Ninnj Di Stefano Busà

Un messaggio d’amore col gusto della favola e l’incanto di una storia vera
di Ninnj Di Stefano Busà

Parlare d’amore ai nostri giorni potrebbe apparire anacronistico. Oggi che i valori del sentimento sono stati quasi trasformati in modelli di capzioso cinismo e di revance nei confronti dei due sessi; la parola <amore> si attaglia. apparentemente, solo alla sensualità e alla caricatura nuda del sesso facile.
Nida Morletti elabora, invece, un romanzo d’amore col gusto e la passione di un’ estasi, con l’eleganza e la dolcezza di un sogno che lenisce e disserra paesaggi e lembi d’universo incontaminati; fatti salvi dal degrado quotidiano dei valori e dall’innnaterialità irrespirabile di un’epopea (la nostra) che alimenta e corteggia la relatività del tutto, entro una sfera d’insopprimibile sofferenza generazionale.
Questo, di primo achitto emerge dal bellissimo romanzo di quest’autrice, avveduta e non invadente, che estrinseca il concetto-amore come solo sa fare una donna, senza celebrazioni, ma fortemente e volutamente certa della bontà e della felicità che può innescare la “parola amorosa”, attraverso la rielaborazione e la metamorfosi dei sentimenti che, in presenza di un innamoramento, avviano un processo di realizzazione e di completamento dell’essere con l’altra metà del cielo.
Lungi dall’essere la storiella mielata e priva di fondamenta di uno scialbo protagonismo, il romanzo si presta a recuperare e reintegrare nella sua compattezza e fascinazione la complementarietà dei due protagonisti, che attraverso la penna illustrativa e vivace dell’autrice, vivono la loro storia in cornpleta fusione d’intelletto e di sensi.
La tensione emotivo-sentimentale spesso si sostanzia di affiati lirici, vibra di inquietudini ma anche di appagamenti, di sublimanti esaltazioni, di introspezioni e di luce rivelatrice di tensioni prometee, di scavi e di scandagli interiori tutti giocati sul filo della trepidazione e del dialogo con l’infinito.
Denso di carica erotica, senza risultare osceno né volgare, pur nella frenesia della voluttà e dello slancio emozionali, Nicla Morletti, nel suo romanzo, fa rivivere i momenti magici, incisivi e travolgenti di due anime affini; dei quali, a gioco forza, rinfocola le suggestioni più sincere e li fa ardere di fiamma viva, dentro scenari meravigliosi di profondi intrecci sensuali, come solo una grande passione sa trasmettere a chi ama.
L’autrice delinea con mano ferma e amabilità la vicenda affascinante della protagonista Desirée dentro un panorama da fiaba di un’isola incantata, dove si svolge la trama misteriosa di una configurazione emotivo-sentimentale, fatta di levigata passionalità e di magia.
Un biglietto misterioso portato dal vento insieme alle foglie entra nella fantasia dei protagonisti e ne estrinseca tutto il prodigio di un incontro felice, votato a tracciare la leggenda del cuore in una morsa di tenerezza e di osmosi indicibili.
L’atmosfera che Nicla Morletti descrive splendidamente è una di quelle travolgenti e avvolgenti, nella quali ogni lettore si può sentire sommerso da ondate di sentimenti che intensamente si caricano di misteri e di allusioni.
Amore, legame, complicità, seduzione, piacere, s’intersecano in un viatico di innocenza quasi primordiale e di bellezze riverberanti. Con una levità di toni e di eleganza che è sola dell’animo femminile, Nicla Morletti non deborda mai dal solco della seducente incursione del cuore, ne fa un metafora dell’io, una quasi trascendenza metafisica fra i due elementi (uomo-donna), mai fuori dalle righe; mantenendo salda e veritiera la rotta di confine fra la tensione erotica e l’amore, fra il bene e il suo contrario, fra la luce e il buio, in un’atmosfera d’indicibile anelito verso l’Assoluto; o verso la rapsodia di un viaggio trasfigurante e trasfigurativo, cme la storia di Orfeo ed Euridice.
Un intreccio di levità e di desideri, di sensualità e di incantamenti carichi di languide e dosate coinvolgenze, di carezze e di baci che catturano idue protagonisti in un amplesso di forte e provocante malìa dei sensi.
L’ambientazione è idilliaca: un’isola incantata fa da cornice a un panorama superlativo nel quale anche i profumi, gli aromi trasportati dal vento sanno transustanziare una gioia infinita, fra i viali alberati costeggiati dalla variegata natura in fiore.
Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, e inevitabihnente carica il lettore di pressanti interrogativi: esistono ancora igrandi amori? ci fanno tremare le ginocchia e udire i campanellini di felicità? o è solo il frutto della fantasia romanzata di certi romanzi rosa d’appendice di fine ottocento?
La forte e tenace compattezza dei sentimenti mette a dura prova chi si accinge a leggere di un amore cosi forte e completo, nella quale la comunione dei sensi è totale e dove l’incessante e delizioso preludio d’amore è un prologo col Divino, con la condizione di appartenenza cosmica, con la cesura dell’altrove che disorienta eppure affascina.
Una storia amorosa molto intensa e anche sofferta, un dialogo che sa fondere egregiamente i contorni del cuore con quel delicato e inquietante mistero d’anime che s’incontrano e si perdono, in una carnale sensualità, eppure con quella dolcezza e dignità e bellezza che idealmente attraversano il desiderio, senza dominarlo del tutto. Un’ansia di vita, uno slancio che di Eros coglie tutto l’ardore senza sporcarsi o deteriorarsi in rivali di meschina e scabra realtà quotidiana.
Corpo e anima, idealità e sensualità sono gli ingredienti del romanzo, ma vi è molto di più: la certezza che in amore nessuno perde, ma intensifica, arricchisce e rende vivibile ed eternante il processo umano d’identificazione a quel fine ultimo, a quella condizione di viaggiatori dell’ignoto, forse per quell’inconscio anelito di rientrare nell’Eden, nella Perfezione di un processo armonico dell’Universo che ci renda migliori e ci perfezioni in una sorta di affinità, di empatia e di rimpianto per quel paradiso da cui siamo stati scacciati dal primo peccato originale di Adamo ed Eva.
Nic1a Morletti dipinge trame splendenti, fili di una malinconia sottile che prende l’anima e la mostra nella sua nudità-interezza, una parola che rivela la sua abilità scrittoria, senza ricorrere a strategie linguistiche arzigogolate o a cerebralismi sussidiari che mistificano il concetto e ne rendono difficile la comprensione.
Vi è interazione fra gli elementi del cosmo che si fondono in un afflato quasi lirico.
E se la poesia è dono di sé all’altrui, anche l’amore è completamento e gioia, come in natura si sostanziano: mare, alberi, sole, vento e luce, anche nel romanzo della Nic1a Morletti si staglia fulgido come un croco al sole la parola-innamorata, il tenero dono che due amanti si scambiano in comunione di sensi e anima in una innocenza quasi edenica che li fa forti e introspettivi verso uno stupore aurora1e che sa caricare di immagini cosmiche le profondità dell’io e, al tempo stesso, incarna il mistero metafisico che invade l’essere e lo possiede in una sublimazione rivelatrice d’amore, pregna di multivalenze reali.

MILANO25 tassista per amore

Venne a prendermi all’uscita di Palazzo Vivarelli Colonna a Firenze. Avevo da poco presentato ad un pubblico attento il mio ultimo romanzo “Nelle mani del vento”, per i tipi di G. Laterza, in un’atmosfera di sogno e fiori.

Meraviglia e stupore negli occhi di coloro che mi stavano salutando, quando MILANO25 tassista per amore mi fece salire sul suo taxi.

“Nulla accade per caso alle romanziere” dissero in coro le mie amiche, mentre mi facevano cenno con la mano.
Ed io, affacciata al finestrino, in braccio un fascio di orchidee, le salutavo come una principessa di altri tempi mentre iniziava il tragitto di vita con lei, fino a Porta Romana. Con lei, il suo cappello di fiori, un sorriso e una lacrima per un amore che la vita aveva reciso in una stanza che ondeggiava tra le chemio e la morfina. [Continua...]

Maria Grazia Maramotti

Recensione al romanzo “Nelle mani del vento” di Maria Grazia Maramotti (critico letterario)
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“Nelle mani del vento”, romanzo edito da Laterza e prefato da Massimo Lucchesi, è a firma di Nicla Morletti, una delle autrici odierne più apprezzate e sensibili ai risvolti dell’animo e al suo disgelarsi nell’umana commedia.
In inchiostro d’apertura si alza così il sipario narrativo: “Lo conobbi un pomeriggio di fine settembre. Seduto su una panchina di pietra del molo, dipingeva il mare. Le onde lambivano la spiaggia solitaria e Viareggio era tutta nel sole.
Ad un tratto, elegante nel volo, solcò il cielo un airone rosa.
“Bello, non le pare?”
“Dice a me?”
“Proprio a lei, lo sa che gli aironi sono qualcosa di magico?”
Cappello a falde larghe, maglietta azzurra, il pennello in mano, mi guardava con i suoi occhi chiari”.
Così è introdotto l’io narrante e il personaggio chiave, evocatore, e coprotagonista della storia, dall’orditura impregnata da subito di mistero.
Sullo sfondo un paesaggio non cornice ma dal colore e moto propri, ricettore del trasfondersi del sentire umano in un processo osmotico che si fa via via vibrazione di vita universale.
In questo stesso procedere si snodano i romanzi e le novelle di Guj de Maupassant, colorista sobrio e preciso che come la Morletti non aggiunge una parola in più a ciò che vede, per non sciupare l’incanto, lo stato di grazia in cui la natura lo pone.
Poi le immagini incalzano nel profilare la figura tutta femminile dell’io narrante (probabile quella dell’Autrice stessa) prima che si faccia da parte e lasci imperare il racconto: “Sentii il suo sguardo scivolarmi addosso. Il vento mi sollevò la gonna e scompose i capelli”.
E qui l’effetto filmico è conclatamente percepibile e non può non ricondurre alla regia di Billy Wilder in “A qualcuno piace caldo” con un’indimenticabile Marylin Monroe, in una scena apparentata a questa.
Successivamente la trama si inonda di un profumo di primavera, Spring Flower, che dipana il filo del ricordo e lo raggomitola nell’intera vicenda.
L’incontro tra lui, Diego Romei, noto giornalista e saggista, un tipo affascinante nonostante l’età avanzata e lei, Desirée, avviene un pomeriggio d’estate. “In uno di quei pomeriggi benedetti da Dio in cui capita di sentirsi felici senza saperne il perché. In quel breve tragitto che il battello compie ogni giorno dal paese di San Feliciano all’Isola Polvese. In uno di quei traghetti che scivolano lenti nello specchio d’acqua del Lago Trasimeno. Lei era là in piedi, appoggiata alla cabina, il viso al sole, un libro in mano, la borsa  a tracolla mentre il vento le modellava la veste leggera, frugava con dita invisibili tra i lunghi capelli, giocava con le forme di un corpo perfetto”.
E il vento come si evince già dal titolo ha un ruolo rilevante, opera quale “deus ex machina” dietro le forme, le muove, le sfuma, le agghindae le plasticizza per renderle straordinariamente vive sensuali. In quest’arte Nicla Morletti è vera maestra, con uno stile duttilmente personale, pur intingendo la penna nei canoni creativi del Romanticismo e in quelli del “giallo” per connotare la narrazione di molteplicità suggestive e “suspence”.
Il vento stesso è latore di un misterioso biglietto amoroso che disgelerà il suo senso solo alla fine. Ed è compartecipe nello scoccare della scintilla d’amore tra Diego e Desirée mentre approdano all’Isola Polvese.
Isola che è metafora del sogno archetipale di ogni coppia colpita da Cupido di conseguire, nella fusione dei corpi e dei sentimenti, l’unità, un tutto univoco isolato dal resto del mondo, che viva in totale completezza ed armonia. A livello inconscio rappresentativo di Dio, Suprema sintesi di Amato e Amante in cui il singolo si fonde e ricompone divenendo l’Uno.
Il romanzo si frange in segmentate tensioni del sentire interconnesse con variegati languori emotivi. Germinazioni atte a catalizzare l’attenzione del lettore, cui vien presentato il “terzo incomodo”, una donna altra, che distrae la scena senza acquisire reale importanza.
E come la vita materiale si stempera e dissolve nel paesaggio metamorfico della morte, così l’amore vero si sottrae alle spire della caducità. Nell’oltre si sublima ed eternizza, mentre sulla terra rimane ardente il suo ricordo.
L’io narrante interviene nuovamente verso la fine, per emozionare ancora e poi concludere: “Un lampo squarciò il cielo, un tuono parve rotolare nelle acque agitate dal vento. Caddero le prime gocce che si mescolarono alle mie lacrime. E in quella sera di ottobre, mentre un’onda più forte si infranse sul molo, il foglio scivolò nelle mani del vento.”

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Lia Bronzi, saggio critico

Nelle mani del vento – Saggio di Lia Bronzi (critico letterario e d’arte)
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La riduzione della linguistica all’estetica avviene mediante le riconduzione del linguaggio metaforico alla forma simbolica che permette di coglierne il significato con interpretazione libera e profonda: “ab imis”, con giustificazioni che accorciano le distanze tra vita, esperienza ed esplorazione tecnica, colte nel loro serrato dialogo. Il titolo che Nicla Morletti ha dato al suo ultimo romanzo “Nelle mani del vento” assolve in pieno questa funzione. Infatti, in tal senso, la metafora del vento è tutt’altro che astratta o puramente teorica, in quanto cifra ispiratrice ed ermeneutica al tempo stesso dell’intera narrazione, mentre compendia il cangiante dilatarsi dell’immaginazione e del sentimento, sul mosso avanzare di un’avvincente onda comunicativa. Infatti “il vento” non è presenza occasionale, ma opera una profonda suggestione nella narrazione, coagulando attorno a sé l’idea del passare del tempo, reinventando, al contempo, l’idea della condizione esistenziale con il distacco di chi sa essere giunto al passaggio del “poco giorno verso la morte”, come la voce dell’uomo che narra la sua storia, vero protagonista maschile del romanzo. Sappiamo che nella simbologia ermetica il vento vale lo spostamento dell’aria nell’etere, nell’abisso dei cieli ed è azzurro fluido primordiale, dello stesso colore dell’acqua, tutti elementi naturali che rappresentano tre piani dell’essere: fisico, astrale, divino. Tre cerchi, tre modi di vita che ci appartengono, che da un unico punto provengono, in esso si incentrano e ritornano. Essere nelle mani del vento, in tal senso, significa quindi abbandonarsi alla vita nella sua totalità e viverla in tutte le su più alte accezioni ma anche nelle sue più dolorose discrepanze, per passare quindi ad uno stato di quiete, unico ed irripetibile, come la presenza della morte che nel romanzo, quando arriva, viene avvertita non come assenza, ma come presenza: “Sempre”.

Fin da una prima lettura del testo si avverte che la peculiarità dell’atto creativo della narrativa di Nicla Morletti è quello di appartenere alla sfera dell’espressione poetica, e ne è l’esigenza ineliminabile della specificazione e la necessità della caratterizzazione del tono fondamentale, che conferisce all’opera una visione del tutto originale nei confronti delle tradizioni espressive e culturali della narrativa antecedente e contemporanea, alle quali peraltro, tale peculiarità appartiene. Cosicché essa è totalmente rispettata nel  leit – motiv del testo che è mosso da un amore totalizzante, considerato nella sua estensione di interezza e di carattere quasi stilnovistico, da “Fedeli d’amore” direi. Mentre il tgratto più veristico e distintivo è rappresentato da realismo sostenuto da magica capacità descrittiva e da precise immagini nate sul filo della memoria in funzione rievocativa. La storia si sviluppa quindi sul registro dell’intimo rapporto d’amore, un amore dominante “ab aeterno” che, come fuoco che a vivo arde, persiste nella sua identità e nella sua irriducibile esigenza di totalità, anche quando la temporalità ne segna la fine terrena, quasi un mistero criptico, nell’interscambio tra due persone che vanno là dove l’esplosione del cuore le conduce nell’approdo al sogno più segreto dell’animo umano, dove fiorisce la celeste atlantide dei sentimenti, per proseguire poi fino al “gran cerchio d’ombra”. Il romanzo inizia con l’incontro tra il protagonista maschile, che è poi un affascinante anziano che dipinge ed una bella scrittrice alla quale egli narra la storia della sua vita , quasi come “Bachelardiana reverie” attratto dalla somiglianza di lei con Desirée, la donna da lui amata, stimolato in questo, anche dal profumo che essa stessa emana: “Spring – Flower”, appunto, che è poi fotogramma con il quale il protagonista gioca, accostandolo, per analogia,  ad altre sensazioni ed immagini in modificazioni contigue  e continuate, che sono cifra importante della narrazione, nella grazia lavorata dal componimento, dal gusto e profumo, appunto, di carattere floreale, secondo un particolare simbolismo attivo e operante dalle complesse radici poste alla base della conoscenza, all’interno di una nuova “WELTANSCHAUUNG” e di un più alto grado di spiritualità. I “Topoi” dell’ambiente geografico, fin dall’inizio fanno riferimento a: Viareggio e Torre del Lago, per passare a San Feliciano e nell’Isola Polvese del Lago Trasimeno, quindi nel “Bosco dalle ragnatele d’argento” e poi in Liguria a Portovenere, tutte coordinate spaziali in luoghi “egregorici” che, proprio in virtù di iter ed evocati incanti di bellezza infondono un gradito senso di esaltazione e di pace all’enunciato della narrazione, mentre per la ricchezza dei loro attributi, escono dalla temporalità della storia stessa e del divenire, per universalizzarsi nell’astrazione dell’estetica che diviene, al contempo, paesaggio d’anima, isola incantata o “tranche de vie, che si raccoglie con omogeneità e coerenza nel tempo psicologico e reale. Tutte atmosfere oniriche, diafane e sognanti nel ritmo scorrevole del tempo e della narrazione, alle quali corrisponde una buona scrittura versata alle immagini ad all’ Impriting con il lettore. Tutto ciò si evince dal fluido scorrere delle pagine così come ben si evince anche da ciò che l’autrice fa dire allo stesso protagonista a pag. 59 del testo: “… Ero giunto in quell’isola incantata per ritrovare me stesso, la pace e il silenzio interiore, e avevo trovato lei, Desirée, che all’improvviso mi aveva rapito il cuore al punto da farmi dimenticare dove fosse veramente la mia dimora, il mio mondo. Poi pensai che il nostro  mondo è dentro di noi e dentro di me c’era lei. E la mia vita in quel momento era lì.” Dove lui e lei hanno una doppia identità, l’una specchio e  pietra di paragone dell’altro, ma anche di una rappresentazione di un’altra alterità tutta da esplorare, secondo una mappa di percorso conoscitivo  e creativo. Ed, in tal senso, anche il silenzio si colora di mille parole, mille pensieri mentre è avvolto dal profumo di lei fatto di iris, viola, ciclamino: “Spring Flower”, appunto, incantevole “memoir” che lascia trapelare infinite facce del reale, fatte di segni e significati, nel sottofondo musicale delle note delicate di un violino ed in parole sussurrate appena, che evocano la sapienza di Siddharta, tutti elementi di raffinata cultura, atti a colorare l’atmosfera, secondo una concezione quasi pagana dell’erotismo, per la quale Eros e Mithos si sovrappongono, nel riaffiorare di uno spirito di religiosità dionisiaca. Il tempo che scorre, scandisce fatti e struttura stessa del romanzo, in modo tale che l’ “ultima linea reuma” sia sia dilazione simbolica della fine, dove si accorda alla morte il trasalimento della vita e alla vita la presenza e la vertigine della morte. Cosicché vita e morte sono comunque segno di vita e di amore con apertura sull’illimitato, poiché se nel limitato e nel terreno se ne vanno le forme, nell’eternità restano le essenze, le astrazioni, la spiritualità…

Dal punto di vista squisitamente formale, lo stile è già “Morlettiano”, non decorativo, pur snodandosi in modi eleganti, mi volgari anche quando a prevalere è il gioco dell’incastro sensuale, che pur c’è, ma sempre espressivo per l’infinita, delicata varietà di contenuti in sfumature cromatiche, colte in leggere gradazioni che ci restituiscono i  fremiti dei sentimenti dentro una vita pulsante in un magico fluido, mentre dalla viva e insistita col lateralità con la figurazione di un “Liberty”mediterraneo che colloca, con un lampo di luce, la storia narrata e la sua posizione tout – court nell’arcobaleno della poesia e del sogno, ARRIVA dal “Vento” UN  SOFFIO RISTORATORE  NELL’ ODIERNA  NARRATIVA  CONTEMPORANEA.

Chiuderò questo saggio con i versi di Padre Gianni Hanzolato che ho trovato nel testo di poesia “Nel palmo della mano di Dio” e che recitano: “Come dimenticare il vento aperto sulla bara/vento dello spirito sfoglia quelle pagine con forza/fare ora un mare in tempesta, ora il passar del tempo/ora un andar/ora un venir convulso della storia/quel vento che ricama una tela di resti di colori/che scuote e unisce l’abbraccio di una Pentecoste/sfiora il lontano e il vicino, travalica muri  econfini/stringendo il mondo in un unico girotondo d’amore. Titolo della poesia: “Dalla finestra del cielo, il canto di Papa Giovanni II.

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