrate tristi vicende, proiettate verso un futuro per lui ancora lontano a venire… Eppure eccoci qua…
    Al pomerigio, verso sera, passava qualche volta dal centro sociale Spartacus, in via San Donato, ricoperto perennemente da scritte incitanti alla lotta; quei locali ospitavano giovani arrabbiati e numerosi extra-comunitari, che lo chiamavano festosamente «nonno Andrea».
    Gli erano simpatici questi giovani senegalesi e nigeriani, alti e scuri, allegri, vestiti di abiti sgargianti, disposti ai sacrifici: gli ricordavano gli italiani emigrati all’estero di un tempo. Qualche volta riceveva l’invito per una cena frugale a base di cous cous e non rifiutava certo.
    Era anche quello un modo per sentirsi meno solo, per stemperare la malinconia in momenti di socialità e di distensione, non fosse stato per quella preoccupazione che gli pesava tanto: suo figlio Augusto aveva perso il lavoro da un anno e speso ormai quasi tutta la liquidazione. Così doveva contare su lavoretti da precari e non gratificanti: a quarantotto anni non era facile trovare un altro lavoro a tempo indeterminato.
    Con la moglie Vera, proprietaria dell’appartamento in cui vivevano, non andava più d’accordo e così lei lo aveva messo fuori di casa per convivere poi con un altro uomo. Augusto non se l’era presa affatto, pensava che in fondo non l’aveva mai amata: si era messo con lei per non restare solo, per avere qualcuno da proteggere, ma lei non ne aveva mai avuto bisogno…
    Ora Augusto era costretto a vivere nell’appartamento della figlia Elisa, in via delle Belle Arti, approfittando della stanza lasciata libera da un’amica. La nipote si manteneva agli studi lavorando sei ore al giorno in un call center; quel posto, fra l’altro poco remunerato, non era nemmeno sicuro.
    Andrea cercava di rimediare come poteva alla situazione precaria dei suoi cari: il giorno 23 di ogni mese, quando riscuoteva la pensione alla posta, passava e lasciava loro diverse centina di euro.
    Anche quel venerdì, al circolo Arci aveva giocato la consueta partita a bocce, ma non era in giornata e le sue biglie arrivavano sempre lontano dal pallino. Finì col perdere: lui e il suo socio pagarono una bottiglia di Barbera dei colli bolognesi, che poi si scolarono assieme alla coppia dei vincitori. Uno di loro, un vecchio conoscente, gli chiese:
    «Di’ un po’ Andrea, che cos’hai fatto oggi?… Mi sembri serio, non credo che sia solo per la partita a bocce che hai perso…».
    «No, non serbo rancore per la perdita al gioco… il problema è un altro… Vedi… mio figlio e mia nipote non se la passano bene e io devo aiutarli».
    «Ma tu fai già il possibile per aiutarli, no?».
    «Si, li aiuto, ma temo che non basti… e ciò mi preoccupa… ma è meglio non pensarci… e beviamoci su! Alla salute…».
    «Ben detto! Alla nostra».
    All’una doveva recarsi davanti alla scuola media per svolgere il suo lavoro volontario di vigile civile, ma siccome era presto si diresse verso il centro sociale dove sperava di trovare qualcuno. Il locale era aperto, alcuni giovani suonavano la chitarra e cantavano tenendo in mano l’immancabile bottiglia di birra.
    Si fermò una mezz’ora, giusto il tempo per vedere alcuni extracomunitari con i quali scambiò poche frasi in confidenza, a bassa voce; nel frattempo si erano fatte le dodici e quarantacinque, così se ne andò.
    Davanti alla scuola media i ragazzi furono più festosi del solito e lui si intrattenne un attimo con loro; se ne tornò poi a
    casa dove pranzò con due polpette al sugo che gli erano rimaste dalla sera precedente. Le mangiò davvero con gusto assieme al pane toscano fresco acquistato lungo la strada; un contorno di insalata – ne aveva sempre in frigo – completò il parco desinare: si era dimenticato che il Tavernello era finito…
    Aveva sparecchiato il tavolo ed era pronto a lavare i piatti, quando sentì squillare con insistenza il campanello:
    «Chi è?».
    «I carabinieri. Sono il maresciallo Riccobono. Dobbiamo entrare».
    «Va bene, vi apro… potete salire».
    Appena il sottufficiale fu giunto sulla porta con altri due militi, gli comunicò senza indugio:
    «Questo è un mandato!», esibendogli il documento sotto il naso; quindi aggiunse: «Dobbiamo effettuare la perquisizione dell’appartamento».
    «Come mai? Non è che vi confondete con qualcun altro?».
    «No, vede, il mandato è stato emesso nei confronti di Andrea Ercolani. È lei? O no?».
    «Si, sono io…».
    «Allora non ci sono dubbi. Mi spiace ma devo comunicarle che da alcuni genitori ci sono giunte delle segnalazioni. Per farla breve, lei avrebbe fornito delle bustine di hashish ai loro figli, davanti alla scuola media di via Salvini».
    «Lo smentisco nel modo più assoluto! Non date ascolto a quei ragazzi! Sembrano carini, ma sono sadici…. si divertono a fare dispetti, a mettere in difficoltà un vecchio come me…».
    Dopo un quarto d’ora di ricerche, però, il brigadiere Mastro-pasqua fece franare il tentativo di difesa di Andrea:
    «Maresciallo, guardi cosa abbiamo trovato nella dispensa, dentro una zuccheriera: dieci bustine di hashish, in aggiunta alle tre che si portava addosso, in un taschino interno della giacca».
    «Bene. E adesso come la mettiamo nonno? Ci deve seguire in caserma!».
    «Gli stringiamo le manette maresciallo?».
    «Lascia stare, per rispetto dell’età…».
    «Posso prendere su qualcosa?»
    «No, no, non importa: ci deve seguire subito!».
    Andrea fece segno di aspettare un minuto: annaffiò i gerani, apri una scatoletta per Mammone, riempì d’acqua una vecchia tazza che stava sul pavimento – doveva pur bere quel povero gatto! – e fu pronto a seguirli.
    Diversi vicini avevano notato l’arrivo dei carabinieri e dall’occhio magico delle loro porte spiarono il movimento nelle scale. Alcuni di essi si affacciarono poi alle finestre per osservare giù in strada Andrea che se ne andava verso la gazzella dei carabinieri, sorretto per le braccia da due marcantoni.
    I commenti furono improntati a malevolenza, come pure a meraviglia: «Chissà cosa avrà combinato!»; oppure: «È impos-sibile… si saranno sbagliati! Succede spesso…”.
    In caserma Andrea fu tenuto in sala d’attesa, sempre con i due carabinieri a lato; dieci minuti dopo fu portato davanti al tenente D’Errico, che gli si rivolse perentorio:
    «Il venerdì 17 non le ha portato bene! Nella sua posizione, le conviene nominare un avvocato, se vuole che l’assista durante l’interrogatorio… Fra poco arriva il sostituto procuratore…».
    «Non saprei chi nominare… e poi non posso permettermelo economicamente… Mi accontenterò di quello d’ufficio».
    «Be’, qui c’è l’elenco degli avvocati, faccia lei».
    Intanto il tenente, per indurlo a meditare, accennò a ripren-dere la stesura di un rapporto per il comando. Poi, ad un tratto l’ufficiale riprese il colloquio e, per soddisfare una sua curio-sità, si rivolse ad Andrea:
    «Ma scusi, lei è solo, percepisce la pensione. Chi glie l’ha fatta fare quest’azione delittuosa che può costarle la galera?».
    «Vede tenente, pur vivendo da solo, io ho famiglia, nel senso che devo mantenerla…». E gli spiegò la situazione in cui versavano il figlio Augusto e la nipote Elisa.
    L’ufficiale restò impressionato da quelle vicende, ormai frequenti ma non per questo meno incresciose, e dal ruolo assunto da nonno Andrea. Pensò che quelle storie di ordinaria disoccupazione e precariato potevano dar crescere il malcontento e i comportamenti illegali: un tutore dell’ordine non poteva ignorarlo, il suo lavoro ne veniva condizionato…
    Un poco commosso, come nella canzone Bocca di rosa di De André, smentì il detto popolare secondo cui i carabinieri non hanno il cuore tenero. Volle fargli coraggio e aggiunse in tono più suadente:
    «Be’, se è così, potrà beneficiare almeno delle attenuanti».

  11. Il giro della giostra

    Luminosa gira vorticosamente dentro un cerchio immaginario,
    trasporta sogni felici di visi sorridenti illuminati da mille lampadine.
    Luci barocche scaldano l’aria del freddo notturno
    girandola frenetica sussulta su sbalzi di cavallucci a dondolo
    rincorre praterie immaginate da sogni di bambino.
    Luccica e splende ori zecchini, rossi carmini, argenti smaltati
    mille cerchi veloci negli occhi di anime innocenti.
    Giostra della vita ruotante
    ti concede un giro ancora.

  12. Vi mando di seguito una mia poesia.
    Se vi piace posso mandarvene qualche altra.

    Cesare Marchetti

    TEMPESTA DI MARE
    Dal battello fragile balocco
    vediamo solo il mare.
    Il vento arreca nubi fosche,
    l’acqua si incupisce, s’increspa.
    Sotto la volta grigia del cielo
    il nero dei fondi marini
    traspare come abisso misterioso.

    Forze occulte, sovrumane
    congiurano per muovere il mare,
    spostano masse come montagne.

    Contro il battello corrono
    le groppe poderose delle onde.
    Draghi invincibili ci assediano,
    paure ancestrali stringono il cuore.

    Il vento sibila impetuoso,
    sfrangia la cima delle onde
    crea schiume grige, spruzzi salmastri.

    Il mare ci solleva su colline,
    ci sprofonda in valli oscure,
    mostrando il suo ventre.
    Il terrore è aspettare
    il rovescio dell’onda che travolge,
    guardare il fondo buio delle acque.
    Lì s’apre l’abisso dove regna la Morte,
    lì c’è il confine dell’Aldilà.

  13. PREGHIERA DELLA NEVE

    Neve,
    bianco è il tuo manto
    soffice, dolce il tuo cader,
    cadidamente ricopri ogni cosa.

    Allegre le risa dei bimbi
    nel divertimento dei loro giochi.

    Sereni i cuor di ognuno
    possa portar nel mondo
    fiocchi di neve
    per ogni orror che ci sia,
    e spazza via ogni dittatura.

  14. In silenzio Ascolto

    Immobile
    ascolto il pianto
    di questo mio tempo
    che lungo il cammino
    ha seminato
    spighe di sangue
    tra scarlatti papaveri.
    Spazza veloce
    il vento
    le nubi all’orizzonte
    mentre
    al cielo lenta sale
    questa nenia di dolore
    figlia maledetta
    della cecità umana.
    Nel silenzio
    …..or odo
    taciti sospiri
    di chi muto prega
    sulle violate promesse
    di pace
    che lastricano di croci
    senza nome
    le spietate vie degli ideali.

    • @alifarfalla,

      Ciao Alifarfalla, sono rimasto molto colpito da questa tua poesia. Con pochi versi sai descrivere questo nostro tempo, l’amara realtà che ci circonda fatta di odio e di illusioni. Bellissime le immagini che evochi, spighe di sangue tra scarlatti papaveri, e croci che lastricano le vie degli ideali. Mai come in questo momento le promesse di pace vengono disattese da uomini che amano solo la violenza. Complimenti Alifarfalla. I tuoi versi ci fanno volare verso fiori profumati apparternenti ad un mondo finalmente di amore. A risentirci, Lenio.

  15. Come foglia che trema,
    in mezzo al turbinio del vento gelido,
    lama invisibile sulla pelle fende.
    Vuoto dentro,
    graffi nel cuore,
    lividi dell’Anima.
    Ma osservo,
    respiro e sospiro,
    mi regalo un sorriso.
    I miei sogni a volte,
    non hanno nomi,
    sono fatti solo di sensazioni ed emozioni.

    • @NellAnimaMia,

      i sogni, a volte, sono più reali della realtà, e in essi ci rifugiamo quando ci sentiamo, come tu dici con bellissimi versi, graffi nel cuore e lividi nell’anima. Ci basta un sorriso, allora, ci basta farci una carezza per dissipare quel vuoto che abbiamo dentro e tornare a volare. I sogni non hanno nomi, e neppure indirizzo. Sono liberi di espandersi secondo le nostre emozioni e sensazioni. Complimenti, a risentirci, Lenio.

  16. Il viaggio della memoria

    Non sai quante volte avrei voluto partecipare ad uno di quei tanti viaggi della memoria organizzati ogni anno per ricordare l’olocausto. Ma per un motivo o per l’altro non vi ho potuto ancora prendere parte. E così una sera ho preso il treno della fantasia e sono corso a raggiungerti. Tu eri ancora lì, in quella casa affacciata sul Prinsengracht quando sono arrivato quella mattina del 4 agosto. Tutto era silenzioso prima che la polizia nazista facesse irruzione. Poi qualcuno ha spinto la porta girevole e secchi ordini in tedesco hanno invaso il retrocasa. Urla, scene di disperazione di tua madre, di tua sorella, della signora Van Daan. Tu eri terrorizzata, forse stavi ancora dormendo o forse ti eri appena alzata nell’attesa di un nuovo giorno di prigionia. Dopo tanti mesi trascorsi nella paura di essere scoperta, ecco che il tuo sacrificio risultava vano. A niente era servito quel lungo periodo di segregazione, e il doversi adattare a vivere in poco spazio con persone diverse da te. E il cibarsi ogni giorno di bucce di patate o di altre verdure avariate, pur di evitare la deportazione. I fogli del tuo diario giacevano sparsi a terra nella confusione generale, mentre mani estranee frugavano dappertutto. Ma qualcuno li avrebbe raccolti, e pubblicati un giorno perché il mondo sapesse del tuo olocausto. La carta è più paziente degli uomini.

    Qualche giorno dopo, l’8 agosto, ti hanno messa sopra un carro merci destinazione Westerbork. Eravate in tanti, e insieme a te c’erano gli altri tuoi compagni dell’alloggio segreto. Per te iniziava un viaggio tragico che ti avrebbe portato tuo malgrado nei peggiori luoghi dell’abiezione umana. Per me, il desiderio di indagare fino in fondo la nostra natura di uomini, per capire fin dove si può spingere il nostro odio. Mi sono chiesto molte volte se anch’io, al posto di quei tedeschi che ti puntavano addosso il mitra e ti costringevano a salire sul carro, avrei fatto altrettanto. No, mi sono risposto, avrei preferito morire piuttosto che assecondare quegli ordini assurdi. Ma intanto il vero inferno doveva ancora arrivare, ed io mi ci sarei recato insieme a te per un desiderio di espiazione troppo a lungo atteso.

    Westerbork era solo un campo di smistamento verso altre destinazioni. Qui, dopo avervi divisi tra uomini e donne, trascorresti soltanto un mese durante il quale tu e le tue compagne foste costrette a lavorare duramente. Si dovevano fondere le batterie con uno scalpello ed un martello, poi gettare il catrame in una cesta e le barrette di carbone in un’altra. E a tutte voi veniva la tosse perché si sprigionava una sostanza tossica. Io non potevo aiutarti in alcun modo. Poi giunse la notizia della partenza per una nuova destinazione, ed esplose il panico. Correvate tutte, e vi nascondevate ognuna dietro il corpo dimagrito dell’altra.

    Un cartello fissato ad uno dei tanti carri merci. Un cartello arancione : Westerbork – Auschwitz Auschwitz –Westerbork. Su ogni carro circa settanta persone per un totale di 1019 prigionieri ebrei, 498 uomini, 442 donne e 79 bambini. In uno di questi tu e la tua famiglia. Io non ero presente in questi numeri. Ero solo un sogno, un desiderio di espiazione, e non avrei potuto in alcun modo esserti di sollievo e neppure farti compagnia. Sarei stato solo testimone muto del tuo calvario.

    Il viaggio durò tre giorni. Non c’era niente da bere e da mangiare, non c’era il wc. In un angolo del carro un secchio nel quale fare i bisogni, ma con settanta persone dopo un’ora era già pieno e traboccava. E i bisogni bisognava farli naturalmente davanti a tutti. Di tanto in tanto c’era qualche gentiluomo che si frapponeva fra di voi per celarvi agli occhi degli altri. Appesa al soffitto una candela dentro a un barattolo per avere almeno un po’ di luce. E non c’era spazio per sedersi. Qualcuno, stremato, trovava la risoluzione definitiva alle sue sofferenze.

    Il treno si arresta improvvisamente. Siamo arrivati. Fari potenti, cani che abbaiano, soldati che urlano. I prigionieri vengono fatti uscire dal treno a forza. Siamo arrivati ad Auschwitz. Vi dividono in due gruppi, gli uomini da una parte, le donne e i bambini dall’altra. Medici nazisti vi scrutano. Una rapida occhiata per decidere chi di voi è in grado di lavorare. I malati, i bambini e i ragazzi che non hanno ancora compiuto i quindici anni direttamente alle camere a gas. Tu dimostravi qualcosa in più dei tuoi quindici anni e per questo forse ti salvasti. Ti fecero entrare a piedi nel campo, meno male che Margot e tua madre erano ancora con te. Sul braccio ti tatuarono un numero. Da quel momento non saresti più stata una persona.

    “ Non resterò una donna insignificante e lavorerò nel mondo e per gli uomini”, avevi scritto sul tuo diario. Dovesti pure aprire la bocca, come un animale, per registrare la dentatura. Poi ti vennero tagliati i lunghi capelli. Li vedesti cadere a terra, come i suoi sogni di adolescente. Ti dettero una giacca e dei pantaloni a righe di cotone sia per l’inverno che per l’estate. Ti condussero in una baracca lunga e stretta con all’interno letti a castello. Dormivi su dure assi di legno, fosti costretta a sopportare pesanti lavori, ma dovevi resistere. Per chi si ammalava non rimaneva che la doccia. Estenuanti erano le ore in piedi per l’appello. Vi contavano una per una, e se se si erano sbagliati, o i loro appunti non tornavano, ripartivano a contarvi di nuovo. Ma dovevi resistere. L’unica consolazione era, per non impazzire, tenersi in stretto contatto con le altre donne del gruppo, ovvero creare dei legami di amicizia. E avevate fame, sete, tantissima paura. Potevate usufruire della ‘sauna’, un piccolo getto sotto il quale lavarsi in cinque prima di venire cacciate all’aperto dove c’era una corrente bestiale, senza niente per asciugarsi. Poi fosti colpita dalla scabbia e ricoverata in un reparto apposito. Eppure riuscisti a sopravvivere. Avevi un aspetto orribile, con macchie e vescicole dappertutto. La pomata che ti dettero non serviva a granché. Ma eri ancora viva. Dai camini dei forni intanto il fumo usciva ininterrotto, insieme all’inconfondibile odore di carne bruciata che si sente ancora oggi, dopo tanti anni. Ancora nessuno è riuscito a cancellarlo, nemmeno il tempo che è solito lenire ogni ferita.

    Da Auschwitz fosti trasferita a Bergen Belsen. Forse ti era data una possibilità di sopravvivere, in quel campo non esistevano camere a gas e vi arrivavano prigionieri malati da altri campi. Ma le condizioni igieniche erano insostenibili, e scoppiò ancora una volta un’epidemia di tifo che non si riusciva a controllare. Molte persone morivano per malattia e malnutrizione. Solo tua sorella era con te. Del resto della tua famiglia non sapevi niente. Vagavi, in pieno inverno, con indosso solo una coperta. Eri preda della febbre e deliravi : “ non ho più la mamma né il papà, non ho più niente…”. Trovarono tua sorella Margot ormai rigida. Forse non ti accorgesti neppure della sua perdita. Qualche giorno dopo moristi anche tu. Solo tre settimane più tardi il campo fu liberato dalle truppe alleate, ma ai loro occhi increduli non restavano che ammassi di corpi senza vita.

    Solo una lapide adesso ti ricorda. Una lapide in marmo nero che ti accomuna nella morte a tua sorella. E un’aureola di fiori intorno. “Ancora oggi, non sopporto ingiustizie di nessun tipo, dovunque e comunque avvengano”, scrivevi nel tuo diario. Ma quante ingiustizie accadono ancora oggi, mia cara, e quanti nuovi olocausti si consumano alle più svariate latitudini! Nuovi popoli subiscono quello che tu hai subito allora, perché labile purtroppo è la nostra memoria di uomini. “Viviamo tutti con l’obiettivo di essere felici: le nostre vite sono diverse eppure uguali”. Così dovrebbe essere. Addio, il mio viaggio è terminato. Ritorno alla mia vita e alle mie occupazioni di tutti i giorni. Spero di aver imparato qualcosa da questo viaggio. Certamente non dimenticherò facilmente quello che ho visto, e mi resterà sempre impressa, incollata addosso come la tua coperta, la sofferenza che hai provato. E nonostante tutto, continuo ad essere d’accordo con te quando scrivevi : “è un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà nell’uomo”.

    Nel tuo alloggio segreto guardavi spesso quell’ippocastano i cui rami si protendevano liberi verso un cielo che tu potevi solo immaginare. Volevi essere forse come lui, e rompere quell’isolamento che ti impediva di amare? “Splende il sole, il cielo è azzurro intenso, soffia un venticello meraviglioso e vorrei tanto…vorrei tutto…Parlare, essere libera, avere amici, essere sola”. Ho saputo che l’albero è stato abbattuto, anche se altre fonti affermano il contrario. Quell’albero era il simbolo della speranza che non deve mai morire, anche quando tutto sembra contribuire a negarla .

    E allora, cara Anna, io vorrei, prima di lasciarti, che ripiantassimo insieme un altro albero simile a quello, perché non è possibile vivere una vita senza speranza.

    Lenio Vallati

    • @lenio vallati, considero questo tuo Il viaggio nella memoria una meraviglia, leggendolo si percepisce la tua presenza accanto ad Anna Frank, il tuo amore per lei, non è l’artificio letterario che a volte lo scrittore sa creare con il proprio mestiere.
      Ho letto il dialogo precedente con Maria Luisa Seghi sulla presenza o assenza di Dio, sono dialoghi che se condotti con delicatezza, pur al di fuori del contesto poetico, nobilitano questo sito. Personalmente sono credente, ma senza certezze. Credo a un dio che sfugge al nostro esame, che ha lasciato l’uomo libero anche nel male, e quale miglior risposta che subirlo fino in fondo ? Credo che le leggi della natura che un dio ha voluto non possa continuamente alterarle con interventi in extremis a chiamata. E’ l’umanità stessa che quando può rifiuta Dio. Infine libertà e responsabilità nella vita accomunano il credente ed il non credente. Ma proseguiremo questo dialogo se vuoi in privato per evitare digressioni fuori luogo in questa sede. Voglio però aggiungere in chiusura una poesia che ho scritto proprio pensando a questo:

      Monte Bianco

      Quassù
      altalenante pendolo di nebbia
      il tuo rifugio – da ciò che hai fatto –
      un’amaca di ghiaccio
      accarezzata dai sibili
      come orizzonte un lucore color dell’erba
      sotto scrosci di cielo, impronte
      non scorgi nelle rocce

      Cammino in discesa
      come il nostro, il tuo
      per poi tornare con due legni alla montagna

      Imprudente salire
      imprudente scendere
      le tue parole danzano
      all’orlo del precipizio.

      • @Andrea,

        Grazie per la tua bella poesia, e grazie anche per il tuo apprezzamento al mio racconto. Ci troveremo presto a Firenze, così avremo modo di riparlare sull’argomento, comunque a me piace dialogare e parlare di qualsiasi cosa pur rispettando ovviamente tutte le opinioni. Penso sia sbagliato attaccarsi etichette, ognuno di noi é sempre come sull’orlo di un precipizio per cui non esistono verità assolute, ed anch’io, come te, non ho certezze. Troppo spesso però si tende a seguire quelli che sono i nostri desideri e a non considerare la realtà. L’uomo é un animale strano che assoggetta tutte le cose del mondo al suo pensiero, e a considerare per buono e giusto ciò che gli é utile. Scusami, ma mi piace troppo affrontare certi argomenti e scavarci dentro, fino a trovare l’intima verità delle cose. E la verità, lo sappiamo bene, e il ragionamento raramente si sposano con la fede. A risentirci, Lenio.

  17. Diario delle stagioni
    Primavera
    I primi giorni di primavera… e come ogni anno quello che vedo mi emoziona e mi commuove. La sensazione è di un miracolo di tenerezza. Da un terreno secco, apparentemente omogeneo, tra residui di foglie e corteccia e terriccio che il mio rastrello di legno porta via senza rovinare quanto sta sotto, spuntano i germogli.
    Le gialle primule e i crocus bianchi appaiono per primi.
    Poi si rivelano violette bianche, azzurrate o proprio viola, che aspettavano là pronte sotto alla coltre di foglie secche, e crescono a vista d’occhio.
    Margheritine bianche si ammassano tutte insieme in un grande tappeto. E poi i minuscoli, di un pallido azzurro, nontiscordardime o fiori della Madonna, e un solitario ranuncolo che si leva più alto di tutti fra gli steli. L’erba cresce a ciuffi, come si fossero dati la voce, inframezzati da zolle di terreno ancora nude. Brevi steli di un verde nuovo, inconfondibile, così puro e intatto come si vede crescere solo in questo momento dell’anno; alcuni di loro, nell’aiuoletta davanti a casa, si rivelano essere gialli narcisi ad aprire la loro corolla inclinata ed esitante o giacinti rosa esplodenti un mattino dalle chiuse gemme gommose. L’ampio gelsomino giallo che, complice l‘inverno mite, non ha mai smesso di regalarci la bellezza di qualche fiorellino, ora non fa che moltiplicare boccioli e boccioli che si aprono vividi tra le foglie. La forsizia, un bel mattino, ci accoglie all’improvviso con la sorpresa della sua fioritura.
    E le nuvole bianche e rosa di ciliegi e meli, ogni singolo piccolo fiore così perfetto a guardarlo da vicino, ci commuovono ogni benedetta primavera con la visione incredibile della loro fragile bellezza.
    Teneri colori meravigliosi e nuovi, come un miracolo di vita, a forare un paesaggio ancora nudo e spoglio.
    Ma poi un’improvvisa ondata di freddo, prevista dai meteorologi, fa brinare ancora i campi e quando, al mattino presto, porto il fieno alle cavalle che si girano verso di me con il solito borbottio di riconoscimento, interrompendo il loro misterioso riposo, allora per un poco il mio sguardo va all’intorno, abbracciando tutta la valletta.
    Lungo la valle della Vena, dalla sella del colle dove si nasconde la Buca del Corno fin giù dove si distende per un poco nei campi fino al nuovo lotto di casette che stanno costruendo, brilla il biancore della brina; e laggiù, a lato della grande casa colonica, nello scintillio immobile del prato sta una piccola macchia scura, un gatto nero, ora seduto come a guardare l’orizzonte, ora in movimento alzatosi in uno scatto improvviso.
    Da là la successione aggrovigliata delle case, sopra a tutte il campanile che la mia memoria ritrova pur non vedendolo; più giù la statale con il suo flusso incessante a quest’ora del mattino, e appena prima dell’immissione, sulla destra, il bar Sintony dove immagino, ancora con gli occhi della memoria, un avvicendarsi di avventori nella luce calda che spiove lungo il bancone.
    Estate
    In una mattina di fine giugno, con la sorpresa di un cielo offuscato grigio, tanto lontana la giornata di ieri la prima calda della stagione con l’azzurro azzurro al di sopra, avverto ugualmente che è estate.
    L’estate finalmente! Questo tempo che aspettiamo per tutto l’anno…scrutando il crepuscolo così precoce del novembre e la pioggia…e il freddo…dell’autunno e poi dell’inverno.
    Ma mai come in questo istante, avverto che sì… il vero nostro tempo è proprio quello dell’autunno e dell’inverno.
    Con la primavera poi… attendiamo attendiamo, ma quando l’estate è qui, finalmente arrivata, ecco che nell’attesa realizzata è come se si celasse un vuoto…è come se il nostro animo si chiedesse: e ora?
    Ora che la natura…che tutto poi sta così nella sua pienezza rigogliosa… e fiori e frutti splendono e si espandono in tutto il loro essere… ebbene, oltre tutto questo cosa si può mai celare?
    Cos’altro può accadere? Tutto è già compiuto!
    Autunno
    Alla luce fredda della luna la stradetta fradicia di pioggia curva e sale, luccicando come ghiaccio.
    La temperatura si è abbassata; giornate di pioggia si sono alternate ad altre di sole, un sole pallido e un poco incerto al mattino, addirittura caldo nel pomeriggio; nello scorrere delle ore, si leva a mezz’aria una nebbiolina fumigante che evapora dal terreno.
    Le foglie ingiallite si lasciano volteggiare brevemente, poi mi guardano mute, mentre le calpesto inconsapevole.
    Il cielo è grigio grigio e cade una pioggerellina tenue, quasi impercettibile.
    Nell’orto, ormai disfatto, qualche ciuffo di radicchio e le foglie accartocciate dei pomodori che, a toccarle, lasciano sulle mani il loro profumo.
    A terra alcune foglie, ancora verdi, trattengono nella trama del loro reticolo miriadi di goccioline perlate dove il cielo si riflette.
    In questo periodo dell’anno trionfa su tutto un grande albero di cachi, con le sue splendide foglie che lentamente cambiano colore, di pari passo con i frutti che invece maturano; i suoi rami forti invadono lo spazio degli altri cespugli vicini e della vite arrampicata e ormai allo stremo sui fili. Rossi e gialli incandescenti, a terra e sugli alberi, esibiscono un ultimo sfolgorio di colori. E così penso alla mia stagione di vita, al mio autunno: è ancora bello…con i colori accesi che sfolgorano per ogni dove mostrando la loro voglia di vivere, temperati da consapevolezza e a volte un po’ di malinconia.
    Man mano che piove, qui sul porfido, come sulla nuda terra e su quella ricoperta di erbetta ancora verde, è sempre più una poltiglia di foglie che lentamente macerano tra fili di fieno e fango.
    La nebbia sale sale, mentre la pioggerellina si ferma; ora la nebbia invade tutta la valletta, fino a coprire ogni orizzonte, oltre i rami degli abeti che nitidi vi si stagliano contro come su un grigio opalescente fondale.
    La nebbia restringe ogni spazio ma dilata l’immaginazione perché ogni cosa, la più incredibile, potrebbe stare nascosta là dietro.
    La luce di questo mattino, che a fatica s’insinua nel buio, è lattiginosa e confusa; la massa bianco grigia delle nuvole è immobile, come appoggiata a metà della valletta, ma se la osservi con attenzione, dopo un poco si è come sfilacciata e divisa, un pezzo qui e uno là, quasi a darti l’illusione di sparire; ma si passa appena appena la boa del mezzogiorno ed ecco che le nuvole si riposizionano come al mattino.
    Di nuovo pesano immobili a metà della valletta.
    E un altro cielo di bambagia si libera a fatica dalle maglie della notte, come il corpo vischioso della lumachetta si stacca greve dal fondo erboso.
    Così le giornate cominciano in autunno: con ritmo lento e affaticato, già prima di nascere, con le cornacchie che, stridule, mandano il loro richiamo.
    In contrasto con le foglie che continuano a cadere e giacciono poi a terra in ammassi confusi, la temperatura è mite, quasi di scirocco, e mi viene in mente che tra pochi giorni è l’estate dei morti, ecco perché.
    Inverno
    Novembre. Quasi alla fine.
    La nebbia invade, quasi ingoia, la valletta di fronte a me.
    Scendo lungo i gradini lucidi di pioggia: strana la sensazione sotto ai miei piedi, non più la durezza della pietra ma il molliccio d’innumerevoli frutti dei pini caduti nella notte; il noce mi accoglie spoglio, se non per poche pochissime foglie di un giallo marroncino che rinsecchisce sempre di più.
    I rami scuri scuri del caco, che spuntano da sopra la siepe, spogliati delle loro bellissime foglie verdi, mostrano però trionfanti alcuni frutti arancio, che l’altezza ci ha impedito di cogliere.
    Poi sarà più freddo: i rami spogli e la terra sempre più dura e nera, protetta qua e là da spessi strati di foglie che marciscono piano.
    Gli ultimi colori sbiadiranno lentamente fino a raggiungere l’uniformità muta dell’inverno.
    Attesa…e uno strano pizzicore nell’aria…volteggianti scivoleranno a terra fiocchi bianchi o puntini gelati fitti fitti o d’altra apparenza ancora…tanti sono, e ben lo mostrano le lingue nordiche, gli abiti della neve. Dopo il lutto che rimpiange i colori appena andati, ecco il candore innocente a ricoprire ogni cosa.
    Il bianco, lo sappiamo, è ancora simbolo di morte, divenuta pace però. Tra poco il pomeriggio, brevissimo, verrà di nuovo ingoiato dall’oscurità. E’ imminente la notte più lunga dell’anno: il buio ci tiene e comincerà ad abbandonare la presa su di noi solo verso l’Epifania. Come a consolarci per questa temporanea mancanza di luce ci attende il Natale…con i suoi giorni di festa…con tutte quelle luci e lucine e lucette che accendiamo qua e là…a scaldarci il cuore.
    Intanto è ancora tempo di letargo, penso.
    A me piace stare un poco in letargo.
    Quando ero piccola fantasticavo sul lungo dormiveglia degli orsi durante i mesi invernali, così protetti nelle loro tane, finché gli abeti arrivavano a scrollar via l’ultima neve dai rami e arrivava di nuovo la primavera.
    Pensavo a come doveva essere piacevole la vita di mamma orsa con i suoi piccoli, e a come se ne stavano tutti quanti al calduccio mentre fuori infuriavano venti gelidi o la calma bianca della neve ricopriva il bosco.
    E il grosso tappo di erbe, che ogni primavera lasciavano andare dal loro bel sederone, mi pareva una trovata della natura davvero meravigliosa!
    13 dicembre – S. Lucia
    Finalmente la bassa pressione si è allontanata dalle nostre zone, almeno per ora. La temperatura è scesa, quasi del tutto in linea con il periodo dell’anno. Le notti sono trapunte di stelle e una falcetta di luna naviga in mezzo a loro; pur se scolorita dal primo chiarore che sale, è ancora visibile al mattino quando mi alzo.
    La luce della luna scolpisce il profilo delle colline tutt’attorno: la corona di quelle di fronte porta nel grembo, a correre lungo lo snodo della statale, una spruzzata di luci, più ricca ora in attesa del Natale. La notte che è passata era quella di S. Lucia, in cammino con l’asinello a fermarsi nelle case dove ci sono bambini, spiluzzicando biscotti, zucchero e latte dolce.
    Il ricordo va a quando i miei erano piccoli, alla stradina di carta crespa verde che si snodava dalla porta di casa al camino e su cui spargevo ‘ gli zuccherini di S. Lucia’… mentre i pacchetti attendevano nella notte, immobili, l’impazienza dell’improvviso spacchettamento.
    Quanti ricordi! Ognuno ha i suoi.
    La luce del mattino sale e sale.
    Giù, oltre la tettoia dove i cavalli mi aspettano, vedo brillare la brina.
    Sarà una bella giornata: fredda e serena.

    • @Susanna Trippa,

      ciao Susanna, bellissima questa tua descrizione dei mesi dell’anno. Ogni stagione ha le sue meraviglie, e anche l’autunno, e l’inverno, ci regalano splendidi doni. Vedo questo tuo racconto come l’invito ad accettare la stagione che viviamo. Se la nostra é l’autunno, o l’inverno, non dobbiamo dolercene, perché dopo il vento, e il freddo, e la neve ritornerà ancora la primavera. Se non per noi, almeno per quelli che verranno. O mi sbaglio? A risentirci, Lenio.

      • @lenio vallati,
        innanzitutto ti ringrazio molto per il tuo commento al mio Diario delle stagioni: non sono certo la prima ad avere paragonato, e prima di tutto a sentire, il corso della nostra vita simile all’alternarsi delle stagioni. Sì, penso veramente che ogni stagione mostri un abito di bellezza e anch’io, come te, credo sempre che dopo il freddo e la neve tornerà la primavera e non importa chi ne gioirà; e così trovo molto commovente e insieme saggio l’intento, anche se virtuale, di piantare un altro ippocastano simile a quello che Anna Frank vedeva dalla finestra ( il tuo racconto è molto bello).
        Grazie anche perchè le tue parole rappresentano per me un benvenuto in questo spazio dedicato alla scrittura.

  18. Avevo già letto, Maria Luisa, questo tuo bellissimo racconto, ma il rileggerlo mi ha portato a scoprire elementi che avevo sottovalutato. Noi siamo non solo presente, ma anche passato, quello che abbiamo vissuto, sofferto e amato, quello che noi siamo oggi é il frutto di un lungo cammino di sofferenze e gioie. Tu ricordi anni di intenso dolore, ma anche di speranza, di rimascita, perché spesso l’anima risale solo dopo aver toccato il fondo. Peccato che solo pochi uomini posseggano il dono del ricordo, perché oggi, sotto altri cieli e altre latutudini, si sta perpetrando quello che i tedeschi facevano allora. Io ammiro, Maria Luisa, oltre alla profonda dolcezza del tuo scrivere, anche quella fede che ti anima e che ti fa volare e che io non possiedo. Se é bastata una preghiera alla Madonna a salvarti, mi chiedo, perché, perché milioni di esseri indifesi sono stati uccisi da quella orrenda guerra? Dio, dov’eri, questo era il grido di un grande uomo dal campo di concentramento di Auschwitz, Giovanni Paolo II. Ma, rubando un pensiero ad Anna Frank, posso dirti che a mio modo credo anch’io, e anch’io riesco a volare:
    “è un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà nell’uomo”. Grande Maria Luisa, meravigliosa é questa tua testimonianza di vita e di amore per la tua famiglia oltre che per tutti coloro che sono stati travolti dalla guerra. Questo tuo racconto é il dono meraviglioso di un angelo che riesce comunque a volare, nonostante la sua ala rimanga troppo spesso incastrata nella porta dell’odio e dell’incomprensione degli uomini. Donaci spesso racconti come questo, Lenio.

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