Scatti d’immenso, festa di fine estate

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21 settembre 2008 – Partecipa all’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate“, organizzata in collaborazione con il Portale Manuale di Mari – Poesia e letteratura nei mari del web e Nicla Morletti in occasione della
Quindicesima Giornata Mondiale Alzheimer.

Ho chiuso le finestre
per non udire
i suoni
per non sentire
il chiasso
la fretta
ho chiuso le finestre
sul mondo
per ascoltare
solo te.

Nicla Morletti

Scrittore, poeta o blogger, ti invitiamo a partecipare a questa edizione speciale dell’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate” con fuochi di poesia e d’amore, di parole ed emozioni nel Blog di Nicla Morletti. Amore, ricordi dell’estate passata e suggestioni dell’autunno che avanza. Il tema è libero. Scrivi nei commenti a questo post, da oggi e per tutta la prossima settimana, quello che hai nel cuore in versi e prosa.

Chi vuole informarsi su cosa fare per aiutare la Federazione Alzheimer Italia può seguire questo link.

Agli autori delle poesie e dei brani più belli sarà donato un fiore offerto da Punto Flora o un libro offerto da Nicla Morletti. Alcune opere potranno essere pubblicate nel libro “La pratica del bello scrivere” curato da Nicla Morletti per Laterza Giuseppe Edizioni.

Informiamo gli autori che partecipano al Premio Manuale di Mari che questa Iniziativa è valida ai fini dell’assegnazione del titolo di Autore dell’Anno.

Vi preghiamo di non postare testi molto lunghi che possono rendere poco agevole la moderazione e la lettura dei commenti. Grazie per la collaborazione e buona scrittura!

CLICCA QUI per pubblicare la tua opera o il tuo commento.

379 Commenti

  1. complimenti Nicla x cio’ che hai costruito in questa pagina
    hai messo insieme tanti mondi
    tanti pensieri
    tante vite
    ognuno col suo bagaglio di esperienze
    che danno spessore
    a questo lungo viaggio
    tra un sorriso e una lacrima tante vite in ogni caso
    che vanno vissute
    se potessero parlare la tristezza e la gioia
    trasmetterebbe emozioni piu’gioiose l’animo triste
    grazie x l’ospitalita’
    buon proseguimento.
    pietro bisceglie

  2. Sono riuscito, finalmente ad inviarvi un mio racconto, per favore ditemi se l’avete ricevuto. Grazie e saluti.
    Vittorio Sartarelli

  3. Il Professore di Matematica

    Fra i professori che Simone ebbe la ventura d’incontrare nei tre anni di Liceo Classico, ce n’era uno del quale, tuttora, conserva un ricordo incancellabile, era quello che insegnava Matematica e Fisica.
    Alto e grosso come un armadio, con piedi e mani enormi che agitava continuamente in una pantomima che lo rendeva simile ad un pachiderma in cattività. Il suo incedere era disarmonico ed ondeggiante, goffo e sgraziato nei movimenti. Nelle discussioni, per una sorta d’esibizionismo, usava intercalare delle frasi fatte ad effetto comico, con l’intento di sdrammatizzare qualunque argomento, anche il più banale.
    A Simone non aveva mai fatto una bell’impressione, sin dall’inizio e, a proposito del suo aspetto c’è da dire che il suo modo di vestire era piuttosto trasandato. Portava per mesi sempre lo stesso vestito, con delle camicie spesso sgualcite o mal stirate con i colletti che lasciavano solo immaginare il loro colore originario.
    In conclusione, non aveva un aspetto gradevole: il suo cranio dolicocefalo evidenziava ancor più i capelli che apparivano sempre unti ed essendo perfettamente lisci, umidi e pettinati all’indietro senza scriminatura, sembravano quasi incollati alla cute. Durante la mattinata, tuttavia, le punte dei capelli appena si asciugavano, tendevano a sollevarsi creando un curioso effetto porcospino.
    Un grosso naso adunco e due occhi spiritati dietro un paio d’occhiali con una montatura nera molto comune, incorniciavano un volto spesso inespressivo. Parlava con quella sua vociona gutturale e sembrava un uomo di colore che aveva appena appreso la lingua italiana. Per questo motivo qualche suo discepolo, goliardicamente, gli aveva appioppato il soprannome di “Bongo” che era finito poi con l’essere decretato, dai più, il suo più comune appellativo.
    Se il suo aspetto fisico lasciava piuttosto a desiderare, il suo modo d’insegnare era quanto meno singolare. Entrando in classe con il registro sotto braccio ed una matita appuntita nell’altra mano, con la quale spesso era solito grattarsi la testa, iniziava una sorta di terrorismo psicologico nei confronti dei meno matematicamente attrezzati e dei meno diligenti tra i suoi alunni.
    Esordiva entrando in tono trionfalistico: “ Oggi interroghiamo !” questa frase ad un osservatore occasionale poteva sembrare episodica ma, di fatto, non lo era perché essa veniva ripetuta sistematicamente e quasi sadicamente ogni volta che c’era lezione di matematica. Professionalmente era preparato, ma, non aveva dalla sua parte quel garbo quel “bon ton” che ogni buon educatore dovrebbe possedere, se non altro per rendersi simpatico ai discenti.
    In breve, conosceva la materia ma, non la sapeva insegnare, non era capace di renderla interessante alla scolaresca, non sapeva focalizzare su di se l’attenzione e l’interesse degli alunni, infatti, solo alcuni di loro riuscivano a seguirlo nelle sue cattedratiche lezioni che, per gli altri, non servivano a nulla.
    Egli non si curava più di tanto di vedere se gli alunni della sua classe lo seguivano durante le lezioni e, soprattutto, se erano tutti a capire quello che lui spiegava, andava dritto per la sua strada come un treno diretto, tanto doveva fare e più di tanto non faceva.
    La sua lezione, ogni volta, aveva la medesima noiosa caratteristica, come abbiamo detto s’iniziava l’ora con le interrogazioni che duravano per quasi tutto il tempo assegnato, poi, improvvisamente, il professore si accorgeva che l’ora stava per finire e allora, velocemente, secondo una pantomima ormai nota e consolidata, prendeva il gessetto, si recava alla lavagna e iniziava la sua lezione, dando sempre le spalle alla scolaresca.
    C’era però solo un piccolo particolare per lui trascurabile, infatti, le sue ore di lezione erano collocate, secondo l’orario scolastico dell’Istituto, a cavallo tra la seconda e la terza ora e cioè quando iniziava la ricreazione.
    Ne conseguiva che, trascorsi si e no cinque minuti dall’inizio della lezione, suonava la campanella della ricreazione e poiché nessuno degli alunni voleva rinunciare a quella salutare e distensiva pausa ricreativa, essi cominciavano a lasciare l’aula alla chetichella, uno dopo l’altro, qualcuno forse, ma non sempre, rimaneva diligentemente in classe. Per finire, quando il professore aveva terminato di spiegare la lezione, in classe non c’era rimasto più nessuno.
    Se discutibili potevano apparire i suoi metodi d’insegnamento, altrettanto e forse di più lo erano i suoi comportamenti sociali, soprattutto con i suoi alunni che, in genere erano trattati con sufficienza dall’alto della sua cultura scientifica e, quelli che egli riteneva i meno meritevoli per il profitto, nel corso delle interrogazioni, quando essi si trovavano in difficoltà erano scherniti e messi in ridicolo al cospetto della classe con un’ironia che rasentava l’insolenza.
    Ad integrazione di quanto espresso sopra, il racconto di Simone si arricchisce della sua personale esperienza nel corso di una sua interrogazione alla lavagna. Per completezza d’informazione e per onestà d’espressione egli stesso ammise come la sua scarsa preparazione nella matematica fosse una storia di lungo corso che prendeva le mosse dal tempo in cui frequentava la scuola media, nella quale aveva avuto la ventura di trovare un professore di matematica piuttosto scarso e anche lui inadatto all’insegnamento.
    Di lì la sua pessima preparazione specifica ed una specie d’idiosincrasia per quella materia, per lui così astrusa e che non poteva soffrire, avendola sempre considerata una specie d’oggetto misterioso che non riusciva ad identificare. Ora era al Liceo e il nuovo professore, non solo non aveva fatto niente per modificare il suo atteggiamento nei confronti di quella disciplina, ma addirittura, con quel suo modo di fare aveva contribuito a peggiorare notevolmente la cosa.
    Quella mattina, durante l’ora di matematica, Simone fu chiamato alla lavagna per sostenere un’interrogazione, giova ricordare che era il primo anno di Liceo Classico e che in classe c’erano molti nuovi compagni. Si trattò di un drammatico “rendez vous” con quel professore che già gli stava antipatico e che pregiudicò i rapporti futuri tra loro due, per i tre anni a venire dell’intera sua esperienza liceale.
    Il professore, distrattamente, gli dettò un’espressione algebrica che doveva essere sviluppata, Simone all’inizio fece appello a tutte le sue precorse conoscenze e, per alcuni minuti, andò avanti con l’espressione finchè arrivò ad un punto morto, perché non sapeva più continuare.
    Il dilemma era, bisognava mettere il segno più o il segno meno, scelse a casaccio, tanto per lui uno valeva l’altro, decise di continuare con il segno più e stava per proseguire, quando il professore lo apostrofò veemente con quel suo parlare da immigrato africano – “Più metti?”, al che Simone, visibilmente imbarazzato, si affrettò a cancellare il segno più sostituendolo con il segno meno e il professore di rimando, con più veemenza – “Meno metti?”.
    Simone entrò in crisi, non sapeva cosa dire o fare, passarono alcuni minuti di silenzio assordante, il professore taceva, aveva in viso un sorrisetto ironico e sembrava calmo e sereno, poi, improvvisamente, come colto da un raptus e paonazzo in volto esplose: “ Più o meno devi mettere, somaro! Vai a posto, ora ti metto due sul registro.”
    Nonostante l’aria pesante del rimprovero e della brutta figura rimediata da Simone, ci fu una fragorosa risata da parte di tutta la classe che si sommò a quel rimbrotto sgarbato e violento facendolo precipitare nello strapiombo della mortificazione e dello sconforto. In conclusione si era consumato un “abuso” ed era stata usata violenza alla sua dignità di persona.
    Certo quel rimprovero poteva essere stato fatto in un altro modo, più civile e soprattutto meno discriminatorio ma tant’è, quel docente era fatto così. Questo episodio ed altri che nel corso dei tre anni di Liceo si verificarono non contribuirono certo a instaurare rapporti idilliaci tra i due.
    Da quanto abbiamo appreso, era facile capire che la matematica, Simone non l’aveva mai potuta soffrire tanto era vero che in terza liceo, agli esami di Stato, fu regolarmente rimandato in matematica, com’era giusto che fosse. E’ pur vero, tuttavia, che in un mese e mezzo di lezioni private impartitegli da un altro professore di matematica che, dal punto di vista didattico, stava perfettamente agli antipodi del suo insigne collega, Simone imparò con piacere e profitto, più matematica di quanta ne avesse appresa dall’inizio della Scuola.
    Quello che strideva, poi, nel giudizio complessivo sul comportamento di quell’insegnante era il suo modo di proporsi nei rapporti interpersonali con gli individui che non s’identificavano con i suoi alunni, con i quali era tutto latte e miele per una sorta di dicotomia biologica, con un perbenismo di maniera stucchevole e bacchettone che a Simone dava il volta stomaco.
    In fine, a proposito dei suoi convincimenti morali e religiosi, ampiamente esternati, d’uomo tutto lavoro e famiglia in qualità di cattolico praticante che aborriva il peccato, i vizi e le perversioni degli uomini, si rivelò anche lì piuttosto ipocrita e in aperta antitesi con i comportamenti virtuosi che predicava in pubblico. Correvano, allora, gli anni ’50 dell’ormai trascorso secolo XX ed esistevano ancora le così dette “Case chiuse” ebbene, un compagno d’istituto di Simone che frequentava il terzo Liceo, lo incontrò una volta, inopinatamente, in una delle sue visite in quel “luogo di perdizione” così le chiamava il professore eppure, udite udite, che scandalo, anche lui frequentava i bordelli della città.

    Vittorio Sartarelli

  4. RIDONDANZE
    (Arbitri accademici)

    Nella repente foresta delle cornute muse
    Pietose le ninfe appena citate
    Volteggiano acri e fumiganti
    Scorribande di innocui pruriti
    Indenni tra cauti
    Ammonimenti e recline
    Parvenze: sono forse
    Demenze avide, somigliano al canto
    Appena trascorso, discorrono con il Morso
    Della trita e bionda e scura Adimante che
    Si agita nell’instancabile proda
    Del verdazzurro salmastro treppiede
    Delle erettili acque; e un
    Terremoto madido di
    Surrettizie evidenze, e fertili
    Acque smagate al supplizio
    Delle torride terre, e pure favelle
    Inclite mordono le
    Rupestri corone sparse
    Che innalza il tempo
    Dilavandone le scure
    Forbite lusinghe
    Dove si sperde il regno
    Di una accecata fiamma; alta la muta
    Epidermide delle rive
    Somiglia alla pallida
    Ermione naufraga
    Tra le colline sparute
    E i sentieri innevati: i nervi lucidi
    Trasmettono la delirata visione, in
    Assurde rapine volute
    Dall’estasi dei sensi irrequieti: è
    Il favoloso Oriente che preme
    La sua risacca di immagini derelitte,
    Ampliandone l’inesausta favella,
    Come se fosse una reggia incantata
    Entro la foggia di un largo maestrale;
    E il mare gonfia
    Il salso meriggio
    Al fomite dell’inquietudine vaga,
    Trapuntata dagli aghi
    Del sottilissimo fingitore
    Di queste meliche sfingi: dipingi
    L’estro, mettiti calmo
    Nella pianura dove discende
    La mistura errabonda
    Delle volute credenze
    Melodiose e funeste
    Fra le trapeste balze che il furibondo rintocco
    Di questo canto
    Ricuce nel seno
    Delle crestate deliranti spume,
    Discendi nel Maelstrom
    Sorvolando piumato
    Fra gli ardimenti levati nell’alto
    Dai ciechi veglianti maghi
    Che il mondo tormentano,
    Divagando nottivago restituisci all’onda
    Il diritto del proprio impero
    Che Olimpo non volle
    Per misurarsi soltanto
    Con l’aspra montagna –
    E vola, e trasvola, fra rupi maledette e unghie falcate
    Nel seno di differenze negate
    Che occhi immortali
    Smarriscono per rapirle, e
    Accogli la strenua metamorfosi
    Di questi sensi, e renditi
    Al fato nottambulo
    Che devasta le leve infrante
    Del disserrato cosmo – e agisci infine, trascina
    Le limpide sembianze molli
    Che precipitano davanti
    Ai miracolati occhi, e accogli
    Questa infrenata benedizione, con la
    Furente lena dimenticata dietro
    La pena dell’immancabile Tempo

  5. Ciao Nicla, vorrei sapere se risulto nei blog deli autori.
    Grazie e complimenti per il sito e tutte le meravigliose iniziative!

  6. Natale diverso

    Voglio regalartelo
    questo Natale così diverso,
    così disadorno,
    le nostre speranze appese
    come palline colorate
    ai rami verdi di un abete
    che filtra immenso
    da una grande finestra d’ospedale.

    Voglio regalartelo
    questo Natale senza luci,
    con la neve nell’anima,
    negli occhi l’attesa
    del volto di tua madre
    laggiù, sola, sospesa
    tra la vita e la morte.

    Tienilo con te
    questo Natale così diverso,
    senza prelibatezze,
    senza spumante
    e ricordalo
    ogni volta che farà buio,
    ogni volta che sentirai freddo,
    ogni volta che sarai sola.
    Lenio Vallati

  7. Solidità… e Libertà…

    Fermiamoci ad ammirare
    i cuccioli d’uomo;
    quante cose leggeremo
    guardandoli negli occhi;
    voglia di vivere, tenerezza
    felicità, ingenuità.
    Osserviamo…
    parleranno nel silenzio
    coi soli sguardi, faran capire…
    Sono… il futuro,
    la nostra forza, il nostro amore,
    scopo principale, della… vita.
    Nel piccolo, del loro cuore
    un gran potere, lì accompagna…
    aiutandoli a crescere;
    con esso, scrutano…
    apprendono… memorizzano
    i nostri insegnamenti, le nostre gèsta.
    Oggi… prevale il terrore;
    chiedono aiuto, all’umanità
    per un mondo, senza fame…
    per la pace dei popoli
    per un infinito bisogno
    “Di Libertà”.
    Adesso siamo in debito…
    uniamoci nello sforzo;
    per i nostri ragazzi…
    per la nostra coscienza,
    per il nostro “Universo”
    formiam… solida base
    ad un domani, diverso…

  8. Non c’è cosa più triste, in una malattia, che perdere la propria memoria, il proprio io, le domande per cui ci battiamo per una vita intera…

    PERDUTAMENTE
    Chi sono?
    Ah, la nebbia. Fuori piove ma…
    ma dentro
    dentro, nella mente
    brucia la confusione.

    E dove sono?
    Casa mia. Dove sei?
    Ho bisogno di un ricordo
    Un ricordo! Datemi un ricordo!
    Un gancio, una fune, un filo…
    a cui aggrapparmi, per ricordare
    per
    ricordare….

    Una signora mi prende contro
    con il suo carrello della spesa
    chiede scusa e se ne va

    E io, ora, dove vado?

    Marghy

  9. AL PADRE

    ti guardavo e gioivo
    dei tuoi capelli neri
    e gli occhi chiari,
    diretti e bonari,
    talvolta severi.
    Ero fiera di te
    perché eri bello,
    buono e leale.
    Le amiche dicevano:
    Hai un padre speciale.
    Un personaggio
    aveva fatto di te
    il lavoro geniale.
    Poi al’improvviso,
    un giorno qualunque,
    arrivò il tuo male.
    Ora vengo a te a
    mani vuote; guardami!
    Fammi capire dunque,
    se ancor mi vedi bella.
    Vedo il tuo volto fermo,
    i tuoi occhi vuoti e la
    bocca schiusa che aspetta
    solo una caramella.

  10. Ho letto tutte le sensazioni d’amore e sofferenza che ho vissuto per sette anni accanto a mia madre malata di alzehimer,io da sola, spariti fratelli,senza neanche il mio papà morto anni prima per il male del secolo.Ho le lacrime agli occhi e solo chi ha vissuto una morte lenta così, con un gran senso d’impotenza può capire…E’ andata via esattamente un anno fa, in un pigro e assolato pomeriggio domenicale, la morte liberazione a tanta sofferenza ,di entrambe ma…sono qui nella cameretta dove lei vagava con lo sguardo nel nulla, senza parlare più oramai da tempo. Prima di spirare mi ha guardato un attimo lucida, sorridendomi, una lacrima le è scesa sul viso, l’ho accarezzata perchè mi stava salutando per sempre ringraziandomi forse… non lo scorderò mai…

  11. Cara Nicla,
    questa è un’iniziativa stupenda. E’ un modo di fare sentire la solidarietà a chi ogni giorno combatte con questo male. E’ uno stimolo lanciato con questo grande mezzo che è internet per attirare l’attenzione delle istituzioni, per scuotere le coscienze. E’ la speranza che la medicina possa finalmente vincere questo male.
    Lo scrittore Charles Peguy diceva “La speranza è grande e indomita, è la forza di vedere come vanno le cose e nondimeno credere che domani andranno meglio”, naturalmente, aggiungiamo, con l’aiuto e l’impegno di tutti, come è nello spirito di questa bella iniziativa.
    Faccio seguire questa poesia:

    “Foglie d’autunno”

    Anche per le foglie
    c’è l’autunno
    e c’è un istante per l’addio
    ma c’è speranza
    nella brezza leggera
    del distacco
    e il breve volo verso terra.

    Ognuna vibra voci
    di fruscii e di volteggi
    di un correre
    a giocare a rimpiattino
    tra le zolle.

    Tornerà la primavera
    a legare l’anello della vita
    nella gemma del mattino
    dopo un lungo viaggio
    di stagioni spente.

    Alberto Calavalle

    • @Alberto Calavalle, Il senso della speranza, inteso come attesa e, dunque, fede nel compimento è fortemente presente in questi versi. Complimenti all’Autore.

      Sandro Angelucci

      • @Sandro Angelucci,
        Grazie per avere apprezzato la mia poesia e sempre con la speranza che sia di incoraggiamento, di aiuto e di stimolo.

  12. È un volo pindarico nel tempo e nello spazio questa lettera;
    questa lettera e queste parole di cui voglio far testimoni tutti quelli che vorranno leggerle
    che saranno testimoni di quello che io chiamo e ho chiamato amore.
    Che leggeranno queste frasi…
    …parole ferme nel mio tempo e nella mia mente.
    La scrivo per te.
    Per te che non potrai mai leggere e sentire le parole che ti sto dicendo perché rimarranno qui…
    ferme in una pagina che diventa ora e per sempre depositaria di un sentimento.
    E anche se so che esse continueranno comunque a rivivere negli occhi, nella mente e nel cuore di quanti si fermeranno a leggerle, a rileggerle e a immedesimarsi con quello che ti sto scrivendo…
    non arriveranno mai troppo lontane da me, per raggiungerti…
    Le stesse parole che ci hanno unito nel legarci,
    questa ultima volta ci uniranno nel dividerci,
    nel sancire per sempre quel distacco definitivo fatto di silenzio ed indifferenza.
    Ti ho amato e odiato con la stessa intensità.
    E lo faccio anche ora, consapevole del fatto che però d’ora in poi dovrei cercare di contrastarmi,
    per amarti un po’ di meno ed odiarti un po’ di più.
    E non mi prendere in giro se dico di averti amato;
    non deridermi se dico di averti voluto con tutta me stessa.
    La vita scorrerà a volte lenta e volte inesorabilmente veloce anche senza di te,
    di me,
    anche senza di noi,
    ignari l’uno dell’altro come prima di conoscerci.
    Due esistenze parallele che per un attimo si sono incontrate, incrociate e soffermate le une sulle altre
    torneranno a vivere e rivivere le proprie vite,
    in quel continuo presente che guarda avanti
    pur rimanendo con l’amarezza e la rabbia di quello che è il passato.

  13. “La canzone dell’estate”

    Io sono una parola gentile
    pronunciata una e più volte dalla Natura,
    una stella caduta
    dall’azzurro baldacchino sul tappetto d’erba.
    Sono concepita dall’inverno e generata dalla primavera;
    e dall’autunno messa a dormire.

    All’alba mi associo alla brezza
    nel dare il benvenuto alla luce,
    al tramonto mi unisco agli uccelli
    nell’augurarle arrivederci.

    I miei bei colori ornano le pianure
    e l’aria è fragrante del mio profumo.
    Quando cedo all’abbraccio del sonno
    la notte veglia su di me,
    e quando mi ridesto affiggo lo sguardo nel sole
    che è l’unico occhio del giorno.

    Sono parte della gioia come del dolore,
    ma guardo in su per vedere solo la luce.
    Non abbasso lo sguardo per rimirare la mia ombra.
    E questa è saggezza che l’uomo dovrebbe imparare.

  14. ME LO IMMAGINO COSI’
    Forse era alto, calvo e magro,
    con grossi baffi e un pizzetto nero.

    La sua giacca a doppio petto di velluto rigato,
    con un pantalone grigio e ben stirato.

    Forse portava guanti e cappello,
    con la sciarpa di color cammello.

    ME LO IMMAGINO COSI’

    Questo “forse era il mio Papà”
    un uono che non ho mai conosciuto,
    un uomo che non mi ha mai abbracciato,
    che non mi ha mai baciato.

    ME LO IMMAGINO COSI’
    IL MIO PAPA’

    Una figura importante a me negata,
    sconosciuta, per sempre cancellata.

    IO ME LO IMMAGINO COSI’
    IL MIO PAPA’

  15. Dedicata alla mostra di pittura “SGUARDI” di Mario Perrone

    SGUARDI

    Sguardi colore del mare e del cielo
    mi parlano di voli lontani
    di vele sospinte verso un miraggio.
    M’illuminano di primavera
    e dentro di me germogliano
    brezze di aurora.
    Cerco di prendere per mano
    i sogni del passato
    ma corrono a perdifiato nella mia terra
    dove ho vissuto da ragazzo
    e si mescolano con l’odore forte dell’erba.
    Ho voglia d’Africa
    di sapori semplici, buoni
    ma le onde coprono il mio canto d’amore.
    I nostri sguardi s’incontrano
    nella struggente malinconia
    di gemme di luna.

    • @Giuseppina Mira, Carissima, questi sguardi che “s’incontrano / nella struggente malinconia / di gemme di luna.”, risvegliano davvero la “voglia d’Africa” che mai s’assopisce in ciascuno di noi.
      Una poesia densa di atmosfere. Un saluto affettuoso.

      Sandro Angelucci

  16. Autunno sull’Appennino

    Ho appreso la gemma della bellezza
    dal dolore delle viscere
    e i secoli del castello
    dallo scalpiccio dei topi
    perché sorridi di me ?
    il gomito dell’Appennino è
    un pugno di muro diroccato
    di vento gemono onde
    l’abisso trafora le foglie marezzate
    sul volto spezzato goccia
    vernice d’oro.

    • @Andrea Masotti,
      Ciao Andrea.
      Ben arrivato in questa grande community. Poesia magistrale, come sempre la tua scrittura, grande sentimento e armonia in essa.
      E’ un sito amico di grandi autori e una coabitazione perfetta dove si opera emulandoci al meglio senza sgomitare.
      Spero di incontrarti a Lucca il 18 ottobre e di incrociare Lenio prima di partire il 19 domenica.
      Lucia Sallustio

      • @LUCIANA,
        non ci poteva essere accoglienza migliore. Leggere, scrivere, confrontarsi su temi eterni e nuovi come la demenza che colpisce anche persone a noi care. Grazie a te Lucia e agli altri autori e organizzatori del blog.

  17. **Le parole che danzano…**

    Sulle ali della
    fantasia le mie parole volano….
    Chiudo gli occhi…ma guardo con il cuore;
    in lontananza, una musica zigana
    addolcisce il silenzio della sera.

    Cammino lentamente,
    il cancello dei miei pensieri si apre
    per entrare
    in una grande arena deserta;
    intorno a me… come pioggia
    di rugiada
    argentata, petali di fiori colorati.

    Con la forza della mente mi
    raggiunge
    anche il profumo intenso dell’incenso,
    i petali cadono ai
    miei piedi, sui capelli, sui vestiti,
    sono appoggiati anche sulle mie
    mani,
    mi sfiorano, come delicato velluto.

    Apro gli occhi, l’emozione
    mi avvolge,
    non sono petali di fiori….. sono le mie parole
    che danzano
    fra le note di una musica che arriva al cuore.

    Maria Luisa Seghi

  18. Quello che volevo dire sul mio pensiero su Simona Atzori è perchè volevo far capire perchè ho parlato di lei, questo angelo diversamente abile.
    Lei è veramente scesa dal Cielo per dimostrare ed insegnare alle persone che non esiste handicap, che tutto è possibile, noi ci rammarichiamo anche di un piccolo taglio e poi vediamo una ragazza senza le braccia che balla che dipinge che scrive, sul suo sito ci sono tutti i quadri che ha dipinto le cose che ha scritto, la sua vita, ha un sorriso radioso e quando parla della sua vita è come se intorno avesse un alone di luce e di colori.
    Pensiamo per un attimo alle nostre mani, quante cose facciamo con le mani, se qualcuno ce le legasse dietro le spalle, proveremo veramente le difficoltà che ci sono.
    Quando l’ho abbracciata per salutarla è stata una grande emozione , perchè le braccia erano solo le mie, lei non le ha, e il contatto con il suo corpo dà l’emozione di una grande gioia è come abbracciare l’albero della vita.
    Grazie Simona con il tuo modo di essere dai una grande lezione di vita e insegni a tutti noi come si fa a vivere con il sorriso e la gioia nel cuore
    Maria Luisa Seghi

  19. Ringrazio Nicla Robert e tutta la redazione per questa iniziativa che ha aperto la mia mente in un modo che non avrei mai creduto.
    E’ come un diario bellissimo dove tutti pongono i suoi pensieri le tristezze, le gioie, le sensazioni e le emozioni della vita.

    Il mio pensiero di oggi è dedicato a Simona Atzori.
    Simona Atzori, grande ballerina e pittrice conosciuta in tutto il mondo.
    La sua diversità essendo senza le braccia la rende felice, in un’intervista ha detto:
    * La mia danza senza braccia non è diversa, ma unica *
    Ho avuto il piacere di conoscerla personalmente, l’ho vista ballare, l’ho vista dipingere i suoi quadri con i piedi, che sono le sue mani, ho visto il suo sorriso radioso in un volto bellissimo, i lunghi capelli le incorniciano la persona, ho apprezzato la sua spontaneità e la sua gentilezza.
    E’ l’unica al mondo che balla senza le braccia, e lo fa con grazia infinita.
    Per lei , niente è impossibile…
    Dopo averla vista ballare le ho detto:
    * Simona, sei bravissima,
    i tuoi veli volteggiando sul tuo corpo
    catturano e abbracciano l’aria,
    sei un angelo che ballando
    solca la sua vita *
    Grazie Simona per trasformare una cosa impossibile
    in una grande emozione.

    Grazie Redazione per aver avuto la possibilità di mettere questo mio piccolo pensiero per una persona così grande.

    Maria Luisa Seghi

  20. bellissima iniziativa.. ovviamente non è una novità per questo sito..
    e per restare in argomento di sofferenza ..

    : HOSPITAL
    In stanze sterili
    di corridoi lucidi
    occhi smarriti passeggiano
    poggiandosi a grucce di speranza
    tra passi incerti
    e sospese risposte
    Ne ho visti di volti in cerca di vita..
    ne ho letti di pensieri oltre la mente
    Anime attonite
    come marionette
    aggrappate a fili invisibili
    fissando soffitti al neon
    coi giorni sempre uguali
    tra muti lamenti di notti insonni
    Corpi anonimi
    immersi in bianche lenzuola scricchiolanti
    di letti sconosciuti
    implorano in silenzio la vita al cielo
    ricercano amore in camici lindi
    annaspando l’alba,
    attendono, incoscenti del domani..

  21. COLORI D’AUTUNNO

    Si coloran di porpora gli alberi
    stanche le foglie
    s’accartocciano su se stesse
    levandosi al vento cospargendo i campi
    mute morenti
    diverranno cibo alla terra

    I giorni si fanno più brevi
    l’odore di muschio di bacche rossastre
    riempie le tempie
    Terre girate da aratri
    divengono zolle
    s’assestan dormienti in un lungo riposo
    poi culle per nuovi germogli

    L’ottobre è in arrivo con giorni
    che sanno di nebbia
    sfumando i contorni alle case
    tingendo di bruma i silenzi

    Velata impalpabile nebbia
    che s’alza al mattino
    imprigiona il tuo giorno
    confonde le strade e pure i pensieri

    Volano schiere d’uccelli
    s’affrettano fuggon
    salutan stridendo
    dal cielo offuscato

    Schioppettan camini
    acre l’odore di legna bruciata
    s’arrampica uscendo da sopra le case

    Dilegua quel pallido sole oltre i monti
    e chiude la sera in un rosso vermiglio
    aspettando il risveglio dei giorni
    e delle stagioni..

  22. Grazie di cuore a tutti per la Vostra straordinaria ed eccellente partecipazione a questa Edizione Speciale dell’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso – Festa di fine estate”, valida per l’assegnazione del titolo “Autore dell’anno”, organizzata in occasione della Quindicesima Giornata Mondiale Alzheimer.
    Che la fiamma dell’amore e della poesia siano sempre nei Nostri cuori.

    Un saluto a tutti

    Nicla Morletti

  23. Nei cieli di giugno

    Bellezza promana da te
    come delicato profumo
    di rosa.
    E Amore s’invola
    nei tuoi pensieri
    come un gabbiano
    nei cieli di giugno.
    Dolcissima Regina
    se potessi ti rapirei
    in un sogno infinito
    portandoti in braccio
    su un letto di fiori
    sotto un baldacchino
    di carezze e baci
    facendo dei tuoi capelli
    la mia notte
    del tuo volto
    la mia luna
    della tua pelle
    il mio giorno chiaro
    del tuo cuore
    il mio amore.

  24. Due parole per ringraziarvi tutti di questa iniziativa bellissima e per i testi stupendi che ho la possibilità di leggere qui. E’ proprio vero che la poesia è una carezza sul cuore, sa lenire il dolore, fosse anche solo per un attimo… Condividere le proprie emozioni e il proprio sentire è un dono fra i più grandi e ci aiuta ad affrontare le prove diffcili a cui la vita ci sottopone.

    Grazie *

    INVANO AMATA

    Risuona dentro le ferite
    l’incanto della vita in controluce,
    arrampicato al senso
    quando il senso è nuvola cha passa,
    e l’eterno è istante già trascorso.

    Da qui al pensarti
    fino a dirti addio
    i palmi volti a terra, alle radici,
    il sogno vacuo sguardo
    verso un giorno che non è, non è mai stato…

    E tu piccola foglia
    accartocciata, fradicia di pioggia,
    come un lenzuolo steso al sole ad asciugare
    tradito da un cielo troppo terso
    eri di polvere, oro dal mio cielo,

    erano briciole a farmi tutto l’universo intorno
    cantando anime distanti e unite sempre.
    Sei qui, con me?
    Ascolto la carezza e vado piano,
    lungo il sentiero per non perdere il tuo odore

    che il tempo non ha tempo da spartire
    né occhi o mani da baciare;
    senza lune ormai nei tuoi capelli
    il brivido di un gelo che non scioglie:
    impeto in tempesta e brace accesa…

    Arso mi è il cuore
    nel fuoco dell’autunno che segnò il tuo nome
    come una croce, qui, tra i miei respiri.
    Spalanca e scuote il vento le mie porte,
    amante figlia dell’amore
    invano amata.

    (alla mia piccola, che non è più con me, dentro di me)

    Daniela Cattani Rusich

    • @Daniela Cattani Rusich,

      grazie a te Daniela. Non si può che essere d’accordo con te. Questo spirito di condivisione delle emozioni è la vera ricchezza dello scrivere. Il dono più bello. L’unica terapia possibile.

  25. Lacrima di memoria

    Entro furtiva nei tuoi occhi
    che mi scrutano da lontano
    senza parole.

    Sono una scheggia di memoria
    che naufraga ora senza meta
    nel tuo tempo interiore.

    Espulsa, sgorgo timida
    in una goccia salata
    di silenzio oceanico.

  26. Solo,
    nel freddo buio
    del tuo cuore malato,
    cerchi una luce
    che non vedi.
    Domani, forse,
    da questo silenzio,
    amore verrà
    a illuminarti
    per dissetare il diverso,
    amore verrà a lusingarti
    per farti impazzire,
    amore verrà a consolarti
    per non farti morire.
    Domani, forse.

    Daniela Quieti

  27. A Lucia Sallustio, a Daniela Quieti, a Nicla, a Robert, a Lenio, insomma a tutti, veramente tutti, mando un grazie pieno di sole, mentre osservo il lago dalla finestra del mio studio. I mondiali di ciclismo a 17 km da casa mia, non sfiorano la pace di questo pomeriggio che pare un giorno d’estate, così sull’onda avvolgente della musica che accompagna questo commento, mando il mio regalo a voi, soprattutto a mia figlia che festeggia il suo secondo anniversario di matrimonio.

    DUE ANNI DOPO

    I ciclamini alla finestra
    sono rimbiancati, tra l’edera screziata,
    rammentando al nostro sentire
    un giorno irripetibile, diluito
    nei fogli del calendario, scompigliati
    dall’amore cresciuto.

    E’ tornato il brioso settembre
    espressione reale di duplice accoglienza,
    ribadita in balzi e sobbalzi,
    baci, abbracci, sorrisi e rabbui,
    un crescendo tenero, appassionato,
    inestinguibile linfa
    che nutre speranze future.

    Come allora – e pare un attimo –
    godiamo della vostra contentezza
    riflessa nello specchio
    della nostra inevitabile, palese baldanza.

    • @mariarosa lancini costantini,
      un grazie a te. Grazie a tutti quanti per questo inarrestabile fiume di poesia. Finalmente i poeti hanno una Voce e una Visibilità che si estende. Che va oltre. Oltre, grazie al web. Tutti insieme, uniti dalla speranza, dalla solidarietà e dall’amore per un mondo migliore.

      Un saluto a tutti

      Nicla Morletti

      • @Nicla Morletti,
        cara Nicla e caro Robert,
        come non rispondere a questi Vostri inviti a tema, lanciati con versi vestiti a festa e l’eleganza della semplicità? E noi tutti accorriamo ad imbandire la tavola, con portate differenti e commisurate alle nostre esperienze di vita. Come sempre ci alzeremo satolli nell’animo e felici della convivialità offertaci.
        Questa rete sta crescendo perché l’entusiamo e la sincerità di tutti noi é contagiosa.
        Lucia Sallustio

      • @LUCIANA,
        belli questi “versi vestiti a festa, con noi tutti che corriamo ad imbandire la tavola con portate differenti e commisurate alle nostre esperienze di vita.” Bella questa tua metafora. Tanto bella questa Festa di fine estate con i Vostri “Scatti d’immenso” che hanno in sé l’essenza dell’infinito sentire.

        Nicla Morletti

  28. Casa rossa

    ***
    Tra filari d’attesa
    al delta fluire del tempo
    in bassa marea riappare
    – la casa rossa –

    danzano in bianco e nero le ombre
    e nella nebbia tu, vestita d’organza
    che luce in fessure di cuore
    scricchiolavi il silenzio

    consuma la notte
    e brama di sete il profumo
    che al chiaro ridesta il tacito
    svanire del buio col sole sul viso

    immagini riflesse dei rami
    sul velo degli occhi
    e in danza di neve
    me accanto sorgivi.
    ***

    ~ © Nunzio Buono ~

  29. Quando te ne vai

    ***
    Sei stata, vento
    tra le mani, e sguardo
    fuggevole del tempo

    perché
    se adesso piove
    il ramo cerca sole

    – quando te ne vai –
    e il cielo chiude gli occhi
    non ha, più senso il tempo

    e al giorno
    manca la carezza

    di quel sorriso, amico
    del mio sorriso.
    ***

    ~ Nunzio Buono ~

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