Natale insieme nella Blogosfera 2010

“Guardai fuori della caverna e vidi che aveva cessato di piovere. Una famigliola di cinghiali sbucò dal bosco, si fece largo tra i pruni, ci passò davanti per poi scomparire tra fronde e felci, oltre il sentiero.
Clarissa si strinse a me e nel candore che la pioggia aveva lasciato sul mondo, mi disse piano: – A tutte le stelle vorrei dare il tuo nome. Al cielo, alla luna. Al vento della sera che dolce mi accarezza. Ai fiori e alle ginestre della terra darei il tuo nome. E alle nubi, all’aria. Al vasto mare.”

da I giorni della rosa, il nuovo romanzo di Nicla Morletti

***

Natale insieme nella Blogosfera 2010: scrivi un breve racconto, una poesia, un pensiero oppure, semplicemente, un commento alle parole di altri autori. Ritroviamoci come sempre nel Blog per scambiarci in questo modo gli auguri per le festività. La partecipazione è aperta a tutti. Il tema è libero. Puoi pubblicare una o più opere direttamente nei commenti a questo post, da oggi fino al 10 gennaio. Segnalando questa Iniziativa nel tuo blog o sito web parteciperai anche all’assegnazione del titolo di Blog letterario dell’anno (Premio Manuale di Mari – Bando 2010). Alcune opere, selezionate dalla Redazione, saranno pubblicate anche nel Blog degli Autori e presentate nel Portale Manuale di Mari.

*Alcune raccomandazioni*
1 – Non pubblicare racconti troppo lunghi che si leggono con difficoltà in un Blog.
2 – I testi saranno pubblicati così come li inserisci. Rileggi tutto prima di pubblicare.
3 – Non postare più di due opere o interventi per volta.
4 – Puoi lasciare tutte le repliche che vuoi alle opere degli autori.

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    Commenti

    1. MAURIZIO BRESCIA scrive:

      730

      Tutti gli anni a primavera succedono le stesse cose: sbocciano i fiori, le piante mettono il vestito nuovo, le persone, specialmente i giovani, diventano effervescenti e , immancabilmente arriva il momento della consegna del Modello 730 e allora il popolo dei pensionati, marcia compatto verso gli enti previdenziali, ondeggia un po’ ma prima o poi arriva.
      Ogni ufficio, anche appartenente allo stesso ente, ha regole diverse, può anche essere che lo facciano per rendere più snella ed efficiente la procedura, ma secondo me, dovrebbero prima snellire e rendere efficiente il cervello di chi dirige, e poi, di conseguenza, il resto.
      Comunque venga gestito e regolato l’afflusso del pubblico, va dedicata alla faccenda, una bella fetta della mattinata. Nel corso degli anni c’e stato qualche miglioramento, dall’essere tutti ammassati in un salone con delle code precarie, si è passati agli stessi saloni, però con le sedie. Il top del progresso è rappresentato dalla macchinetta che distribuisce i numeri e dal tabellone luminoso che li segnala; ciò non impedisce che ci sia sempre qualcuno, accompagnato dagli strali degli utenti in attesa, che scavalca tutti raccontando che: “Tanto devo solo chiedere un’informazione”.
      Dove si rispettano gli appuntamenti, imposti o richiesti, gli animi sono leggermente più riscaldati dall’atteggiamento della persona che gestisce l’accesso agli sportelli. Secondo me bandiscono dei concorsi appositi i cui requisiti sono: -donna-giovane-di aspetto gradevole-meridionale-vestita dalla festa-simpatica come un bruscolino in un occhio o un sassolino nella scarpa. Potrebbe anche essere che l’atteggiamento scostante e aggressivo sia una corazza per difendersi dagli assalti dei pensionati che dovrebbero aver raggiunto la saggezza dell’età, ma che come tante altre cose funziona a senso unico; ottenere rispetto e comprensione è dovuto, concedere ad altri le stesse cose, costa una fatica…….
      Qualsiasi sia il metodo di avvicinamento agli sportelli, presidiati da impiegati molto gentili, forse perché vengono assunti per l’occasione e vogliono fare bella figura, lo spettacolo non cambia.
      Uno scampolo di umanità in declino, siede paziente, scocciata, furente, impaziente, organizzata, ansiosa, in attesa del proprio turno.
      La signora con gravi problemi respiratori appoggiata a un palo dell’illuminazione pubblica appena fuori dall’ ufficio, che piange perché, con tutta la fatica che ha fatto per arrivare fino lì, non essendo il giorno giusto dell’ appuntamento, è stata allontanata in malo modo dall’ addetta al ritiro degli inviti.
      Le varie coppie assortite: è difficile vedere una coppia con due persone disinvolte, di solito uno dei due è furbo e l’altro è solo al seguito; così capita di vedere mariti belli in ordine dallo sguardo vigile con mogli vestite in modo piuttosto dimesso e l’occhiata leggermente vaga. Altrettanto donne modello caporale con a rimorchio un ometto che sembra sempre lì lì per piangere. Fanno tanta tenerezza alcune coppie di persone molto anziane dall’aria umile e dimessa, che si sospingono l’un l’altro per trovare il coraggio di fare ciò che devono.
      Entra dalla porta uno dall’ aspetto giovanile che porta sotto braccio il casco della moto, è tanto pieno di sé da non accorgersi che con il casco ha colpito una vecchietta che camminava col bastone, la quale ha alzato gli occhi al cielo e forse ha tirato qualche accidente ma in segreto.
      C’è chi ogni due minuti chiede a che numero tocca, forse ha problemi di vista e non riesce a leggere il tabellone.
      C’è la signora seduta con in mano il bigliettino con il numero il cui marito vestito da gioppino gira nel poco spazio rimasto libero nel salone e che ogni tre minuti arriva, strappa di mano il biglietto alla moglie, controlla il numero, consulta il tabellone, restituisce il biglietto e riprende le sue migrazioni.
      C’è il signore distinto in giacca e cravatta che sta seduto composto, sembra quasi che non si guardi nemmeno intorno.
      C’è la coppia uniti in tutto, anche nel vestito, ambedue vestiti di jeans da capo a piedi, con lo stesso modello di pantaloni, di giubbino e perfino di camicia; l’unica diversità nell’abbigliamento, l’abbottonatura della giacchetta.
      C’è la signora, più d’una, che forse per errore ha indossato gli abiti della nipote e fa di tutto per mettersi in mostra e c’è anche chi apprezza, perchè qualche anzianotto, che probabilmente non è poi così anziano, comincia a fare la ruota come un tacchino.
      C’è comunque un sentimento che accomuna tutti, la paura di avere sbagliato, di avere male interpretato le istruzioni, molto semplici e chiare tranne nei punti che interessano, di aver messo tutti i dati, visto che tutti gli anni il modello viene modificato e chi si limiterebbe a ricopiare quello dell’ anno precedente, trova sempre delle sorprese.
      C’è poi chi ha già consegnato il modello e si allontana tirando un sospiro di sollievo come se avesse superato gli esami di maturità e cammina poi per la strada leggero-leggero come se andasse incontro a un radioso avvenire.

      • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

        La fantasia dello scrittore non ha davvero nessun veto a trattare qualsiasi argomento, Maurizio -
        sei riuscito a descrivere un ‘attesa spasmodica (visto che si tratta di un argomento che riguarda la Pubblica Amministrazione) che di solito avviene nel nostro quotidiano, hai descritto con maestria gli aspetti grotteschi, carichi di umanità, così come avviene nella realtà.
        Complimenti da Cettina

      • maria rizzi scrive:

        Maurizio,
        benvenuto nel blog! La tua novella è la storia di un giorno qualunque.
        Qualcosa di paragonabile in altro senso, ma con molte allegorie in comune, al fil di Sordi
        ” Un borghese piccolo piccolo”.
        Tutti personaggi omologati dietroa uno sportello. Infila, a sopportare attese,ingiustizie,
        disguidi, rinvii.
        Personaggi… dico , perchè li contestualizzi in un ufficio che sembra slegatodal mondo dei prati, delle corse, delle emozioni…
        In realtà sono persone straordinariamente vere, calate nell’aspetto più avvilente del vissuto…
        insieme alle riunioni di condominio.
        Un racconto di ordinaria sottomissione alle regole, agli schemi, alla tristezza del sentirsi
        ‘branco’.
        Sei vero come pochi sanno esserlo e il tuo narrare ha la fluidità di un fiume in piena…
        Complimenti!

    2. dorella dignola scrive:

      Tua madre lo sapeva,
      Tuo padre lo sapeva,
      i Magi lo intuirono,
      i Pastori lo capirono;
      gli angeli lo cantarono
      nell’altissimo dei cieli!
      Tu ancora non capivi,
      ignaro ti mostravi,
      a tutti sorridevi
      e non sapevi
      d’esser nato perchè,
      piccolo e tremebondo,
      avresti un giorno
      salvato il mondo!

    3. Grazie.
      Grazie dolcissimi Nicla e Robert, è stato meraviglioso condividere con voi la gioia e la magia delle Feste. Grazie a voi tutti che con le vostre parole d’Amore avete colmato voragini di tempo. E che questo nuovo anno sia per tutti frutto di quella luce Unica che rischiara Oriente e Occidente, così intensa e profonda che anche le pietre si commuovono. A presto dunque, forti di emozioni splendide. Grazie di cuore, Gaia

    4. TARDA DECISIONE
      (Da i “Percorsi della mente”)

      Vivevo nello squallore
      dei miei pregiudizi
      dietro gli scuri del dogma
      delle convinzioni.
      Qualcosa m’invase un giorno
      non so, sogno visione?
      e percepii, -a me alieni -
      =idiomi suoni pensieri colori
      incensi ed aromi di spezie,
      etnie di musica e ritmi =
      E corsi dischiuso
      ad ali spiegate verso
      quel mondo di luce.
      Ma nel suolo
      da troppo tempo incolto
      aveva attecchito ormai
      il seme della diffidenza.

      • Antonio scrive:

        E’ così. Quando dimentichiamo la nostra natura originaria e siamo i nostri pregiudizi e le nostre errate convinzioni non viviamo veramente.
        Grazie per questa bella poesia che ci ricorda quanto sia importante non confinare la vita dentro spazi angusti e bui. Buon 2011. Antonio ds

        • E’ stata una gradita sorpresa ricevere questo tuo commento, credevo che questa esperienza su fosse terminata ed invece… Per argomenti che ho trattato in altri miei scritti ho ricevuto molta partecipazione dal mondo femminile, forse per i temi scelti. Avere un commento maschile su questo argomento mi dà ancor più sicurezza. Ho voluto con questa mia lirica fare una sottolineatura ad un mondo che urla di superiorità di razza e dei pregiudizi in genere. Conferma inoltre ciò che immaginavo, che noi uomini, forse per nostra natura, soffriamo molto di più delle donne quando si tratta di pregiudizi e discriminazioni, sono come pugni al ventre che ci tolgono il respiro. Grazie per il prezioso commento, contraccambio gli auguri Saluti sinceri Piero.

      • maria rizzi scrive:

        No, Piero
        in quel ‘suolo’ non ha attecchito alcuna diffidenza…
        Sto approdando sulle rive di molti tuoi scritti e scopro
        sentimenti che sono lontani anni-luce da un animo che stenta a credere.
        Sei calato nel sociale, vivi con tenerezza e struggente nostalgia
        gli eventi familiari, ti tendi ad arco verso problemi che troppi ignorano.
        ‘ Gli idiomi, i suoni , i colori’ hanno attecchito nella tua terra fertile
        e sono un bosco, nel quale, noi privilegiati, ci muoviamo a passi lenti,
        con occhi incantati… distillando linfa per i nostri domani.

        • Grazie Maria Ho fatto una semplice osservazione, forse perchè è nella mia natura, il vero
          “io” (Piero) è proprio quello che amava far volare gli aquiloni ed osservava abili artigiani ecc.
          infatti non ho mai giocato molto con i compagni d’infanzia, spendevo giornate sui gradini delle botteghe dei falegnami, bottai, cestai, fabbri, stagnini, carrai ecc.tutto quel bel mondo di artigiani che ormai è scomparso ed è per questo che ho grande abilità in un’infinità di lavori, ho imparato osservando,così come osservo le persone, poi medito, filtro le prime reazioni d’impatto e ne traggo le mie conclusioni, che a volte mi piace comunicare è tutto qui. Mi sento gratificato quando ne ricevo apprezzamento come nel tuo caso. Quando parlo di quel suolo ignorato, è perchè ne prevedo i danni, se resta incolto. Queste persone, che per farla facile siamo abituati a chiamare exstracomunitarie, un pò come si generalizza un reparto di prodotti al supermercato,
          sono venute da noi come nella terra promessa, per motivi vari, molti connessi alla cause provocate dal nostro consumismo, a volte, quasi ingenuamente si attendono gli stessi comportamenti che hanno i turisti che vanno nei loro paesi con i sorrisi e le foto di rito con i nativi (che mi ricordano un pò quelle dei cacciatori con le prede nelle battute di caccia grossa in Africa) ma tristemente si accorgono che quei turisti non sono più le stesse persone, da questa osservazione può partire il concetto della diffidenza, molto ci sarebbe da dire, con le dovute eccezioni e puntualizzazioni a seconda i casi, ma è troppa lunga. Quell’arco che descrivi dovrebbe essere come un ponte, ma va trafficato nelle due direzioni per mantenerlo stabile ed allora saremo ancora molti di più a curarne la manutenzione, a volte basta poco, magari lasciare il carrello con un euro al supermercato e dire a chi ti offre fazzolettini ed accendini, = mi dispiace, non ho bisogno di niente, ti lascio il carrelo con un euro, scusa che devo correrre.= così chi riceve l’euro non si sente un accattone, perchè fa un servizio e tu senti di aver fatto qualcosa che ti fa star bene dentro perchè hai socializzato Grazie di tutto un caro saluto Piero

    5. Cettina Lascia Cirinnà scrive:

      Un augurio d’amore per l’anno appena iniziato.

      Un talismano …

      Un talismano
      sei per me
      che tengo stretto
      nel palmo
      di una mano nascosta
      dietro la schiena nuda
      del nostro amore.
      Ha i colori della vita,
      mi regala l’energia vitale
      dove affonda il gambo
      di un fiore sbocciato
      in anticipo,
      prima della Primavera
      che verrà.

      Erba, 9 gennaio 2011

      • Ci incontriamo di nuovo quasi alla fine della nostra avventura sulla “Blogosfera” una bella esperienza che mi ha coinvolto molto, anche emotivamente, avevo messo un commento all’ultima tua replica, ma credo non sia passato per problemi di connessione. Rinnovo la mia stima verso di te e per ciò che scrivi
        Ti auguro molto successo e serenità Piero

        • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

          Grazie Piero mi gratifica molto il tuo commento, auguro anche a te ogni bene e tanta ispirazione poetica perchè è questo che ci fa stare bene con noi stessi e con gli altri.
          Ciao da Cettina

    6. INDECISIONE AL BIVIO
      ( Da “I Percorsi della mente”)

      Cammino in bilico
      lungo algido crinale
      su strapiombo
      in equilibrio fragile
      Humming di magnete
      giù dal vuoto attrae
      come soluzione certa
      Aggrappato al dubbio
      di scivolosi appigli
      proseguo…..
      Al bivio,
      verso precarietà stabile
      la soluzione scelgo.

    7. Alba Venditti scrive:

      La storia di Nerina

      Nerina venne così chiamata perché nacque con una montagna di capelli bruni ed aveva sempre un viso ombroso che la rendeva brutta ed antipatica a tutti. Quella figlia fu purtroppo, non la felicità ma la disperazione dei genitori che ebbero la sciagura di morire per troppo dispiacere. Pensate che neanche questo brutto evento alla piccola smorfiosa la intenerì, anzi divenne più antipatica e funesta. Comunque, quella ragazza aveva dalla sua parte una fortuna sfacciata e sapeva simularsi vittima e con questa tattica riuscì a conquistare l’ignaro Roberto che si fece abbindolare tanto che lo convinse anche a sposarla. E’ proprio vero, in questo caso, l’amore era cieco!! Lui, soltanto troppo tardi, capì che la donna sposata era una brutta vipera dentro e fuori, ma era troppo coinvolto dal sentimento e non riusciva a staccarsi da lei e ad ammetterlo davanti ai suoi familiari. Nerina che non aveva potuto fare la principessa nella sua casa perché perse troppo presto i genitori voleva a tutti i costi imporsi come “regina” nella famiglia del marito con egoismo e prepotenza creando zizzania tra un familiare e l’altro contando sul fatto che tra di loro non ci fosse tanto dialogo e che non si vedevano spesso. Ma il suo gioco fu scoperto da tutti i componenti della famiglia acquisita che si misero d’accordo nel fare finta di non aver capito niente però, a sua insaputa si unirono compatti per ostacolare il suo gioco cercando di non darle più ascolto e tenendola lontano da loro con varie scuse così, regnò di nuovo in quella famiglia inizialmente tranquilla, la pace e l’equilibrio. Ai familiari dispiaceva soltanto di non poter salvare Roberto oramai, diventato il suo capro espiatorio, ma era meglio almeno salvare il salvabile. Anche Roberto aveva capito che i suoi familiari non gradivano Nerina ma come poteva biasimarli? Almeno la vita se la rovinava una persona sola e non tutti e poi, lui poteva di nascosto continuare i suoi rapporti equilibrati con i suoi familiari a cui voleva altrettanto, un mondo di bene e che non intendeva perdere neanche a causa di uno sbaglio a scegliere nella sua vita. Nerina intanto, cominciò a sospettare qualcosa, ma dovette per forza subire queste angherie dai suoi parenti e capì cosa significava essere isolati. Roberto non poteva più tornare indietro nel tempo ormai, il suo coinvolgimento sentimentale gli impediva di agire correttamente, ma era felice di aver arginato gli effetti malefici della sua streghetta sostenitore del bene che deve vincere, ad ogni costo, il male che si allarga già troppo, in ogni forma e a macchia d’olio.

    8. A ME
      a chi come me…

      Sul confine di un sentire intelligente
      prego possa giungere il tuo cuore
      e l’anima persa nel caos di dubbie
      volontà e frangibili nebule speranze

      Sostanza di luce fiammella d’essere
      convergendo alla Grande Unica Verità
      che sola può innalzare l’umano spiro
      alla sommità perfetta d’Eterno Amore

      Prego che le volontà dei Primi Elementi
      accolgano nello sforzo di crescere puro
      l’animo tuo teso all’Armoniosa Sapienza
      che se pur affonda nell’ombra rinviene Luce

      • Molto bella e di profonda spiritualità che coinvolge anche me, che per mio diverso modo di vedere provo a volte, con molta difficoltà a raggiungere. Con molta ammirazione Piero

        • Grazie Caro Piero e sappi che l’ammirazione è reciproca… Ti confido che ti seguo e inseguo da tempo attraverso i vari concorsi… Il tuo lirismo mi emoziona sempre, le tue parole hanno il dono del risveglio, un dono assai raro. Con riconoscenza, stima e simpatia. Gaia

        • Mi allieta la notizia che qualcuno segua i percorsi di altri, a volte non è facile da immaginare. C’è tanto e poi tanto sul web che sembra di perdersi, lanciare qualcosa, a volte è solo per far sentire che esisti. Come ho avuto modo di dire altre volte, ricominciai a scrivere solo nel 2008 ed ho ottenuto discreti risultati. Il problema dei concorsi è che non ti rendi conto se la qualità di ciò che scrivi è buona fino ai risultati e poi pensi, se l’esito è negativo, che hai scelto il tema sbagliato ( difficile ammettere il contrario). Qui è una situazione diversa e ricevi continui stimoli nel sentire commenti preziosi come i tuoi per poi magari aggiustare il tiro e provare altre cose. Ti ringrazio sempre con molta gratitudine Piero

    9. Cettina Lascia Cirinnà scrive:

      Le cose perdute

      Nel tempo
      le cose perdute
      mi ritornano
      alla mente,
      nuove
      tirate a lucido,
      nitide.
      D’imperio
      si presentano
      nude
      senza retorica,
      immagini conosciute
      nelle forme,
      affettuose
      nei ricordi …
      Seguo con le dita
      i contorni
      le accarezzo
      le bacio
      con il pensiero,
      annuso
      l’odore insistente
      che viene da lontano
      le assaporo
      con la bocca
      e mordo gli spigoli
      di un passato
      ancora troppo recente
      per dimenticarlo
      del tutto …

      Erba, 6 gennaio 2011

      • C’è una certa affinità fra quello che scrivi ed un’altra mia poesia, con la differenza che tu sfiori ancora qualcosa del passato, che in un certo senso emana ancora profumi e calore, perchè più recente, nel mio caso invece, restano solo ruderi di un mondo del tutto, o quasi scomparso in un lampo, come in un cataclisma. Quelle ruspe, che per lavori di ampliameto o ristruttarazione di vecchi cascinali abbandonati, attaccano il territorio con una voracità spaventosa, stravolgono ciò che era cresciuto e trasformato dolcemente nel tempo con l’intervento dell’uomo, in maniera lenta ed armoniosa,come ad accarezzare il territorio, con duro lavoro sì, ma con amore e rispetto, quei cascinali che diverranno poi agriturismo o appartamenti di lusso, che stride con la struttura e lo scopo originario, fugando anche quel tangibile senso di vissuto che vi si respirava e che ci faceva sentire a proprio agio. Questo mio
        commento alla tua poesia potrebbe essere il finale che, con i puntini di chiusura, lasci in sospeso, ma che già presagisci. Non mi resta che salutarti sinceramente, mi piace il tuo stile e ciò che esprimi e per questo mi sento gratificato. Piero

        • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

          Grazie Piero, il tuo commento conferma la consapevolezza che la “Poesia” nel Web regala emozioni immediate, sentimenti universali che si confrontano e arricchiscono la nostra sensibilità. In questo caso il testo diventa uno specchio dove si riflettono le nostre esperienze di vita. I ricordi della mia terra di origine, (la terra di Sicilia) sono vivi dentro la mia anima, giovane di poesia. Adesso che ho imparato a comunicare con la scrittura, l’esilio ha trovato la sua valvola di sfogo e scrivere mia aiuta ad archiviare i ricordi a dare un senso alle mie radici strappate – rimaste per aria, come racconta un grande scrittore che amo molto … Erri De Luca.
          Un caro saluto da Cettina

      • maria rizzi scrive:

        Mia cara Cettina,
        con questa lirica stilisticamente attenta, strizzata, tocchi tasti che mi sono particolarmente cari e sai farlo con una delicatezza e una sensibilità straordinarie.
        Il pozzo della memoria… il profumo, il sapore, l’essenza di ciò che è stato nostro e che s’è perduto nel vento affannoso dell’esistenza…
        E il senso di perdita precoce investe tutte le sfere del vissuto.
        Nasciamo con il senso dell’eternità impresso nei pensieri, nei desideri.
        Gli amori sono immortali; le emozioni sono flash che continueranno ad abbagliarci; le storie
        avranno sempre un ‘dopo’ e un’ ‘ancora’…
        Impariamo che non è così.
        E soffriamo ogni perdita in modo cocente. Perdendo il delirio di onnipotenza. Ritrovandoci
        piccoli, semplici uomini tesi ad afferrare lembi di cielo.
        La felicità torna, Cettina… attendila, mordila, assaporala e vivila intensamente, sarà sabbia nella clessidra, ma l’avrai posseduta…
        Un caro abbraccio.

        • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

          Cara Maria è un piacere conoscerti sul web, le tue parole di commento mi hanno reso molto felice perchè penso di essere riuscita a comunicare le mie emozioni e di vedere specchiate le esperienze di vita di chi mi legge nelle mie parole. La poesia è diventata per me l’unico linguaggio che riconosco per comunicare la mia emotività creativa che ho scoperto da pochi anni e adesso che è diventata consapevolezza spero di continuare per vivere la gioia che può regalare scrivere le mie impressioni e leggere gli altri autori.
          Un caro saluto da Cettina.

    10. Approfitto di questa nostra fequentazione nella “GLOBOSFERA” , che fra pochi giorni
      giungerà al termine, per ricordare il 27 Gennaio GIORNO DELLA MEMORIA con
      questa poesia recente, un pò lunga, ma credo di facile lettura.

      ROSSO DI NOVEMBRE

      Cessa d’improvviso ogni rumore
      quando un giorno cristallino di novembre
      in pochi istanti smorza il suo splendore
      per stendere una fascia carminio all’orizzonte
      che in grigio cenere si sfuma e poi traspare
      da solchi di lava che raggrinza.
      Non è quiete quel silenzio nè magico stupore
      ma subdola calma che logora la mente.
      Minaccia che incombe come ronzio di sciami
      è il vuoto che lascia una partenza
      il gelo di dimore abbandonate
      uno stato d’allerta di ataviche paure
      una morsa d’angoscia che annienta
      come presagio che precede le sciagure.
      Da troppo anni ormai, come maledizione
      mi perseguita quel ROSSO DI NOVEMBRE
      quando sconvolse il mondo la follia letale
      con tanta malvagità che superò l’inferno
      cancellando i miei sogni di bambino.
      Amavo far volare gli aquiloni, sognavo
      il ritorno delle rondini, incantato
      ammiravo abili artigiani, nelle botteghe
      ad operar magia, per strada branchi di ragazzi
      le grida ed i giochi rispecchiavano allegria.
      Ma poi nei cieli tersi volarono altri aquiloni
      scorrevano sui campi sulle case ombre giganti
      minacciose e nere come temporali.
      Ci dissero: SOLO ESERCITAZIONI
      ma cessarono di colpo i giochi e gli schiamazzi.
      Ormai volavano solo quelli di aquiloni
      un giorno spuntarono dal colle, un suono cupo
      sempre più vicino, erano tanti, tornarono
      più volte, non so quante per L’ESERCITAZIONE?!
      Quando ebbe fine, lo capimmo dal lugubre silenzio,
      uscimmo, un odore acre dolciastro di devastazione
      era in pieno giorno ma all’orizzonte era già tramonto.
      Fuggimmo, la distanza attutiva la paura, ancor più in là
      a son fuggito sempre ed anche oggi fuggo col pensiero
      ma puntuale mi ricorda quel ROSSO DI NOVEMBRE:

      • Emozioni e memorie che dovrebbero giungere come monito a tutti i cuori che quel ( e i troppi altri..) ROSSO DI NOVEMBRE non hanno vissuto. E a tutte quelle anime che lo stanno ancora vivendo – è talmente assurdo – chi per imposizione, chi per inconsapevolezza, chi per ingordigia, stupidità, superficialità, ignoranza.. di altri, chi per destino.
        Complimenti Piero, perchè il tuo poetare anche quando è impegnato, quando affronta tematiche ” pesanti “, vola davvero alto, suggestivo, evocativo, carico di liricità. Grazie. Gaia

        • Pensiamo le stesse cose, a questa poesia, un pò troppo lunga, ho tolto tre righe risolutive
          che vanno nella stessa direzione del tuo pensiero e quello che sottintendi dire. All’incirca dicevano ( in una maniera quasi puerile ) per riallacciarmi ad “amavo far volare gli aquiloni ecc….
          ……..mi ricorda quel rosso di novembre.

          Nulla è cambiato, guerre taciute, odio razzismo
          forse è per questo che non tornano le rondini
          e non volano più nei cieli gli aquiloni.
          ::::::::::::::::Poi appunto, causa spazio e ritenuto che fosse un finale un pò patetico, ho deciso di farne a meno. Sempre molto grato per l’interessamento che nutri verso di me che mi porta a fare liberamnte dei ragionamenti e riflessioni, in un certo senso sotto la tua guida,
          ti saluto calorosamente e ringrazio Piero

        • maria rizzi scrive:

          Caro, versatile Piero,
          sai viaggiare su tutti i registri e renderci testimoni di nozze, altalene arrugginite,
          sessualità radiata, crisi di panico e … infamia della guerra.
          Dell’uomo che diventa lupo per gli altri uomni, che dimentica valori, sentimenti,
          in nome di ordini impartiti dai ladri di anime.
          La tua “Rosso di novembre” è memoria straziante, senso ineluttabile di perdita…
          L’ho letta sentendo divenire anarchici i battiti del cuore. Non ho vissuto quei giorni,
          amico nuovo, ma il tuo dolore mi ha pervaso ogni fibra, ogni molecola…
          Sei un grande Poeta e un uomo di rara sensibilità.
          Ti abbraccio.

        • A dire il vero era qualcosa che volevo scrivere da tempo, ma mi coinvolgeva troppo, però la dovevo scrivere per sbloccarmi da quella sensazione che mi assale quasi sempre quando osservo uno di quei bei tramonti di novembre, che a me però provacano uno stato di ansia. Ho sempre rimandato perchè ad ogni tentativo mi ingolfavo in troppe “escursioni nel passato” Questa volta ci sono riuscito, in una notte particolare, sembrava che qualcuno mi dettasse le parole, forse avevo trovato la formula giusta, scartando tutto ciò che prima avevo abbozzato, ma mi portava ad un blocco di idee senza via di uscita. Grazie Maria per il tuo modo di apprezzare. Con sincera amicizia
          Piero

    11. SOSTENGO IL MIO RESPIRO

      Al volo sul predellino di un’idea
      dilegua al suo semaforo
      che segna sempre verde..

      In balia di scia di profumo
      resto tra ceneri di bucato
      a bussare con rabbia alla porta
      di un corpo chiuso alle emozioni

      non ho percezioni

      se non quelle donatemi
      dalla grazia in sogno

      Briciole d’orzo al scivolar del giorno
      becchime per galline e rossori
      di un dovere mai abbastanza assolto
      nutrito a brandelli rosso vivo

      Sostengo il mio respiro
      che in vapore non esali
      come il viso amato

      dai larghi pori
      fluenti di umidori
      e resine a cicatrizzare

      Auguri a tutti di Buona Epifania!

      • Ma come è bella questa poesia! scorre facile e gentile, è come musica o forse ancora di più, musica, danza e molto altro, fuso insieme, come in un nuovo linguaggio dei sentimenti in trasparenze eteree, che stimola in altri immense sensazioni, ma che prima si devono rarefare per poter raggiungere ed essere in sintonia con tanta raffinatezza. Grazie per avermi dato tanta emozione. Auguri sinceri Piero

        • Caro Piero, sono commossa per il commento ricevuto e felice di avere suscitato emozioni da Lei tanto bene descritte. Grazie infinite e Auguri sinceri di un sereno e felice Anno Nuovo.
          Cordialmente
          Gianna

        • Se mi vuoi fare stare ancora meglio la prossima volta, se ricapita, il TU sarebbe più bello.
          Sono contento che ti sia piaciuto il commento, mi è venuto spontaneo
          Ciao altrettanti auguri Piero

        • Senz’altro me ne ricorderò, è una preferenza che condivido. A presto Piero!

          Gianna

    12. Renata Maria Lucarelli scrive:

      LA NONNA DELLE FAVOLE

      Quel profumo intenso di lillà annunciava la calda stagione, che a breve sarebbe esplosa nell’estate.
      Stormi di rondini volavano chiassosi nel cielo limpido, anche l’odore di casa cambiava, il sapore intenso del sole aleggiava ampio di biancore dalle finestre accostate.
      Il dolce conforto familiare si sarebbe allietato di una nuova presenza: la mia nonna.
      Ore deliziose mi aspettavano; la noia, con lei, non esisteva.
      Ogni giorno era diverso; lunghe passeggiate nel bosco, ciottoli di pietra sotto i piedi, rivoli d’acqua che fiancheggiavano sentieri ombreggiati. Si andava alla ricerca della casetta di marzapane con finestre di biscotti e giardini di zucchero filato, si incontrava Cappuccetto Rosso insieme al lupo diventato cane fedele e amico, c’era Cenerentola nel suo castello intenta a collezionare scarpette di cristallo, Biancaneve raccoglieva tutte le mele degli alberi per farci la marmellata, senza lasciare nulla alla strega cattiva. Io ridevo divertita a questi racconti strampalati . Poi, stanca dei giochi, mi accoccolavo vicino a lei, e, tra un filo di ricamo e un giro di ferri a maglia, mi raccontava di storie vere e lontane, di una guerra cruenta che gli aveva strappato l’amore della sua vita, la tenacia e la forza di crescere due figli da sola. Mi parlava anche delle sue passioni, le letture fatte sotto l’ultima luce rubata al sole, i pizzi e i merletti che nascevano dalle sue mani, la voglia di creare e inventare sempre cose nuove. Quando sei triste, mi diceva, metti un vestito profumato, colora le labbra e vai incontro alla gente. Sotto il silenzio del cielo ama come sai amare, vivi senza vederti vivere, offri tutto l’amore, anche quando si è ciechi davanti ai sentimenti, insegui tutti i tuoi sogni fino a toglierti il respiro, non arrenderti mai, apri la mente ad ogni energia, la favola della vita non deve piegarsi al timore reverenziale delle vicissitudini, degli ostacoli che incontrerai ogni momento, ogni istante.
      Convivi con i mille riflessi della tua anima e nessuna certezza vacillerà.
      Mia nonna mi lasciò un giorno d’estate mentre stavo al mare con i miei genitori.
      Prima di salutarla per l’ultima volta corsi incontro al vento, le gote bagnate di lacrime, sulla spiaggia dei bambini giocavano con degli aquiloni, volavano liberi nel cielo, libera come la mia nonna delle favole.

      RENATA MARIA LUCARELLI

      • maria rizzi scrive:

        Cara Renata,
        un omaggio ai tempi andati di raffinata, profonda dolcezza e un omaggio alla tua nonna che evoca i sentimenti cileni, la capacità di dare l’addio e il benvenuto…
        La tua corsa sulla spiaggia a inseguire il volo degli aquiloni è il saluto più commovente che potessi trasmetterci. Un brivido d’amore lungo quanto il tempo vissuto e quanto quello, ancora più lungo, della delicata nostalgia…
        Sei poeticissima e vera.
        Grazie infinite. Mi hai arricchita.

    13. A voi tutti col cuore, in questo giorno di pace, porgo in umile dono, una rosa.

      LA ROSA

      Ogni petalo parla di te
      Attorno alla tua anima dischiusa
      S’imbastisce candido il risveglio

      Le palpebre tue in fremito
      Ecco dunque
      Dal boccio
      Mostrar rubea promessa

      Tu che apri al cuore
      Il tuo scrigno odoroso
      E non di spine

    14. AUGURI DI EPIFANIA A VOI TUTTI
      ROSE E GEMME DELLA BLOGOSFERA !

      Mostriamolo dunque
      questo Amore
      che alberga nei
      nostri cuori,
      mostriamolo
      in questo giorno
      di luce
      e in tutti i giorni
      di maggior ombra
      che ad esso seguiranno.
      Ne siamo ricchi abbastanza
      per divenire
      rosa splendida
      nelle mani di chi
      vaga nei deserti
      della vita.

    15. AGONIZZA LA NATURA

      Scheletri di arbusti
      fra squallida gloria
      di stendardi di plastica
      dai tristi colori
      Qualche rado germoglio
      tenta la via
      Esili steli
      da spenti bracieri
      aiutano un fiore
      verso il sole.
      Ingordi gabbiani
      lungo rotte inverse
      sopra monti di rifiuti
      festeggiano.
      Assidue rondini
      su sponde sterili
      in vana ricerca di argilla.
      Aironi solitari
      sperano ancora pazienti
      da acque stagne
      il guizzo di un pesce
      E tu, che corri
      e ti sballi di rumore,
      non vedi non senti
      Fievole voce
      gemito di lontana eco
      che frastuono disperde
      tepore di un sorriso
      che si fa sempre più mesto
      più stanco più spento.

    16. QUI, NATALE

      E’ quasi come vendere il cielo
      al primo tramonto che passa

      o ad un fiocco di neve rubato

      qui, ascoltami Natale
      rimani ogni giorno, non farti
      strappare via dalle labbra mai dissetate

      non farti incantare raggio di sole
      in un solo mondo di ventiquattro ore

      qui, brucia in cicli turbolenti
      a scuotere il mio anello nuziale della vita
      posto al centro esatto del cuore.

    17. Natale a Venezia – Già da ottobre i negozi si erano rivestiti di atmosfera natalizia che s’imponeva con primi sintomi della corsa al consumismo festaiolo. A novembre esplose in grande stile. Come per incantesimo o un segnale convenuto, apparvero gli addobbi natalizi anche alle finestre, ai balconi e ai portoni delle case. Serpenti d’argento mossi dal vento luccicavano frenetici. Piccoli alberi di Natale scintillavano al vento sui davanzali. Ciuffi di vischio, rami di pino abbellivano i portoni. Qualche decorazione di vetro, soffiata via, cadeva a terra esplodendo in mille pezzi. A Capodanno i pezzi erano molto più di mille, ricordava Caterina! Era tradizione buttare roba vecchia dalle finestre. La nonna diceva sempre:
      “State attenti perché sono capaci di buttar via anche il nonno!”
      Fuori dai negozi enormi pupazzi di neve di plastica gonfiabile e Babbi Natale s’inchinavano e con la loro voce meccanica facevano gli auguri ai passanti, ne attiravano
      l’attenzione ricordando loro l’imminenza della festa. Come se fosse necessario dopo il lavaggio del cervello degli ultimi mesi! E la gente, travolta dal momento, comprava, comprava e passeggiava con pacchetti e borse in tema natalizio, confezioni eleganti che
      colpivano l’occhio. Anche qui la follia consumistica di una festa che aveva perso il suo significato profondo, pensò Caterina. A suo figlio preferiva regalare sempre qualcosa di utile o del denaro da spendere a piacimento, comunque una sorpresa. Quando i suoi figli erano stati piccoli era stato facile sorprenderli con qualcosa che li facesse gioire ed ogni anno parte della festa era dedicata a chi aveva più bisogno. Li aveva abituati così, a preparare e consegnare personalmente pacchi per bambini malati, famiglie bisognose, perché non dimenticassero chi non era fortunato come loro.
      Quest’anno c’era Luca. Caterina voleva regalargli qualcosa di speciale. Un venerdì pomeriggio decise di girare per le Mercerie scrutando i negozi in cerca di idee per un regalo originale, divertente, significativo ma non presuntuoso, eccessivo. Vagò a lungo senza meta osservando. Non trovò nulla di adatto, di interessante, convincente. Anche i portoni più squallidi e mal ridotti dal tempo venivano ripuliti, lucidati ed ornati in vario modo: corone di vischio, di alloro, di pino con nastri rossi, argentati o dorati, di ortensie secche intrecciate a rametti di bosso. Guarda che curioso, si disse Caterina, una volta i portoni che si aprivano sulle calli erano le entrate secondarie dei palazzi. Una volta gli ingressi principali nobili davano sui canali, dove si attraccava alla darsena privata. Nei secoli si era completamente ribaltato il criterio. Si erano democratizzati i nobili e i ricchi mercanti, mettendosi al passo con i tempi, o erano solo diventati più pratici e meno maniaci di grandezza?
      Caterina continuò a passeggiare e si ritrovò ai Frari. Attraversando Campo S. Margherita vide un laboratorio di maschere carnevalesche. Ecco l’idea che cercava, pensò! Una maschera! Però qualcosa di autentico, non roba per turisti. Erano moltissime
      le botteghe e i laboratori di maschere a Venezia, lo sapeva. Decise perciò di procurarsi in internet una lista dei laboratori artigianali di maschere tradizionali. E perché no, quest’
      anno anche a suo figlio avrebbe regalato una maschera. Una volta tanto una cosa un po’ folle. Inutile ma bellissima. Non si può sempre essere pratici e concreti, si disse allegramente, a volte bisogna anche volare!
      (da ORO E SABBIA DELLA LAGUNA – Ed. IL FILO – ALBATROS)
      °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

      Poesia – PANORAMA INVERNALE

      Luce gelida,
      pendii argentati
      di montagne vestite di luna.
      Ricordo
      la pallida luce
      di sole invernale
      tremante di freddo
      che sorgeva dietro i monti.
      Speranze
      Sopravvivenza
      Paura
      Ultimo pensiero.

      • Bello il brano tratto dal libro “Oro e sabbia dalla laguna”. Un brano fresco, una scrittura chiara e lineare. Complimenti. altretatnto bella la poesia con i suoi pendii argentati e montagne vestite di luna.
        Un Sereno e Felice 2011, cara Marina.

        Nicla Morletti

        • Gentile Nicla,

          Grazie per il suo commento lusinghiero e grazie per questa iniziativa/blog davvero interessante e stimolante.
          Auguriamoci tutti un 2011 pieno di salute, vitalitá, amicizia e soprattutto speriamo che in mondo sempre più matto e complesso ci sia posto anche per briciole di saggezza, attimi di onesto ripensamento.
          Cordialmente

          Marina Catalano-Mc Vey

      • PANORAMA INVERNALE:::::Molto bella. La vorrei commentare così:::::::
        ::::MAESTRIA DI SINTESI CON LA MAGIA DI SCATENARE COMPLICATE EMOZIONI::::
        Complimenti ed auguri Piero

        • Sono lusingata dalle sue parole di commento. Grazie. Anche se mi sento portata soprattutto a scrivere prosa e testi teatrali, sento in me il desiderio di esprimere in poesia, che io chiamo linguaggio rarefatto, immagini che con la loro immediatezza e nitidezza dovrebbero aprire una finestra su emozioni profonde. Non é sempre facile e non mi riesce sempre.
          Grazie ancora.

          Marina Catalano-Mc Vey

        • Forse dovrei essere io a ringraziare, l’ho letta con molto piacere. A differenza di testi come racconti ecc. che con questa “formula” di impaginazione e caratteri risultano un pò confusi,
          la poesia invece si presenta meglio, direi rimane invariata e magari fra un racconto ed una poesia siamo portati spesso a scegliere quest’ultima. Ho dato comunque un sbirciata
          al sito GRUPPO ALBATROS il FILO. e li i caratteri e l’impaginazione sono molto nitidi e siamo più invogliati a leggere. Con comodo approfondirò, per scoprire ancora qualcosa in più sulla sua attività letteraria, di quel poco che ho scoperto fino ad ora le faccio i miei più sentiti complimenti.
          Se avremo modo di risentirci non sarebbe meglio il “tu? ” che mi farebbe sentire meno nonno.

        • Approvato il “tu”!!! Non voglio assolutamente farti sentire troppo nonno! Il fatto é che sono vissuta gran parte della mia vita all’estero, soprattutto in Germania e Svizzera, e non sono abituata a dare del tu immediatamente. In tedesco non si usa farlo, in inglese non si distingue la differenza fra il tu e il lei ma si denota dalla scelta di espressioni in cui ci si rivolge alle persone, in spagnolo il lei é uso normale.
          Grazie per i complimenti. Sono contenta che tu abbia voglia di approfondire il mio lavoro.
          Il mio romanzo ORO E SABBIA DELLA LAGUNA, da cui ho tratto il breve brano inviato, è il mio primo romanzo pubblicato. Ho pubblicato molti anni fa un libro di italiano per le scuole italiane all’estero, che includeva vari miei racconti e qualche poesia. Inoltre ho pubblicato alcuni racconti in inglese in pubblicazioni di una Società Internazionale di Letteratura e teatro Contemporanei (ISCLT) di cui faccio parte. Ho lavorato in un gruppo teatrale in Germania come aiuto regista. Sto lavorando al mio secondo romanzo e a una raccolta di racconti che sono andata scrivendo negli anni.
          Ho scritto anche varie poesie che sino ad ora non ho mai cercato di pubblicare. Le sento molto “mie”, istanti sintetici dei miei pensieri ed emozioni. L’unico pubblico a cui le ho lette in traduzione inglese è stato quello internazionale dei partecipanti ai congressi annuali di ISCLT.
          Per quello ti sono grata per le parole di apprezzamento. Significa che il filo sottile di emozioni che volevo comunicare in un linguaggio sintetico è arrivato sino a te! Sono contenta!!!
          Cordiali saluti
          Marina

        • Contentissimo del tu, è stato molto prezioso fare la tua conoscenza, seguirò il tuo lavoro, credo non ci sia da dire molto altro. Dopo questo “incontro” di sicuro avremo l’0pportunità di risentirci ancora, da amici la prossima volta, grazie di tutto con l’augurio di sempre maggior successo Piero

    18. simone scrive:

      L’ incredibile fortuna dei signori Porchitorchi

      Poiché l’avevo combinata grossa il mio vecchio mi disse: “D’accordo, allora oggi verrai insieme a me a lavorare. Così vedrai come si fatica!”
      Mio padre era un giardiniere, e lavorava in giro nei giardini altrui. Potava piante, rastrellava foglie e tagliava l’erba col suo formidabile tagliaerba. Quel giorno doveva lavorare nel giardino dei ricchissimi Porchitorchi. I Porchitorchi erano la famiglia più facoltosa e potente dell’intera città. A me mettevano soggezione due cose di loro: il nome, perché mi faceva pensare al tempo stesso a degli orchi e a dei porci molto storti; e il giardino, appunto, perché era chiuso da un muraglione gigantesco dietro il quale chissà cosa si nascondeva. Ma non avevo scelta per cui andai con lui e salii sul suo furgoncino.
      Dopo poco arrivammo all’ingresso della sfarzosa dimora e dieci telecamere ci scrutarono guardinghe.
      Entrammo ma non eravamo ancora arrivati, e ci vollero altri diversi minuti prima di giungere nei pressi della villa. Mentre mio padre discuteva con il proprietario, io mi chiedevo quanti soldi ci volessero per possedere tutto questo. Intorno a me, infatti, si trovavano campi da tennis, da golf, due piscine, una scuderia, oltre a una miriade di piante, di alberi, di fiori delle più svariate dimensioni e colori. Altro che giardino, questo era un vero parco con un’estensione sbalorditiva.
      Tuttavia la goccia che fece traboccare il mio vaso di incredulità, si materializzò quando notai alla mia sinistra il parco elicotteri. Sì, proprio così: il parco elicotteri. Perchè qui non ci si sprecava mica con delle Ferrari o con delle Lamborghini no, qui si utilizzavano direttamente gli elicotteri.
      Ormai sprofondato nella più totale invidia ne contai ben cinque.
      “E pensare che questa una volta era una discarica!” dissi a me stesso ad alta voce.
      “Ah, ecco mia moglie che torna dalla città” fece in quel mentre il signor Porchitorchi a mio padre e aggiunse: ”bene, bene, così potrà mettersi d’accordo con lei per la sistemazione di quelle rose.”
      Detto questo gli strinse la mano e se ne andò. Così mio padre dovette ricominciare il suo discorso.
      La signora però fu abbastanza sbrigativa, e dopo pochi istanti mi ritrovai a potare una siepe che non finiva più. Tutto era splendido, la giornata mite, il luogo un paradiso e i suoi proprietari ricchi sfondati. Possibile che gli unici punti neri, gli unici foruncoli della situazione fossimo io e mio padre?
      Sì, era così. All’inizio non fu facile ammetterlo ma era così. All’inizio anzi, quando ancora non ero morto di fatica e non grondavo sudore da tutti i pori, cercavo di trovare un lato positivo anche per noi due, tentavo di scovare una giustificazione, cercavo insomma di consolarmi.
      Certo, pensavo, in fondo la mia è una bella famiglia, è una famiglia normale, non ci manca niente, abbiamo la salute, ci vogliamo bene. Non siamo benestanti come questi signoroni ma chi se ne importa, dopo tutto siamo felici.
      Soltanto che più mi ripetevo queste cose più aumentavano la fatica e il sudore, e meno vedevo la fine di questa montagna di foglie e di rami che dovevo rimettere in ordine. D’un tratto fui punto da un’ape e dovetti sospendere momentaneamente il lavoro. Allora lo vidi, mentre ero seduto a terra a succhiarmi il pollice ferito, allora capii davvero di essere una merdaccia altro che storie. Lo vidi, sì, lo vidi in lontananza, ma lo vidi bene. Era lui, il Signorino, il figlio dei padroni di casa. In città lo chiamavano in questo modo, e in effetti quello era il nome giusto per lui. Elegantissimo, chiedeva a uno dei mille servitori presenti qualcosa che non riuscivo a capire. Nessuno dei miei coetanei lo conosceva, veramente nessuno di noi ragazzi ci aveva mai parlato visto che studiava all’estero.
      Per un certo periodo di tempo si era addirittura sparsa la voce che non fosse mai esistito o che fosse morto nel tentativo di domare un coccodrillo. Doveva avere circa la mia stessa età, cioè diciassette anni, ed era già una leggenda, era già una celebrità pur non avendo fatto nulla per meritarselo. Ma erano i soldi in cui sguazzava che gli davano questo potere. Già, lui era un mito e io una nullità che doveva potare una siepe. Bella fregatura.
      Allora mi alzai da terra invidioso come non mai, e quando lo vidi dirigersi verso uno degli elicotteri divenni viola dalla rabbia. Iniziai a lanciargli contro ogni tipo di improperio che conoscessi e più potavo più lo insultavo, lui e la sua famiglia di milionari e pregavo Dio che intervenisse a fare giustizia.
      E il paradosso fu che a forza di insistere l’Altissimo decise di starmi a sentire.
      La prima scossa si verificò quando non ero ancora arrivato a metà di quella muraglia vegetale. Fu un lieve sussulto e io accecato dall’ira non ci feci caso. Tagliavo, tagliavo e cercavo di immaginarmi quale cataclisma potesse colpire questo luogo dorato.
      Un fulmine poteva centrare la casa, mi dicevo, oppure uno tsunami avrebbe potuto travolgere ogni cosa, o una tromba d’aria o un tornado o magari un’eruzione vulcanica. Ma più mi guardavo intorno e più mi accorgevo che niente di tutto questo sarebbe accaduto. Di fulmini, infatti, neanche l’ombra visto che eravamo in una limpida giornata di aprile, il mare era lontano cinquecento chilometri quindi addio tsunami, non c’era un filo di vento neppure a pagarlo e il vulcano più vicino era a duemila chilometri da qui. Dunque questa dimora imperiale era al sicuro.
      In ogni caso continuava a ronzarmi in testa il nome di un altro evento catastrofico che però non riuscivo a ricordare. Quando alla fine pronunciai la parola “Terremoto” ci fu una seconda terrificante scossa che spaccò in due parti la siepe, e che fece crollare mezza villa.
      Di questa me ne accorsi altro che, e corsi via come un razzo mentre intorno a me gli alberi e le piante venivano giù. Durante la corsa pensai di aver esagerato con tutta questa mia invidia, ma ormai era troppo tardi. Mi misi a cercare mio padre ma non lo trovai. Mentre procedevo con estrema cautela tentando di restare calmo mi guardavo in giro. Mi accorsi che ogni cosa era stata messa sottosopra: elicotteri, alberi, piscine, servitori, fiori e palline da golf. Di colpo, però, fui colto da un’immensa soddisfazione nel constatare come perfino questi ricconi non fossero immuni dalle catastrofi.
      Ecco che la disgrazia tornava a rendere tutti uguali: ricchi e poveri, patrizi e plebei, belli e brutti.
      E il signorino? mi chiesi sarcastico. Che fine avrà fatto? Sarà riuscito a prendere il suo elicotterino?
      Mi misi a ridere. Lo so avrei dovuto fare altro, ma in mezzo a tutto quel caos provai una gioia immensa, feroce. Perché giustizia era stata fatta, ecco cos’ era, perché perfino i proprietari degli elicotteri piangevano. Invece mi sbagliavo.
      Arrivato davanti alla scuderia dei cavalli trovai mio padre con il naso all’insù insieme ai signori Porchitorchi. Ci misi un po’ a mettere a fuoco la situazione, ma intuii d’istinto di essere stato beffato. Da un profondo squarcio nel terreno, infatti, si innalzava fin nel cielo azzurro uno zampillo gigantesco che poi ricadeva a terra. Intorno a esso, intanto, il Signorino felice conduceva con maestria il suo elicotterino. Era nero quel liquido, era petrolio.
      “Bene” si limitò a dire il padrone di casa. ”Avevo giusto la necessità di allargare questa topaia.”
      E caddi come corpo morto cade. Una volta a terra però, riguardai ancora quel liquido nero che si alzava maestoso nell’aria, ed ebbi come l’impressione di notare sulla cima zampillante qualcosa di singolare. Naturalmente data l’altezza e la distanza potevo sbagliarmi, eppure mi sembrò davvero di scorgere uno strano arnese. Sembrava un’arma, sì, sembrava proprio una cosa particolare, forse una scure.

      Questo racconto fa parte dell’ antologia “I Racconti della scure” scritti dal sottoscritto e pubblicati dalla casa editrice Montag di Tolentino nell’agosto del 2010.
      Spero che vi piaccia.
      Buona Epifania a tutti.

      • maria rizzi scrive:

        Mio caro Simone,
        mentre leggevo il tuo racconto mi tornavano in mente i versi della più
        famosa poesia di Totò, “‘A livella”, e, in particolare, i versi finali, che trascrivo in italiano,
        “Queste pagliacciate le fanno solo i vivi,
        noi siamo seri apparteniamo alla morte”.
        Tu, da diciasettenne, invidiavi il mondo dorato che ti circondava e speravi che tutto quello sfarzo venisse colpito da un evento disastroso. Non eri consapevole della gravità dei tuoi anatemi, solo del tuo status, che ti rendevva lontano anni-luce dal dolce far niente, dagli elicotteri, dalla tendenza al comando…
        Non riuscivi a comprendere quanto l’esistenza della tua famiglia, nella sua semplicità, potesse essere più ricca della loro.
        L’invidia, tra le piante che potavi non era presente, ma cresceva rigogliosa nella tua anima, inquinando i sentimenti puliti ai quali eri stato educato.
        Oggi sai che non esistono persono fortunate. Solo persone ricche. Ed è cosa ben diversa.
        Il tuo racconto induce a riflettere su questa differenza, a comprendere che la parabola che narrava ‘degli ultimi che saranno i primi’ non era una favola…
        Io l’ho letta con profondo spirito natalizio, di quel Natale dimenticato che insegna la fratellanza e la nascita a nuovi sentimenti…
        Auguri di buon anno e complimenti!

      • Alba Venditti scrive:

        Quanta sofferenza c’è nel vedere molte persone che hanno tanto ed altre persone che non hanno niente. Ma si deve trattare di sofferenza e non di invidia perchè l’invidia porta ingordigia e non soddisfa i desideri di prima necessità, la sofferenza denota sensibilità nei confronti del prossimo o del nostro stato di vita. Padre e figlio costretti a sgobbare con fatica per il sopravvivere quotidiano perciò, il figlio diciassettenne si ritiene sfortunato di fronte alla ricchissima famiglia Porchitorchi, ma soprattutto al signorino della medesima età che dava ordini ai suoi servi come un grande. Il povero diciassettenne si rese conto che al ricco se si distruggono le cose le ricompone invece, la sua ricchezza era il bene di suo padre con i suoi insegnamenti.

    19. DEPRESSIONE
      ” Attacchi di Panico ”
      (momenti bui della vita)
      @@@

      Staticità di pensiero
      su linea piatta di emozioni
      in una bolla di solitudine
      Bisogno/rifiuto di aiuto
      nella disperazione
      che urla in silenzio.

      • urlante e vera questa poesia ispirata da un male che crea “una bolla di solitudine” intorno a chi ne é affetto, e non sono pochi. Anzi apprendiamo che si tratta di un male che va in crescendo, anche se é sempre esistito e un tempo era bollato “tout court” come malinconia, forse per quell’assenza e sofferenza negli occhi a riflettere un malessere, una sorta di deprivazione interiore. Per fortuna oggi la medicina fa miracoli, basta solo trattarlo da male e non da malessere.

        • Ero incerto se pubblicare questa breve “poesia” ma dopo il tuo commento credo di aver fatto la scelta giusta::::::::E’ una cosa che succede all’improvviso e non sai cos’è, fino a quel punto ti senti in forma, anzi, a volte ti sembra di essere un superuomo capace di superare qualsiasi ostacolo, ma di colpo ti senti uno straccio perdendo tutta la tua sicurezza e baldanza, è qualcosa di indefinibile impossibile ad altri di comprendere, magari credono di venirti in aiuto con qualche frase, ma niente, nessuna frase, nessuna forma di considerazione o gentilezza ti fa star meglio, anzi ti fa chiudere ancora di più in te stesso come in un cerchio che si stringe intorno. La causa scatenante del mio malassere fu il superlavoro nel gestire una trattoria che acquistai con mia moglie negli anni 70 quando tutto ancora era possibile, bastava averne la volontà e le capacità, ma il lavoro era così tanto ed arduo, anche perchè a quei tempi era difficile trovare personale, nessuno voleva fare gli orari che tale attività impone. VORREI FARE ALCUNE CONSIDERAZIONI su cui riflettere e magari dare aiuto o conforto a chi si trova nello stesso genere di situazione:
          LA PERSONALIZZAZIONE, come nel mio caso, “di un’attività” porta ad essere schiavo della stessa impronta, che se da un lato ti inorgoglisce, ti logora, perchè solo la tua presenza garantisce quel chiamiamolo “MARCHIO” , accade che la stessa cosa, magari la più banale come un minestrone che hai fatto tu stesso la mattina, ti senta dire il giorno seguente, dopo aver preso una serata libera: ::::::Si nota quando non ci sei. Ieri sera ho preso il minestrone, ma non era come quello che fai tu:
          ::::::DIAGNOSI:::DOTTORI ECC. Quando uno si trova in uno stato simile crede di avere tutti mali, pensando in modo particolare ai peggiori, neanche le analisi più accurate e dettagliate ti tolgono questo dubbio anzi, invece di essere felice che tutto è in regola, ti viene il dubbio magari, di avere qualcosa di molto grave che non ti vogliono dire. DOTTORI:::per mia esperienza chi ha veramente colto nel segno nel mio caso, fu il mio medico di famiglia, a me sconosciuto fino allora, perchè non ne avevo mai avuto bisogno, che mi chiese::::–Ti senti come una riga che ti attraversa il torace ? Facendomi un gesto con un segno orizzontale della mano, a risposta positiva, mi fece comprendere il mio male, dicendomi poi che dovevo abbassare i ritmi di lavoro, spiegando inoltre che malgrado la mia intensa volontà, il mio cervello stava dando un segnale, in un dato senso come se rifiutasse il lavoro. RIMEDI:::: sono sempre gli stessi, ansiolitici ecc. ma c’è il pericolo dell’assuefazione ed allora il rimedio diventa quasi peggio del male, vanno usati solo quando non se ne può fare a meno, a volte anche senza prenderli, magari uscendo e provare dei sintomi tipici di un attacco di panico in arrivo, il semplice fatto di averli in tasca e palpare la confezione, rasserena e rassicura.
          Io, deciso a non diventare dipendente dai farmaci, trovai molto giovamento dalla spiegazione in TV di come funziona il cervello, riferendosi a questo malessere e cominciai ad immedesimarmi in ragionamenti, in un dato senso come rimettere in ordine la mia mente ::::::. Questa breve poesia l’ho scritta di recente, così, quasi per esorcizzare un periodo del mio passato, che non temo più, con l’augurio che anche altri possano fare la stessa cosa. Grazie Lucia
          Mi scuso per la lunghezza del mio intervento, ma un argomento così delicato, non poteva essere liquidato in poche parole o frasi di convenienza. Ti saluto con gratitudine

      • maria rizzi scrive:

        Gli attacchi di panico, caro Piero,
        sono la costante di questo nuovo tempo che ingoia le emozioni e induce a rincorrere le storie, a tremare nel timore di non raggiungerle o di non saperle vivere.
        Sono l’indice del livello di stress raggiunto dalle creature sensibili, sottoposte a ritmi di vita
        senza tregua.
        Io conosco fin troppe persone affette dalle crisi di panico. Tremano, temono di soffocare, lamentano i sintomi dell’infarto e troppo spesso si sentono incompresi, trattati da nevrotici.
        Purtroppo l’ansia è un male reale. Forse più grave di troppi altri.
        Esistono palliativi, non cure.
        E non esiste la giusta comprensione…
        La tua denuncia è atto di coraggio. E tentativo di rendere la maggior parte della gente sensibile al male che esiste e provoca forti sofferenze, anche se non può essere etichettato come soffocamento o infarto.
        Io ho infinita comprensione per coloro che soffrono di simili crisi e rispetto la loro dignità e le loro sofferenze.
        Sei un uomo di alto spessore, disarmi e incanti…

        • Mi sto rendendo conto, anche per merito di questa tua replica e le precedenti, che in un certo modo stiamo rendendo un buon servizio, hai descritto perfettamente i sintomi, aggiungere altro
          sarebbe superfluo, ti ringrazio con gratitudine per questo tuo intervento.
          Piero

    20. LA BEFANA VIEN DI NOTTE…

      Si rinnova, come ogni anno, la tradizione della Befana, ultimo giorno di festività del periodo natalizio. Sono numerose e varie le manifestazioni allestite, per piccoli e grandi, fra mercatini, sagre, concerti, falò, mostre e saldi di stagione. E sono anche tante le iniziative all’insegna dell’amore e della solidarietà.
      Questa festa ha origini davvero remote, derivanti da un folclore rurale pre-cristiano, legato alla ciclicità del tempo, per propiziare abbondanza nei nuovi raccolti. Già i romani celebravano la “Sigillaria”, il tempo in cui si donavano, come segno augurale, statuine realizzate in cera o pasta, chiamate “Sigilla”, appunto. L’Epifania, dal greco επιφάνεια, manifestazione della divinità, corrispondeva alla “dodicesima notte” – quella cui allude Shakespeare nella sua omonima e famosa commedia – così chiamata dai giorni che intercorrono fra Natale e il 6 gennaio. Per i contadini era quella che onorava la morte e la rinascita della natura, in cui Diana, venerata come trina, unione di terra, luna e cielo, aleggiava sui campi per fecondarli.
      I Druidi, invece, officiavano riti durante i quali bruciavano fantocci, al cui interno venivano imprigionate vittime sacrificali da offrire a esoteriche divinità. In seguito, la Chiesa biasimò come demoniaci questi culti pagani. Degli aspetti paurosi, rievocativi soprattutto della strage degli innocenti, il “topos” significativo di tante rappresentazioni artistiche e culturali, resta traccia nella filastrocca: “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo dò? Lo darò alla Befana che lo tiene una settimana, lo darò all’uomo nero che lo tiene un anno intero”.
      Solo intorno alla fine del XVI secolo la Befana assunse la sembianza di una generosa vecchietta, collegata alla leggenda che narra di quando Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, i tre Magi guidati dalla stella cometa per consegnare oro, incenso e mirra a Gesù Bambino, si persero sulla via di Betlemme. Chiesero allora a una vecchia di accompagnarli, ma questa non li seguì. Poi, però, addolorata, si mise a cercare il piccolo Gesù in ogni casa, volando su una scopa con un sacco colmo di doni sulle spalle, portando regali a tutti i bimbi nella speranza di trovare il Redentore.
      La Befana dei nostri antenati, soprattutto in Abruzzo, recava mandarini, noci, piccoli dolci casalinghi, carbone e cipolle ai meno buoni, ricordando che “l’Epifania tutte le feste porta via” e il giorno successivo si tornava a lavorare per la nuova semina, per i frutti della terra, nel rispetto del Creato. Si pulivano le cappe dei camini, si appendevano le calze e, poiché la Befana, oltre che umile, era anziana e stanca, si lasciava del cibo per ristorarla, compreso un buon bicchiere di vino rosso, a ricordo del sangue di Cristo. Senza scendere nella retorica, vorrei che tutti noi diventassimo “Befana” per un giorno, pensando a chi trascorre l’esistenza in solitudine, ammalato, povero o straniero in terra lontana. Basta poco: un sorriso, un gesto. Non cambiano certo una vita, ma possono attenuare un lungo silenzio.

      Daniela Quieti
      Da “Thema L’nformazione” – Costume e società – 4 – 1 – 2011

      • cara Daniela,
        la ricchezza informativa, la cura del dettaglio storico-evolutivo di questa festività, la prosa limpida e scorrevole e la sensibilità al dato umano fanno di questo brano un gioiellino da tenere da parte per una lettura pedagogica di notevole livello.
        Un abbraccio
        Luciana

        • Cara Luciana,
          ti ringrazio molto per le belle parole e per la sensibilità con cui sai cogliere alcuni aspetti significativi che ho desiderato evidenziare nel mio articolo. Ti rinnovo gli auguri di un sereno 2011 denso di soddisfazioni e ti abbraccio affettuosamente

          Daniela

      • Alba Venditti scrive:

        Ciao Daniela, è interessante conoscere le vere origini della Befana e confrontare le tradizioni in uso per la Befana di regioni diverse. E’ vero, come tu dici La Befana è stata identificata nell’ultima versione come una vecchia generosa, seppure molto povera per se’ stessa, forse proprio per insegnare ai piccoli a donare agli altri; ai grandi a non far perdere le tradizioni che già vanno scomparendo, ma a mantenere viva anche la voglia di solidarietà che arricchisce dentro anche chi è povero fuori. Grazie Daniela per averci illustrato l’evoluzione della Befana e ne faremo tesoro di queste notizie. Buona Befana e cari saluti. Buon 2011!!!

        • Cara Alba,
          grazie infinite per il tuo bel commento. Con questo articolo ho solo voluto accennare alla fusione delle origini sacre e pagane dell’Epifania, che celebra l’adorazione dei Magi per Gesù, per la divinità rivelata, ma che è giunta a noi fusa con il personaggio della Befana, metafora dell’anno vecchio che cede il posto al nuovo lasciando un buon ricordo di sé. Ogni regione ha i suoi tradizionali riti popolari nell’attesa della mitica vecchietta, ma dovunque, pur povera, essa reca sempre un dono, simbolo di una speranza che tutti aspettano nell’avvicendarsi dell’esistenza.
          Ti saluto affettuosamente con gli auguri più belli di un felice 2011

          Daniela

      • maria rizzi scrive:

        Mai semplici racconti i tuoi, amica mia, sempre profondi insegnamenti di vita, ricordi grandi in cui annegare per ritrovare nella memoria il senso che il presente non possiede.
        Tu restituisci all’epifania i significati che ha acquisito nel tempo…
        Tu attribuisci valore a queste feste liquide come tutto il tempo che viviamo.
        Io ricevevo i doni solo il 6 gennaio… il Natale era festa sacra.
        E lasciavo sul tavolo mandarini, noci e il bicchiere di vino rosso.
        Leggendoti ho avvertito l’anima tremare.
        Sei lo specchio della vita che abbiamo dimenticato, che non potremmo inculcare alle nuove generazioni, perchè sono lontanissime dalla poesia che rappresentava l’essenza delle nostre festività.
        Ti ringrazio perchè tendi la mano e ci conduci sui sentieri del vero, del bello, del dolce.
        E, naturalmente, ti voglio sempre più bene!

        • Mia cara Maria,
          le tue belle parole scaldano il cuore, come in quelle Epifanie lontane la certezza di valori semplici, pur nelle fredde stagioni. Era festa in chiesa, in casa, davanti a un presepe con gli affetti riuniti. Si scrivevano le letterine, si appendevano le calze, magari fatte a mano con i ferri. E’ rimasta un’orma nel nostro vissuto di altre immagini, di altre melodie. Nuove visioni, nuovi rumori, magari altrettanto suggestivi, stanno sostituendo quel mondo. Credo che ricordare le proprie tradizioni, non in un’ottica di contrapposizione, ma di positivo confronto con l’attuale realtà, costituisca una ricchezza e un momento importante per comprendere meglio il nostro tempo. Grazie di condividere le mie emozioni!
          Ti stringo forte con tutto l’affetto che sai

          Daniela

    21. Alba Venditti scrive:

      Il signor Anno vecchio e il signor Anno nuovo
      Il 31 dicembre a Roma si incontrano, per caso, alla fermata dell’autobus due signori: Il primo signore Anno vecchio chiede all’altro: “Scusi sa qual’è l’autobus da prendere per arrivare a Ponte Cavour?”. Il signor Anno nuovo risponde: “Sì, è l’autobus 280 che veramente sto aspettando anch’io. Se lo prende insieme a me le indico dove deve scendere.” Il Signor Anno vecchio ringraziò il signor Anno nuovo dell’informazione, ma disse che se la sarebbe cavata da solo. Il Signor Anno nuovo capì che il Sig. Anno vecchio si era contrariato e ne chiese il motivo. Il Signor Anno vecchio rispose: “Già è difficile, prendere una brutta decisione e poi ci si mette pure lei ad ostacolarmi”. Il Signor Anno Nuovo borbottò: “Ma io signor Anno vecchio volevo farle una gentilezza e non capisco perchè ne è infastidito”. Ecco replicò il signor Anno vecchio mi costringe ad essere duro con lei. “Io la odio perchè mi sentivo amato dalla gente in tutti questi 365 giorni ed ora, soltanto perchè sono invecchiato d’età e con qualche malanno, c’è stato il voto all’unanimità che la gioventù come lei ha la priorità. L’unica scelta che mi è rimasta è di buttarmi a Ponte Cavour cercando di lasciare memoria dei miei successi che non so se tu saprai imitare seppure sei più giovane di me.” Il Signor Anno nuovo si rammaricò di questa notizia e chiese al Sig. Anno vecchio di restare insieme a lui e cambiare il suo percorso. Ma il sig. Anno vecchio oramai non aveva più voglia di restare, la sua anima all’approssimarsi del 31 dicembre stava volando via ma lasciò un messaggio cifrato al sig. Anno nuovo: “Sarà quel che sarà”.

      • Un racconto particolarissimo e piacevolissimo. Complimenti, Alba. E auguri per un Sereno e Felice 2011!

        Nicla Morletti

        • Alba Venditti scrive:

          Grazie Nicla, per il tuo commento. Auguri infiniti di un felice 2011 anche a te.

      • maria rizzi scrive:

        Cara Alba,
        leggendo il tuo originale racconto ho ripensato a due canzoni: “Caro amico ti scrivo” di Dalla e
        “Meraviglioso”, dell’indimenticato Modugno.
        Il tuo incontro surreale tra i due anni si trova al centro delle due melodie che possedevano sapore di poesie.
        Il passaggio da un anno all’altro non è un evento traumatico, in fondo passa solo un giorno, si cambia un numero sul calendario e la vita continua a scorrere come sempre… D’altro canto
        l’anno trascorso è simile nell’immaginario collettivo a un viandante solo e abbandonato, che potrebbe decidere di suicidarsi.
        Di fatto nulla passa senza lasciare impronte profonde nella rena del tempo. Il tuo ‘sarà quel che sarà’ cela la consapevolezza del tempo andato e di quello che resta… cela una vena di umorismo e di malinconia …
        Sei un’abile stratega della penna e lasci noi lettori in una strana atmosfera di sospensione…

        • Alba Venditti scrive:

          Grazie Maria del tuo bel commento. Con questo mio racconto volevo sottolineare il passaggio di consegne dal vecchio al nuovo seppure con molto dispiacere poichè, il vecchio si era affezionato alla vita tra quella gente che lo amava e lo aveva tanto acclamato al suo arrivo. Ma il vecchio si era consolato del fatto di aver saputo almeno lasciare le sue impronte inimitabili e quindi, qualcuno si sarebbe sempre ricordato della sua venuta.

      • Con la distruzione del vecchio, nell’immaginario popolare, si rappresentava la fine di tutti i mali, come quando, la notte di Capodanno, si lanciavano oggetti dalle finestre o si incendiavano falò. Ora è tutto più instabile, difficile da decifrare, quindi…”sarà quel che sarà”.
        Complimenti, cara Alba, per l’originale racconto, con i rinnovati auguri di un buon 2011

        Daniela

        • Alba Venditti scrive:

          Ciao Daniela, hai ben intuito che il mio messaggio sospensivo “Sarà quel che sarà” è fatto di proposito per lasciare spazio alle libere interpretazioni di voi tutti. Sarà che l’anno vecchio è responsabile delle mie sofferenze e lo caccio via? Sarà che l’anno vecchio mi ha reso troppo felice e non voglio mandarlo via. Sarà facile trattenere nella mia mente almeno il ricordo della sua venuta? Sarà che l’anno nuovo apre le porte della speranza ed allora, getto via l’anno vecchio con esuberanza? Cara Daniela, “sarà quel che sarà” ma la nostra amicizia è troppo bella e non smetterò neanche, nell’anno nuovo di proseguirla. Buon 2011!!!

    22. LA BEFANA

      Con le scarpe tutte rotte…
      È lei da sempre
      La regina delle Feste.
      Lei, col suo naso adunco
      Il foulard e un sacco in spalla.
      Eppure a stento la si ricorda
      Come un tempo.
      Una vecchietta a cavallo
      Di una scopa, gobba e piccina.
      Oggi la Befana è una calza
      Di Barbie già confezionata.
      O, ben che vada,
      Una calza vuota da riempire
      Con qualche gioco o dolcetto
      Troppo colorato e conservato.
      Ma dov’è il carbone nero nero..
      Dove le patate, dove le cipolle?
      Mia figlia mi avverte:
      ” Se proprio lo merito, mamma,
      Che siano massimo
      Pomodori e mozzarelle..”
      Le calze eran calzini vecchi,
      Del nonno o del babbo
      E, per giunta, bucati.
      E i giochi? … Quali?
      Tanti erano i giochi
      E belli.
      Quelli che si improvvisavano
      In famiglia.
      Si, perchè Epifania
      È amore in famiglia.
      Tra qualche giorno
      Torna. Sempre torna.
      Perchè è lei
      La regina delle Feste.
      E allora esprimo
      Il desiderio
      Di poterla rivedere
      Nella sua gonna logora,
      Scendere giú dal camino,
      Col suo gran naso,
      I brutti denti e la magia nel cuore…

    23. WANDA –

      Dormiva sulla panchina
      nel roseto davanti la stazione
      I pendolari lo chiamavan Wanda
      Troppa la sua bellezza
      per esser uomo
      troppo scarno il suo corpo
      per esser donna.
      Fuggiva all’alba ai primi passi
      Quella mattina però rimase lì
      disteso immobile sul prato
      La luna che indugiava
      rendea più pallido il suo volto
      più biond i suoi capelli
      Sembrava un angelo abbattuto in volo
      Le ferite di punture sulle braccia
      non erano di spine.

      • Emoziona davvero caro Piero il tuo poetare. Ancora spine. Spine che non sono spine, purtroppo. Spine che Amore non sempre riesce a trasmutare… Molto toccante, ahimè molto vera. Gaia

        • Adesso per ringraziarti delle tue repliche che apprezzo molto. Includerò qui di seguito una poesia “a tema” (anche se scrivere a tema per me è una costrizione e non mi piace), che scrissi per un concorso di “poesia d’amore”. Mentre in altre parlo di fatti veri, anche se con qualche fiorettatura di fantasia per esigenze poetiche, in questa invece c’è solo immaginazione, è leggera e spero serva ad addolcire l’amarezza che lascia il finale di “Wanda”, la scrissi quasi per levarmi uno sfizio e mettermi in gara.

          ALIANTE
          Da ascendente scia
          di tanta tua dolcezza sospinto
          Su dissolvenze di sussurrate armonie
          il mio amore, come aliante volteggia
          Si abbandona leggero
          di sussulti vibrante
          in mulinelli di gioia
          per risalire a spogliar
          dei lustrini le stelle
          e su te posarli
          con soffio leggero
          di bacio sfiorato
          gentile planando
          Così il tuo affetto
          del dono raggiante
          sprigiona un vortice
          che alti ci spinge
          a giocar coi cirri
          e scatenar bufere di scintille.

        • Grazie di cuore caro Piero! Ma non è leggera, nessuna parola che parli d’amore lo è. Ti dono ( e dono a tutti voi cari amici) dunque anche io parole d’amore. Versi composti per mia figlia che tre anni or sono si è rotta malamente tibia e perone… Con simpatia. Gaia

          paesaggio: la terra dei sogni

          Ho dieci anni.
          Abbraccio il cuscino,
          mi stringo alla bambola di pezza.
          Da quattro mesi
          il letto è il mio mondo.
          Questo almeno è ciò che sembra…

          Riluce e danza fuori dal vetro la cima
          non piú spoglia, dell’alta quercia.
          Le ossa rotte della gamba ancora riposano prigioniere.
          Dorata di rugiada la grande ragnatela pende
          e su di essa una coccinella si posa.

          Mi chiamo Bianca.
          Di fantasia rifulgono i miei grandi occhi scuri
          che hanno visto il tempo seguire la sua sorte,
          stelo per stelo, fiorire la primavera e
          di azzurro fuoco acceso colorarsi il cielo.

          Nell’ oscurità, la mia attesa gioia.
          In magiche lunghe onde di luce,
          improvvisa, si anima la luna e con sé mi prende
          sino a condurmi in volo alla Terra dei Sogni.
          Là, gaia, torno a correre, lieve e vivace nel passo,
          come soffio d’aria fresca o foglia innamorata del vento.

          Da Ambrosia ed. Tracce

        • Come al solito mi sono addormentato con la televisione accesa, non ricordo neppure cosa stavo guardando, tanto sono noiosi i programmi, ancora con gli occhi assonnati ho letto la tua bellissima poesia, ne sono affascinato, l’ho letta più volte senza cercare di svegliarmi del tutto, per assaporare più dolcemente, in una sorta di piacevole torpore, la magia dei tuoi versi, così come socchiudere gli occhi per nutrirsi di bellezza nell’ammirare un’opera pittorica. Ti ringrazio molto per la dedica, mi reputo molto fortunato aver avuto la tua considerazione. Ciao Piero.

      • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

        Quando la poesia diventa realtà, cronaca crudele -molto bella e commovente.
        Cettina

        • Grazie Cettina, scorrendo mi sono “imbattuto” in due tue poesie che ho commentato circa 40 minuti fa, è vero quello che dici, è cronaca però, messa in lirica probabilmente da altre emozioni, ma è in fondo ciò che succede tutti giorni sotto i nostri occhi e non ce ne accorgiamo o forse troppo occupati per riflettere, questa Wanda, nome fittizio era uno di quei tipi appariscenti che frequentava la stazione di Firenze e dormiva, prima che facessero alcuni interventi alla stazione, di fronte, dove allora c’era un roseto, io appresi della notizia la sera nel prendere l’ultimo treno per tornare a casa. La cosa mi sconvolse molto perchè era il periodo in cui mia figlia stava diventando adulta, quando noi genitori pensiamo con apprensione al futuro dei figli, sulle loro frequentazioni e pericoli. Col tempo ho ripreso questo pensiero per presentarlo in questa forma, c’è solo una fiorettatura, ma è realtà di cronaca, io non ho fatto altro che descrivere il fatto. Grazie saluti sinceri Piero

      • maria rizzi scrive:

        Wanda stanca di camminare curva, sotto il peso
        dei pregiudizi del mondo, s’addormenta sul prato , rosa di troppe spine
        laceranti come ferite, cattive come i passi dei diavoli.
        La tua pietà per lei, Piero, è il segno d’una sensibilità
        di raso, tesa ad arco verso i fragili, verso gli incompresi,
        verso le persone sole.
        Una lirica straziante la tua, fa vibrare tutte le corde dell’anima
        e insegna a non giustiziare.
        Sei poeta d’amore e di sentimenti altissimi.
        Consentimi di usare ‘laltalena cigolante’ dell’altra tua lirica e di volare
        nel mondo delle tue emozioni…

        • Ciao Maria. Ho solo descritto brevemente una realtà quotidiana. Che a volte sfugge, oppure ne siamo assuefatti, senza neppure aver la speranza di soluzione. Come nella replica più in alto, questo caso mi turbò molto ( vedi replica a Cettina) perchè nel periodo in cui i figli sono in agitazione, crescendo, per imporre la proprio personalità, come allora mia figlia, pensai a tutte le trappole di un mondo sconosciuto nelle quali potrebbe essere caduta, a volte basta un’amicizia o l’appartenenza ad un gruppo di amici sbagliato, per entrare in un tunnel senza ritorno. E’ la cronaca di tutti i giorni e non fa neanche più notizia, forse se vogliamo dare un merito a questo mio scritto, si può considerarlo un pensiero verso quelle famiglie che ne subiscono il dramma, non è pietà la mia, che mi porrebbe in uno stato di superiorità come di giudice benevolo o di un sacerdote, ma semplicemente comprensione, nulla più.
          Ti ringrazio e saluto con stima Piero

    24. Cettina Lascia Cirinnà scrive:

      Convergenze parallele

      Partono da due punti
      lontani ed equidistanti,
      crescono piano
      attenti a non danneggiare
      le pareti trasparenti
      dell’Anima.
      Una voce sottile
      e cristallina
      accompagna il movimento
      del cuore in affanno,
      respirano piano
      per non svegliare
      il bimbo nella culla
      dei sogni.
      Volano su ali di gabbiano
      per approdare all’unisono
      nel terreno fertile
      di una terra già arata
      e seminata.

      Erba, 2 gennaio 2011

    25. MASSIMO GALANTE scrive:

      L’Aquila. –
      La Scuola Sottufficiali: II anno –

      …tra le varie attività che svolgemmo in quei dieci mesi tra i monti, quella che più rapì noi ragazzi … fu l’attività di volontariato presso la “Casa Famiglia Immacolata Concezione” di San Gregorio, vicino a L’Aquila, promossa, poco dopo il nostro arrivo a Coppito, dalle suore dell’Istituto di affidamento temporaneo e dagli stessi bambini che alloggiavano nella struttura. Erano davvero incantevoli.
      Dell’età compresa tra i sei mesi ed i dodici anni e di tutte le provenienze, quei bimbi erano affidati temporaneamente all’Istituto al fine di permettere alla giustizia-burocrazia italiana di autorizzare o il loro rientro nelle proprie famiglie ─ ammesso che il problema che aveva determinato il loro affidamento fosse superato definitivamente, e di norma non era mai così ─ ovvero la loro adozione definitiva, che di norma avveniva molto tardi vista l’età dei ragazzini presenti.
      I problemi delle famiglie di provenienza riguardavano soprattutto la droga, l’alcool, la mancanza di lavoro dei genitori, il carcere, le violenze tra gli adulti o peggio ancora sui bambini stessi. Problemi difficili da superare in breve tempo e per sempre. Soprattutto se non adeguatamente seguiti, monitorati ed assistiti. Purtroppo!
      …. arrivato il periodo natalizio, su proposta delle suore più giovani, riuscii, dopo diversi tentativi, a convincere la Madre Superiore a lasciarmi portare a casa due fratellini di otto e cinque anni, Alessio e Davide, che per i soliti problemi familiari avrebbero dovuto passare le feste presso l’Istituto. La vicinanza all’Istituto della mia famiglia ─ e quindi la possibilità di rientrare in brevissimo tempo ─ ed il mio costante impegno nel servizio di volontariato fino a quel momento, convinsero la responsabile a concedere questa speciale occasione ai due piccini.
      Quindi, quel Natale del 1997, si prospettava davvero unico.
      E così fu!
      Alessio e Davide rimasero con la mia famiglia giusto il 24 e il 25 di dicembre. Fecero il cenone con noi, mia madre, mia sorella, mia nonna, i miei zii ed i miei cugini con i loro figli. Giunta mezzanotte, depositarono in processione, insieme ai figli dei miei cugini, la statuetta di Gesù Bambino nella mangiatoia all’interno della grotta del presepio, come da sempre la tradizione di casa prevedeva. Poi tutti insieme ad aprire i regali! Erano immensamente felici.
      Fu davvero duro resistere alle lacrime quando scoprii che tutti i miei parenti avevano fatto un regalo anche a loro, i due nostri piccoli amici ospiti, anche perché avevo detto a mia madre che saremmo arrivati in tre da L’Aquila solo il giorno della vigilia di Natale. La sera trascorse poi tranquilla, con giochi e giocattoli, così come la notte, nella loro nuova temporanea camera da letto, ceduta gentilmente da mia sorella.
      Mentre Alessio si preparava autonomamente per andare a letto, da bravo bambino qual era, Davide, con la sua parlata con la lingua tra i denti, continuava a parlare e a saltare sul letto mentre io facevo una gran fatica a cercare di mettergli addosso il pigiama. Non voleva proprio saperne di andare a dormire!
      Il giorno successivo, dopo la Santa Messa, arrivarono per loro altri regali dagli altri zii, da cui fummo invitati per il pranzo di Natale.
      Poi alla fine della giornata, verso sera ─ una sera fredda e buia ─ ripartimmo alla volta di San Gregorio, in mezzo alle montagne dell’Appennino Abruzzese, dove furono tristemente riconsegnati nelle dolci e autorevoli mani delle suore dell’Istituto.
      Quel Natale del 1997 è rimasto scolpito nel mio cuore come inciso nella roccia. Ogni tanto ripenso a loro e a chissà dove sono ora e come stanno! Come saranno cresciuti!

      Massimo Galante
      Estote Parati: siate pronti… a partire
      storie di (piccole) battaglie quotidiane
      ALBATROS

      • maria rizzi scrive:

        Caro Massimo,
        una storia di grande amore la tua, dedicata alla realtà dell’infanzia radiata.
        I bimbi che ricordi con infinita tenerezza saranno ora dei ragazzi maturi, liberi dalle catene dell’istituto, ma carichi di fardelli emotivi che le infanzie dorate dei nostri figli non sanno neanche immaginare.
        Il Natale trascorso a casa tua rappresenterà il momento di luce dal quale trarre energia per sconfiggere le paure, i dolori, le domande…
        Credo che il problema dell’affido rappresenti una delle crudeltà dei nostri tempi.
        I bambini non possono assaporare la vita in famiglia nella consapevolezza della transitorietà.
        E i genitori adottivi non meritano di veder penalizzata la loro spinta affettiva dal dolore del
        distacco.
        La tua novella autobiografica è una dolce, profonda testimonianza dell’uomo teso ad arco verso gli altri, verso i più fragili…
        E’ la storia natalizia che dà senso ai nostri infiniti non sensi.
        Grazie. Mi hai commossa.

      • Bel brano. Commovente e autentico. Un bellissimo dono di Natale.
        Complimenti e auguri per un Sereno e Felice 2011

        Nicla Morletti

    26. Innanzi al Presepe

      Strale che brilla
      su volto bambino
      su guance anco calde
      del bacio di madre
      una lacrima stilla

      Una lacrima cade
      e pur piccola che sia
      senza batter ciglio
      il crine di un sogno
      si porta via

      • Cettina Lascia Cirinnà scrive:

        Ogni anno davanti al Presepe della nostra “Anima” accade il miracolo che hai descritto.
        Ciao Gaia da Cettina

        • Cara Cettina, è proprio cosí, è il miracolo di Vita, il miracolo di Amore.
          Auguri di cuore e complimenti per il tuo poetare, intenso e vivo. Gaia

    27. ALLA FIGLIA SPOSA
      Che ci siano sempre
      piogge di fiori
      e petali di rosa
      in soffici tappeti
      lungo il vostro cammino
      E non feriranno le spine
      se sempre freschi
      saranno i fiori
      e profumate le rose.

      • versi bellissimi che esprimono con intensità lirica quello che il mio racconto “La forza dell’amore” ha cercato di dire in prosa.

        • Sono molto grato per il commento, mi fa piacere questa sintonia di pensiero. Ho riletto
          “la forza dell’amore” a cui avevo dato solo un’occhiata fugace nello scorrere i commenti.
          lo trovo molto bello, complimenti. Le porgo i miei sinceri auguri di felicità e successo.

      • …. E non feriranno le spine… Mai feriranno se vi è Amore. Poichè Amore rende ogni spina un setoso petalo, una capanna il più aureo castello, due anime un unico cuore…. Bellissimo verso, grazie Piero. Auguri. Gaia

        • Bello come esprimi il tuo pensiero, il tuo commento ed altri mi fanno sentire come circondato da un alone di vera amicizia, non mi aspettavo certo di ricevere tanta partecipazione, mi sto commovendo un pò !!!! Grazie Gaia e tanti auguri di felicità e successo. Fra non molto dovremo di nuovo indossare la nostra “Maschera da duri” per affrontare la quotidianità, ma credo che questo “Bagno di sentimenti” sia servito e serva per ritemprare e caricare di energia il nostro spirito.

        • Carissimo Piero, come diceva il Luzi, la parola ha il grandissimo dono di poter volare ” alta “. Non meravigliarti dunque, se vera amicizia ti commuove. E chissà che questo mare di emozioni non ti dia la forza di fare a meno di indossare ” la maschera da duro”, anche solo una volta.
          Grazie e auguri di cuore di pace e amore. Gaia

        • Nobile questo tuo pensiero, ne terrò conto come un dono molto prezioso.
          Grazie.

      • maria rizzi scrive:

        Un augurio dolcissimo, Piero,
        un momento di libertà dalle catene quotidiane, di amore vero, profondo,
        dolce e commovente.
        Ne hanno bisogno le figlie, le spose , le madri… tutti gli amori…
        E se si ha il coraggio di scriverli, addirittura in versi, si è uomini liberi.
        Auguri di buon anno, anima bella!

        • Troppo gentile, ringrazio di cuore e contraccambio gli auguri.
          Devo dire che non mi sarei mai aspettato di ricevere tanti complimenti, in così breve tempo,
          quando decisi di prendere parte a questa iniziativa di Nicla Morletti “Natale insieme nella Blogosfera” Mi sento gratificato nel riscoprire pensieri sinceri e raffinati che credevo oramai estinti o dimenticati nella nostra società.

      • Bella, fresca e di buon augurio questa poesia “Alla figlia sposa”.
        Complimenti e auguri per un Sereno e Felice 2011

        Nicla Morletti

        • Molti ringraziamenti per il commento. Colgo questa occasione per esprimere gratitudine nell’avermi “spronato” in un certo senso, qualche tempo fa, a partecipare a “Natale insieme nella Blogosfera” io, un pò orso, restio in un primo tempo a prendere parte, mi sono trovato a mio agio in questa “Sfera” che a volte ho immagnato come un gigantesco globo luminoso, sospeso nell’etere, che irradia una luce di speranza, alleviando le miserie e le sofferenze dei meno fortunati.
          Questo è comunque ciò che mi auguro, però è necessario uno sforzo comune, cominciando da noi stessi nel comportamento e rispetto verso gli altri e questo non costa niente, ma è molto più importante delle opere di beneficenza spettacolarizzate nelle ricorrenze come per il Natale e che magari ci fanno sentire bene con noi stessi, per aver fatto una piccola offerta col solito messaggio del telefonino.

    28. MASO BIGGERO scrive:

      1860 IMPROVVISAMENTE L’ITALIA – Edizioni Z!nes –

      Martedì 11 Settembre 1860

      Quel giorno Anita, forse di malumore , strizzava con eccessiva energia i capezzoli della capretta che stava mungendo e la capretta, a un certo punto, emise un belato acuto, giustamente risentito. Fu così che quella mattina, all’alba dell’11 settembre 1860, Garibaldi non fu destato dal consueto squillo di tromba, ma dal querulo belato di una capra.

      Anita non era la compagna sudamericana dell’Eroe dei Due Mondi bensì una contadina di Morrone: poche case arroccate ai piedi di un colle sulla cui cima restavano le rovine di un antico palazzo ducale, due moggi di terra coltivata, un paio di stalle, e forse cento dei tremila ulivi sparsi lungo tutto l’arco delle colline che chiudono a settentrione la piana di Caserta .

      Garibaldi, invece, era proprio il generale che stava risalendo la Penisola e che, giunto a Napoli, si apprestava a dare il colpo finale alle truppe borboniche, ricacciandole oltre il Volturno per offrirle poi al Savoia; il quale, frattanto, discendeva lo Stivale alla testa dei piemontesi, mentre Cavour, a Torino, rassegnato a un’Italia che comprendesse anche il Regno delle due Sicilie, era intento a tessere una conveniente rete di rapporti con i generali dell’armata di Francesco II.

      Svegliato dal belare della capretta, Garibaldi aprì gli occhi e cercò di capire che ora fosse…

      Maso Biggero

      • Un bel brano tratto dal libro “1860 Improvvisamente l’Italia” Edizioni Zines”. Un libro molto interessane e scritto in maniere eccellente da un maestro della scrittura e del giornalismo italiano.

        Nicla Morletti

      • un brano molto piacevole che mescola ai tratti alti della storia, la macro-storia dei libri e dei manuali, particolari del quotidiano, la micro-storia, che rappresenta l’altra faccia, non meno interessante e più vicina a noi, della Grande Storia.

    29. Alba Venditti scrive:

      LA BEFANA MODERNA –

      Una volta la Befana si metteva la sottana ora,
      si mette in Baby dol per stupire Babbo natale
      che incontra nel senso opposto di marcia
      durante il suo vol.
      Una volta la Befana aveva un foulard
      che le incorniciava il volto
      di fronte al clochard ora,
      ha un fazzoletto di pizzo
      che la rende avvenente,
      malgrado non dica niente
      a nessun indirizzo.
      Una volta la Befana
      era vecchia ed aveva un’aria strana
      ora, è una giovane robottina vivente
      che registra ogni desiderio
      e naviga dalla sera alla mattina
      per realizzarlo davvero.
      Una volta la Befana non conosceva
      che l’arte di inventare storie per i bambini
      ora, la Befana pigra fa narrare le storielle
      ai dvd mentre lei ne approfitta
      per poltrire tutto il dì.

      • Giò di Belviso scrive:

        Un bel libro, pagine di passione e di storia, per celebrare i meravigliosi 150 anni di vita della

        nostra Italia.

        Giò di Belviso

        • Alba Venditti scrive:

          Grazie Giò del tuo bel commento. Colgo l’occasione per augurarti buon 2011!!!

    30. LA FORZA DELL’AMORE

      Cinquanta. No, non sono né chili di troppo né i miei anni. Sono cinquanta anni insieme a lei. A mia moglie. Che traguardo! Una vita trascorsa insieme. Inutile starvela a raccontare. Né più né meno che ogni altra vita. Gioie, dolori, errori, risate e….liti. Pensavate che vi dicessi che è stata una passeggiata? Sarei falso. Perché vivere è una fatica e farlo in due, che si moltiplicano in tre, quattro e così via, anche di più.
      All’inizio, quando me l’hanno presentata, sono stato preso da mille dubbi. Una ragazzona piacente dallo sguardo timido. Aveva sedici anni, anche se ne dimostrava di più. Ed io, trentenne scapestrato, esitavo davanti alla sua innocenza. Le donne che frequentavo erano troppo diverse da lei. Ma quelle, non le avrei mai sposate. La vita era mia ed io, bello e vanesio come James Dean, me ne inventavo una ogni giorno per adescarle. Poi me la ridevo con gli amici in giro sulle nostre Lambrette. Lei, invece, mi spiazzava.
      L’ho fatto per accontentare mia madre. Era vedova e troppo preoccupata della piega che stavo prendendo. Teresa veniva da una famiglia abbiente, di proprietari di terre e frantoi. Sarebbe stato un buon matrimonio. Anche lei orfana, ma di madre. Forse fu questo che portò ad unire le nostre solitudini mai confessate. Il nostro sodalizio.
      La sua forza, però, l’ho scoperta nel tempo. Forte a partire dal fisico. Alta e robusta, poteva guardarmi dritto negli occhi a sondare la mia anima per poi scoprire che, dietro questo carattere un po’ spaccone, c’è un uomo dolce e fragile. Allora lei, come mia madre ancor prima, mi ha fatto da guida. Le ho spesso affidato la barca nei momenti di stanca e, lei, risoluta come il padre che avrei voluto avere nelle sbandate di adolescente, mi ha aiutato con fermezza e pazienza a tirarla fuori dalla secca.
      Ma ne ho fatte troppe e troppo sporche per non stancarla. Solo ora me ne rendo conto. Se ripenso a quella prima notte insieme, lei con un uomo ben dodici anni più grande. Chiuso nel mio egoismo, non me ne preoccupavo. E come l’ho ripagata? Con qualche scappatella impunita fino a quando mi ha messo di fronte a un bivio. Lei o le altre. Un giorno si è presa suo figlio, un piccolo fardello per una mamma quasi bambina, e ha lasciato marcire nel silenzio e nella solitudine il nostro nido. Forte nell’animo e indifferente alle dicerie della gente, non ha mai esitato ad andare controcorrente. Ha sempre fatto di testa sua. Una madre coraggio generosa e sorridente che tende la mano colma senza pensarci due volte.
      Il sacerdote che sta celebrando le nostre nozze d’oro, la sta ringraziando perché è anche una dama di carità dedita e solerte. Non ci sono parole dolci per me ed io ne sono subito geloso. Lo sguardo è puntato su di lei, a decantarne le doti. Io, un’appendice. Ho difficoltà a concentrarmi sulle parole del sacerdote, distratto dai ricordi che affiorano. Le frasi mi giungono spezzate, sassi che creano mulinelli, riverberi di sensazioni. Un brandello dell’omelia mi colpisce.
      “Fratelli, ci sono tante forme d’amore. Ma la più piena, la più appagante negli anni è quella dell’amore agapico. Noi conosciamo l’amore erotico, l’amore amicale e siamo convinti che queste due forme di amore siano le più importanti in una vita di coppia. Ma l’amore agapico è amore cristiano, quello dello spirito, del donare anche senza ricevere. Ebbene, questa coppia di sposi, oggi ne celebra il trionfo condividendolo con figli, parenti e amici.”
      Amore agapico, che sarà mai? Io ho sempre pensato all’amore come amore erotico, vada per l’amore amicale, perché mia moglie è sempre stata un’amicona per me. Siamo una coppia anche ai tornei di burraco. Vinciamo anche lì, con somma invidia dei nostri amici. Ma l’amore agapico, mai sentito.
      Guardo Teresa. Mi balugina l’immagine di una sposa in un costoso abito di pizzo, con un bouquet di mughetti. I fiori dell’innocenza. I suoi preferiti, anche se è difficile dire che faccia preferenze tra i fiori che ama e coltiva con la stessa passione con cui coltiva tutti noi. Oggi Teresa è ancora giovane. È una donna imponente, e nel suo vestito lungo da cerimonia è più bella che mai. Conserva lo stesso sguardo ingenuo, benché gli anni, le delusioni, i graffi della vita l’abbiano incisa così profondamente da portarla spesso sull’orlo della follia. Ė ancora più forte e innocente.
      La guardo e lei si gira verso di me. Ho gli occhi velati, ma non lo darò a vedere agli altri. Glielo dirò stasera. Giuro che lo farò, prima che sia troppo tardi. Ho i miei anni, anche se sono ancora un bell’uomo, dritto ed elegante. Le dirò che questo amore agapico ha riempito la nostra vita, che lo serberò fino a quando non chiuderò gli occhi e l’immagine del viso tondo e placido di Teresa, moglie, madre, sorella mai avuta, si affievolirà, si farà energia allo stato puro e mi accompagnerà anche nel trapasso.

      di Lucia Sallustio

      Con l’augurio più bello che questa forza d’Amore si rinnovi come energia sempre nascente in tutte le coppie.

      • Alba Venditti scrive:

        Complimenti Lucia, bel racconto che invita a delle riflessioni. Quante volte abbiamo delle persone preziose vicino e non le apprezziamo. Queste persone hanno una grande forza d’amare che riescono a superare mille vicissitudini anche se non lo meritano. Invece, chi è più spavaldo trova persone genuine e se ne approfitta. E’ difficile misurare la forza dell’amore perchè varia da persona a persona e ci stupisce sempre per la sua rinnovabilità.

      • Anna Maria Campello scrive:

        Un racconto lucido, spiazzante il finale. Riflette travagliate situazioni matrimoniali in cui qualcuno forse si potrebbe anche riconoscere. Una vita insieme tra gioie, dolori, incomprensioni, tradimenti che sfociano però in un amore sublime pur se la scoperta è tristemente tardiva. Per questo allego una nota di speranza in occasione del nuovo anno
        con questa mia poesia augurale.

        INNO ALLA VITA
        Si aspetta trepidanti
        che giunga il Nuovo Anno
        come se fosse un bimbo
        per tanti mesi atteso.

        il passato s’accantona
        come una cosa smessa,
        cercando di scordare
        quello che ci ha deluso

        giornate ormai lontane,
        portate via dal tempo,
        come se fosse vento
        che fa volar le foglie.

        S’accoglie l’Anno Nuovo
        che avanza trionfante
        tra fuochi d’artificio
        brindisi ed allegria,

        miriadi di stelle
        di sogni e di progetti
        nel mare di speranza
        in un inno alla vita!

        ANNA MARIA CAMPELLO
        AUGURI A TUTTI

        • Grazie Anna Maria,
          per il commento e per i tuoi versi che inneggiano alla vita che

          avanza trionfante
          tra fuochi d’artificio
          brindisi ed allegria

          e si rinconferma tra sogni e attese di anno in anno.
          Lucia Sallustio

        • Auguri Anna Maria per un Felice 2011.
          Grazie per il dono di questa bella poesia, vero e proprio inno alla vita, tra fuochi d’artificio, brindisi e allegria!

          Nicla Morletti

      • maria rizzi scrive:

        Cara Lucia,
        un racconto nudo, vero, forte come l’esistenza il tuo.
        Nessuna vittima. La donna s’erge fiera, consapevole d’essersi trasformata da bimba in
        madre e sorella e amica e perno d’una storia che sarebbe potuta andare alla deriva.
        L’uomo prende coscienza dei suoi limiti, si sente ‘appendice’ d’un matrimonio del quale credeva di essere l’asse portante.
        La vita inizia dove iniziano le donne… tu sai dimostrarlo con un racconto tanto breve quanto intenso, che graffia l’anima del protagonista, ma anche quelle di noi lettori.
        Complimenti vivissimi!
        E un abbraccio…

      • Cara Luciana,
        il tuo racconto è molto bello e ricco di princìpi che, in questo nostro tempo privo di riferimenti valoriali, rappresentano un invito a sperare in un miglior rapporto interpersonale. Complimenti!
        Un affettuoso abbraccio

        Daniela

    31. AUTOSTRADA ESODO

      Glaciale luccichio di rovente asfalto
      frustazione di mete negate
      ebrezza di fuga in testa ai motori
      ai massimi G.
      Il piede spinge sul gas
      rombo di ottani si fonde
      a rimbalzi di Techno dai woofer
      un soffio di oblio rischiara la mente
      Fuggono la macchine verso sognati lidi
      gareggiano,corrono volano…
      In coda attendono, mugugnano fremono…
      … Scattano sgommano sorpassano…
      Frenano sbandano, si ammucchiano
      come ressa di folla in corteo alla stallo
      Isteria imprecazioni grida lamenti
      bestemmie preghiere lampeggii sirene
      panico caos claustrofobia
      Nel tremolar di fumi d’orizzonte confuso
      fugge lo sguardo per ritrovar la mente
      Dal vuoto anonimo il pensiero risorge
      si espande sale s’inebria, si offusca precipita
      in abissi di solitudine echi di silenzio
      Schizofrenia di riflessi d’inconscio
      epilessia d’evasione di sensi
      Esitazione di malinconica quiete
      come torpore di sfondo lagunare
      che incerto sceglie i colori
      nel velato barlune di un’alba
      che già specchia il tramonto.

    32. L’ALTALENA

      Quando feci l’altalena
      ci giocasti poco
      eri già pronta per volare via
      Il palazzo delle fate
      non lo potei finire
      adesso ci dorme il cane
      Rincorrevo il tempo…
      non sapevo corresse così in fretta
      Ora sei tu che rincorri il tempo
      gli impegni la carriera…
      Se telefoni è – solo un salutino -
      io mi son fermato
      Ma quanto è lungo il giorno ! ?
      inutilità delle ore
      nel parcheggio del tramonto
      Quel tuo alberello adesso è un gigante
      a sera, quando vi rincasano gli storni,
      sull’ondeggiar della chioma
      vagano i miei rimpianti
      ma vive nel mio pensiero
      il sogno di un lieto evento
      E la mia mente si esalta, corre:
      ed allora sui rami
      costruirò un fortino
      una base spaziale od un castello
      potrò donare ciò che ti è mancato
      e provare momenti che mi son sfuggiti
      Ma a volte di notte, nel silenzio
      cigola l’altalena
      come una pendola che scandisce il tempo.

      • Alba Venditti scrive:

        Questa poesia è velata da nostalgia per un tempo sfuggito inesorabile tra le mani mentre restano soltanto i rimpianti. E’ molto significativa quell’altalena che cigola come un orologio che scandisce le ore. Complimenti Piero, è una poesia che evoca a ciascuno di noi dei ricordi.

        • Grazie per l’apprezzamento. Il progresso non c’è dubbio porta molti vantaggi, ma ci costringe a ritmi frenetici per poter mantenere un certo tenore di vita e di decoro per la nostra famiglia sacrificando gli affetti e quel rapporto intimo con i propri figli.
          Coinvolti e distratti dal lavoro e dagli impegni quotidiani, non ci rendiamo conto a quale bene prezioso rinunciamo, forse il sentirci utili ci ricolma in parte di questa privazione. Ma poi quando la nostra attività lavorativa finisce e cerchiamo di fare un resoconto, ci sentiamo sterili e vuoti dentro, ma sognamo ancora di fare qualcosa per rimediare, pensando alla nascita di un nipote a cui dedicare tutte le nostre attenzioni, per dare e ricevere quelle effusioni di affetto a noi quasi sconosciute.

      • maria rizzi scrive:

        Caro Piero,
        la favola del tempo che scorre come sabbia nella clessidra.
        La bimba che diventa donna… e tu eri troppo intento a costruire il ‘palazzo delle fate’…
        La scuola della vita, gli anni in fila come perle di una collana, i nuovi riti, i vuoti d’aria nel cuore, l’attesa silenziosa del ritorno.
        E nella ruota che torna a girare l’altalena cigolerà per la ruggine, ma sarà pronta a ospitare nuovi voli, nuove primavere, nuove risa…
        E’ il sogno, è il presagio del domani, è la voglia di dare continuità a un tempo che , come pendola, scandisce i sogni e inumidisce gli occhi.
        “I figli sono nostri solo da piccoli”… dice Eduardo in Filomena Marturano… e inevitabilmente,
        serriamo i pugni e nascondiamo le lacrime, consapevoli che è così.
        Ti stringo.

        • Cara Maria, accolto da questo tuo commento al risveglio, è come la piacevole sensazione che si prova quando dal profumo del caffè e del pane abbrustolito sappiamo che qualcuno
          si è già alzato per darti un buon inizio di giornata. Grazie. E’ molto poetico ciò che scrivi e se è importante avere conferme, lo è ancor più per me, che ricominciai a scrivere solo nel 2008, ci avevo infatti quasi rinunciato del tutto, causa il lavoro. Un pò di merito lo ha anche il pc che mia figlia mi lasciò quando si sposò per trasferirsi a Milano, mi disse:– Ti lascio il pc, datti da fare ed impara, così ci possiamo tenere in contatto, col lavoro che faccio non ho molto tempo per stare al telefono.
          Ha fatto in poco tempo una splendida carriera in una multinazionale, forse la più importante nel campo dell’elettronica e questo, malgrado la distanza, mi rende sereno, adesso ha anche un figlio bellissimo, forse ha portato bene “L’altalena”. Col pc imparai subito, sono molto predisposto per le cose tecniche e manuali, ma anche dopo aver imparato molte cose come assemblare foto in una sorta di film con sottofondo musicale, lo trovavo sempre una cosa fredda. Ho molti interessi ed è difficile che mi annoi, ma d’inverno è diverso ed allora curiosando su internet mi imbattei nei concorsi di poesia e decisi di rimettermi in gioco, mi è andata abbastanza bene anche se come diceva Julia Roberts nel film Pretty Woman::: voglio il sogno:::.ah! ah!, confesso che mi piace gareggiare, anche per sentirmi vivo, fa parte del mio carattere, però lealmente, non so se sia un male. Tanti cari saluti
          e grazie di nuovo.

    33. IL VECCHIO CASALE

      Come aureola di un pensiero sospeso
      che avvolge nei sogni
      i ricordi riposti
      un’armonia di silenzio
      ha sfumato il tempo
      sul vecchio casale
      Tappeti d’edera, cascate di more
      festoni di rosa canina
      adornano i ruderi
      Sotto la loggia, in attesa
      il carro l’aratro gli arnesi
      cimeli ormai, senza gloria
      in ricordo di tanto sudore
      Le imposte sconnesse
      i tetti cadenti, le stalle mute
      Vibrazioni di vuoto
      all’anima che langue
      nel passato ormai così distante
      Ma qui c’erano suoni profumi
      i sogni le attese le gioie i dolori
      i pianti le nenie gli amori
      i canti le grida c’era la VITA !!
      Nella penombra della nostalgia
      veli di memoria
      come fruscii di luce all’alba
      attraverso sipari di fronde
      risvegliano i miei sensi smarriti
      con una carezza di malinconia
      Mi sfiora la dolcezza
      che si scioglie in pianto.

      • Una poesia molto significativa di grande impatto emotivo. Bella, forse ancor più bella perché velata di nostalgia, la visione del vecchio casale con tappeti d’edera, cascate di more e festoni di rosa canina. Un luogo in cui un tempo avevano regnato profumi, sogni e attese. Un luogo che racchiude ancora oggi, impalpabile, la vita.

        Nicla Morletti

        • Questo Suo commento mi rende molto felice e La ringrazio molto.
          L’aver preso parte all’iniziativa “Natale insieme nella Blogosfera” ha contribuito a rendere interessante e sereno questo periodo delle feste. Molte grazie e di nuovo auguri.

    34. Alba Venditti scrive:

      Nel nuovo anno vorrei vedere danzare le parole, come foglie al vento, per farle giungere nel cuore di chi è ancora arido di sentimenti e far scatenare in quel cuore l’emozione. Soltanto, se riusciamo a scatenare l’emozione in chi è arido di cuore otterremo un piccolo cambiamento nel mondo e diminuirà l’egoismo, l’avidità, la rivalità ecc. e quante vite in più si salverebbero. Chissà se, nel 2011, altre luci in più brilleranno nel cielo ed accecheranno i nostri sguardi verso l’alto.

    35. A voi dolcissimi Nicla e Robert e a tutti voi che nutrite questo mare di emozioni con le vostre splendide parole. A voi auguro col cuore un anno che non sia mai nero, neppure quando è buio. Un anno che sia melodia di giorni felici, durante il quale ogni alba sia quella giusta per aiutare un amico, per donare un pensiero a chi è solo, a chi preferisce alla tv uno sguardo e un sorriso, a chi non aspetta un’occasione per essere migliore. A voi carissimi auguro un anno di grandi entusiasmi ed emozioni, perchè emozionarsi è vivere, vivere è donarsi e donarsi è Amare.
      Buon Anno! Gaia

      • Buon Anno anche a te, Gaia!

        Buon anno a tutti Voi! Siete tanti, siete bravi, scrivete cose che rapiscono il cuore, in queste Feste all’insegna dell’amicizia, della solidarietà. Dell’amore.

        Nicla Morletti

    36. Genoveffa Pomina scrive:

      Vita sfuggia
      Chi di noi non inventa sui ricordi
      coreografie di colori
      sulle note di una musica
      suadente e indimenticabile?
      Emozioni e sensazioni intense
      per seguire la voce dell’anima…
      Silenzi per sognare i ricordi più dolci
      quando uno sguardo profondo
      sul senso del vuoto e dell’assenza,
      ci accorgiamo che dentro il cuore
      e tra le mani c’è soltanto cenere.
      Desideri di perdute o velate memorie,
      preziose ore di vita sfuggite
      sull’eco di un ricordo indimenticato
      in istanti di assoluto silenzio.

      • Genoveffa Pomina scrive:

        Restituisco alla vita

        S’anima nel silenzio la luce,
        il tempo vero…
        E’ un’intonazione suasiva
        ma che scava nel profondo
        e abbatte con un alito
        la voce sovrapposta
        d’ogni seconda verità
        delle cose andate alla deriva…
        Mi fa restituire alla vita
        le mille promesse vuote,
        le mai scordate parole d’amore
        quelle dette e le non dette…
        i ricordi di Dio
        quando il dolore bussò
        alla mia porta…
        le fiamme per sciogliere il gelo
        ch’era in noi…
        il caldo vento per scacciare
        pensieri grevi…
        Ho ormai mani fragili
        per reggere l’universo
        di questi ricordi…
        In profonde sinfonie di ritorni e fughe
        cala la luce del giorno
        e il labirinto d’ansia che racchiude.
        Mentre i pensieri vanno oltre la fitta coltre,
        dove la nebbia copre la lontananza,
        come lacrime sospese restano
        frammenti di inutili messaggi
        che van dimenticati e
        che si spezzano nel silenzio
        dello specchio del tempo…
        Un sorriso accarezza la mia quieta serenità
        mentre il più bel sogno s’allontana.
        …Sul mio viso scivola una lacrima
        che s’era perduta…

      • Una bella poesia che cattura il cuore.
        Auguri per un Sereno e Felice 2011

        Nicla Morletti

    37. I SIGNORI DELLE STAZIONI. Mi piace chiamare così coloro che popolano le stazioni ferroviarie per avere un riparo ed un letto di cartone per la notte e qualche avanzo di cibo per sopravvivere, i così detti “BARBONI” che tutti cerchiamo di ignorare ed evitare come per un rischio di contagio o per far tacere la nostra coscienza. Ho gestito per molti anni una trattoria e molto spesso era costretto a prendere l’ultimo treno per tornare a casa, a quell’ora proprio loro “I BARBONI” sono i padroni della stazione, racimolano qua e là nei cestini, cercano di impossessarsi di qualche angolo riparato o di una panchina, a volte provano a rifugiarsi in un vagone in sosta, senza dar fastidio a nessuno, magari vi chiedono qualche spicciolo con molto pudore, si contentano di poco. Sono molto scontrosi, ma se un giorno avrete la loro fiducia, se sarete pazienti e disponibili, il vostro mondo si arricchirà di un valore prezioso nell’ascoltare le loro esperienze ed i loro drammi e vi accorgerete che sotto quelle vesti malandate e quelle barbe trasandate ci sono dei poeti, filosofi, scrittori, artisti e persone che hanno avuto lavori importanti e di successo, ma per circostanze fatali il loro mondo è sfumato in pochi istanti. Vi sentirete allora grati di ciò che possiedete e soddisfatti delle vostre piccole cose. La lirica dal titolo “BARBONI” che fu pubblicata su “FUORIBINARIO” qualche tempo fa, la ripropongo per loro “I SIGNORI DELLE STAZIONI “in questo periodo delle feste natalizie.

      “:::BARBONI”:::
      (I SIGNORI DELLE STAZIONI)

      Cosa ci sarà nell’anima
      e la mente di un BARBONE ?
      anche i suoi occhi,
      nel vuoto cercan la risposta.

      E passano i treni
      Ne passa uno e ne passa un altro
      Lui ne va fiero
      Son suoi finalmente
      gli amati trenini
      che da bimbo sognava
      ma “a lui cattivo”
      Babbo Natale
      non portò mai
      E passa un treno
      e ne parte un altro…
      E passa il tempo… Lento…

      Anche loro che a sera
      cercano un cartone
      per pararsi dal freddo della notte
      una volta erano schiavi
      del caos dello stress
      delle convenzioni
      Senza identità, prigionieri
      nel vagon serraglio
      Ma in un momento di lucidità
      si gettarono giù dal convoglio
      per volare liberi nel vento.

      • Anna Maria Campello scrive:

        Molto malinconica, toccante, fa pensare alle tristezze di un mondo arido, senza speranze. Però non si può rimanere senza un po’ di speranza che il nuovo anno porti un futuro migliore.
        Auguri
        Anna Maria Campello

        • Grazie Anna Maria per la replica. Certo che ci vuole la speranza, ma sperare e basta non risolve molto, sperare è come sognare ed io, malgrado l’età sono ancora capace di sognare,
          forse più correttamente direi, di fantasticare, sono sereno perchè finalmente mi posso dedicare a quelle cose: la scultura, la poesia, i miei hobby ecc. tutto ciò che non ho avuto modo di fare prima, in un certo senso sono fortunato, mi piace la solitudine e decidemmo anni fa di vivere in campagna ed oggi faccio quelle riflessioni, come una sorta di resoconto di esperienze dirette, non penso certo di risolvere qualcosa, ma è come volermi liberare da un malessere che mi rode dentro nel constatare che il progresso tecnologico al quale ho fermamente creduto ed a cui credo ancora, possa creare situazioni di grave disagio per i meno preparati, a volte psicologicamente, o sfortunati, gettati allo sbaraglio per esigenza di profitto. Voglio unirmi a te nella speranza per un futuro che sia più generoso con tutti indistintamente, anche perchè credo che ormai la società così come è adesso non possa più reggere ed un cambiamento sarà inevitabile. Contraccambio gli auguri, scusa se l’ho fatta un pò lunga, ma fa parte del mio modo di essere, o niente o troppo ! Piero

      • Alba Venditti scrive:

        Barbone non è soltanto chi vaga povero senza meta per le stazioni in condizioni di degrado, ma ricco della sua anima lieta e libera di essere quello che vuole, ma anche ciascuno di noi che si lascia andare alla ricerca di quel treno che lo condurrebbe verso i suoi sogni. Il motto del barbone è meglio avere le ali della libertà che subire ingiustizie ed amarezze da chi credeva lo circondasse di carezze.

        • Grazie per la replica fatta con molta partecipazione emotiva e sincerità, per me è come ricevere un dono molto prezioso. Colgo l’opportunità per augurare tanta felictà e successo Piero.

      • maria rizzi scrive:

        “Si gettarono giù dal convoglio/ per volare liberi nel vento…”
        Caro Piero,
        quanto coraggio per scendere in corsa dal treno della vita e provare la libertà
        della strada, delle coperte, dei cartoni, degli spiccioli racimolati, del freddo e della
        solitudine affettiva…
        Infinitamente triste eppur vera questa lirica, che fa seguito allo stralcio in prosa.
        Talvolta i ritmi frenetici del tempo che viviamo ci spingono a desiderare la fuga.
        A considerare meno finta la realtà dei barboni.
        Loro non consumano le passioni, i sentimenti con la stessa velocità con la quale
        consumano i beni materiali.
        Sono liberi dalle nuove catene del mondo ‘fluido’, finto che ci fagocita e ci rende meschini.
        La tua ricerca del rispetto, della verità, ti spinge sui sentieri della nostalgia, fino ai confini
        e oltre ai confini del quotidiano…
        Sei coraggioso e buchi il cuore.
        Grazie per la dura lezione.

        • Generoso il tuo commento, ma certo non merito tanto. Hai colto nel segno, riferendoci alla lirica suddivisa in tre parti potremmo includere nella prima: chi ormai vive in uno stato di
          apatia, (occhi nel vuoto ecc.) come coloro che furono abbandonati al loro destino, con la legge Bisaglia del 78 e la chiusura dei manicomi, che poi si riversarono nelle stazioni e dintorni, aggirandosi nei mercati per qualche straccio da indossare ed affidandosi alla generosità di trattorie e ristoranti per un piatto caldo. (la legge prevedeva che i pazienti lasciati allo sbaraglio venissero in qualche modo seguiti, ma questo non si verificò, intervennero mi sembra associazioni religiose e non, che gli ex pazienti, ormai liberi, vedevano con diffidenza causa la segregazione subita).
          Nella seconda parte (passano i treni) Quelli che sono nati sfortunati e lo rimangono per sempre, sembra che i treni destino in loro un certo fascino e stupore. Nella terza parte (si gettarono giù dal convoglio) sono quelli che anni fa 70/80 cominciarono a rifiutare la società dei consumi ( un termine inglese appropriato è “rat race”, la corsa dei ratti, “come dire competizione inutile”)
          Ci dovrebbe essere però una quarta parte. Cioè coloro che sono stati GETTATI di forza giù dal convoglio, gente che aveva un lavoro e l’ha perso o non riesce a trovarlo, o è rimasto senza casa come chi a stento sopravviveva con affitti bloccati e poi non ce l’ha più fatta con l’aumento del canone. Noi purtroppo non possiamo fare molto perchè anche noi viviamo in una situazione di fragile equilibrio, ci sono poi molte associazioni laiche e religiose che vengono in aiuto, a volte con supporto dai comuni, per ora, poi non si sa. Credo però che dobbiamo abituarci ad una visione diversa di approccio e di giudizio riflettendo, anche nella speranza che una nuova filosofia di vedute ed intenti della politica porti un giorno quelle soluzioni che possano rendere più giusta la società. Per chiudere:: cosa mi indigna maggiormente è la roccolta di fondi negli spettacoli televisivi che io chiamo “Miseria reality” che quasi ci fanno sentire in colpa del pranzo di Natale, con foto video ecc. programmi con imbonitori come banditori di aste per stimolare le offerte, la cosa più disdicevole è quella ostentazione di lusso, in questo caso delle presentatrici di turno, che si ricoprono di gioelli in tutte le parti disponibile del corpo e con vestiti di gran moda, mentre ti fanno sentire come un verme se non invii quel SMS per l’offerta (domanda ma i gestori delle reti telefoniche rinunciano ai loro profitti in queste “nobili occasioni”?). Chiudo ti saluto e ringrazio, l’ho fatta un pò lunga, mi scuso per eventuali errori, ma non sto a rileggere.

    38. Giungano, a tutti, i più cari auguri di un sereno Anno Nuovo ! ♥

    39. Domani sarò davanti al mio amatissimo mare e per ogni onda che s’infrangerà a riva voglio che succedano cose belle per tutto il nuovo anno e per quelli a seguire a tutti gli amici, poeti, scrittori, giornalisti, a tutte le persone che con le loro storie, i loro versi, le loro parole hanno bagnato di emozioni a più riprese le pagine di questo blog proprio come onde di mare. Auguro un buon fine d’anno e un buon inizio a tutti.

      R.

      • Mi unisco a Robert nel fare gli auguri a tutti voi, carissimi amici, che con le vostre parole avete fatto di questo Blog una vera e propria magia di Natale.

        Auguro a tutti un Buon fine d’anno e un 2011 ricco delle cose più belle.

        Nicla Morletti

      • Alba Venditti scrive:

        Auguri frizzanti per il nuovo anno a Nicla e a Robert accompagnati da un bagno di poesia, fortuna e tanta allegria. Ovviamente, estendo gli auguri di buon anno anche agli altri autori che, come me, si avventurano nel mondo delle parole.

    40. E’ veramente un sogno per chi come me non ha rifugio potere trascorrere il Capodanno in questo stratosferico Blog, scintillante e sfarzoso come un antico castello, circondata dal calore di tanti amici di avventura e dall’accogliente ospitalità di una Fata gentile capace di realizzare con la sua intelligenza e la sua ricchezza di sentimenti una favola magica e avvolgente come l’intreccio delle sue bellissime storie, talismani da leggere e conservare per non dubitare mai di avere vissuto un’illusione.
      Grazie gentile Nicla e Auguri di un fervido 2011! Con affetto
      Gianna Campanella

    41. Le tue mani sulle mie
      la percezione di crescere insieme
      ad ogni intrecciarsi di dita

      Mani grandi molto più grandi
      a raccogliere l’emozione del ritrovarsi
      dopo interminabili attimi d’assenza

      Mani che si scaldano
      una dentro l’altra
      l’una nell’altra
      ritrovano calore

      Mani che si chiudono
      carezzano riscoprono
      s’aprono
      al nostro unico amare

      • Gentile signora Gaia,
        i miei complimenti per i suoi versi in merito all’amore, pur se parla delle mani. Indubbiamente, l’unico sentimento buono insito nell’animo dell’uomo è l’amore, e l’amore è il buon Dio Gesù.
        Cordialmente i miei ossequi ed auguri di buon anno 2011.
        Pasqualino Mauro.

      • Alba Venditti scrive:

        Gesti di mani che si intrecciano apparentemente semplici, ma in verità importanti per dimostrare una solidarietà ed umanità più unica che rara.

    42. Sandra Gallani scrive:

      Un altro anno ci sta lasciando.
      Un anno pieno di forti emozioni.
      Un anno fatto di sofferenze,
      perchè la vita non ti risparmia,
      ma ad ogni grande sofferenza
      un immensa e travolgente gioia
      fa seguito.
      E ti colma, ti riempie il cuore,
      i polmoni, le ossa.
      L’anno nuovo arriverà allo scoccare
      della mezzanotte fra brindisi
      e fuochi d’artificio.
      E come in una favola, tu sarai lì,
      vicino a me, ancora e sempre.

      Auguri a tutti di un fantastico 2011

      Sandra Gallani.

      • Amore. Amore oltre spazio e tempo. Amore che è favola e verità. Grazie Sandra per le tue belle parole e auguri di Amore per ogni attimo che verrà. Gaia

        • Signora Sandra Gallani, con vivi sensi di ammirazione ho letto il suo brano. I miei complimenti per aver ben descritto che dopo ogni sofferenza o crocifissione vi è la resurrezione. Condivido in toto. Complimenti ed auguri di buon anno 2011 ricco di pace e prosperità per volere del Cielo.
          Pasqualino Mauro.

      • Alba Venditti scrive:

        Un anno nuovo che ci accompagna come un nuovo vestito tutto da indossare con disinvoltura, in modo tale che ci sentiamo a nostro agio. Ma quando quel vestito lo sentiremo troppo stretto vorremmo gettarlo via al più presto per indossarne uno più appropriato al nostro essere. Ma c’è chi si affeziona a quel vestito nuovo e non vorrà più gettarlo via. Questa è la storia dell’anno che si rinnova, come l’abito, quando diventa troppo vecchio. Complimenti Sandra per la tua bella e delicata poesia e ti auguro per il nuovo anno “fantastiche emozioni”.

      • Bella poesia dai grandi e veri sentimenti.
        Aguri per un Felice Anno 2011, gentile Sandra Gallani. Un 2011 ancora tutto da vivere.

        Nicla Morletti

    43. Alcuni anni fa, prima di pubblicare “E finalmente piove…”, dalla quale raccolta è tratta questa lirica, molti mi chiesero cosa pensassi del Natale.
      A distanza di due anni il mio Natale è mutato…eppure, sento come allora la forte tensione verso la Famiglia, verso lo Spirito della casa e verso le cose importanti che spesso la vita ci nasconde…

      L’albero dello scorso Natale

      Ricordo dell’anno scorso, prima di Natale.
      La casa illuminata, imbandita a festa,
      sfarzosa come mai più mi è capitato d’osservare.
      Meglio ancor di quando, ancor piccoli,
      eravamo lì vicini vicini a fremere, tutti presi ad aspettare.

      Ricordo che l’albero non era ancora preparato
      e che giaceva silenzioso e profumato nelle scale.
      Pareva disposto a pazientare ancora
      fino a che non avessimo avuto per lui un giorno,
      o almeno qualche ora.

      Venne poi il tempo dei preparativi: prima dell’antivigilia di Natale.
      Ero in piedi a stender ramo per ramo di quel verde signore,
      addobbandolo di decorazioni miste, angeli di cristallo, sfere rosse e d’oro;
      farcendolo di quei fili e nastri colorati come una torta,
      riempiendolo foro per foro.

      In cima posi una stella d’argento che non vi avevo mai messa.
      Da sopra feci scendere luci e candele, fiocchi rossi e blu a picco
      fino alla base.
      Pareva non mancar niente!
      Allora spensi le luci e lasciai da solo il mio albero aguzzo e pungente …

      Luminoso, stette così a padroneggiare vanesio nell’entrata,
      robusto ed altezzoso di tutti i suoi decori.
      Intanto mia madre di sotto lo riempiva d’ogni cosa ed io,
      fingendo che ciò mi fosse ignoto, pur così facevo con i doni da scambiare,
      e mi piaceva, di tanto in tanto, andare a curiosare.

      Una bella sera, però, mentre noi distratti stavamo di sopra,
      entrò dal giardino mia zia …
      Silenziosa come un fantasma, per non dar nell’occhio,
      si avvicinò al pino lucente e, in ginocchio,
      toltesi di dosso alcune buste, vi posò i doni al di sotto.

      Ricordo che posò qualcosa di piccolo sotto i rami,
      qualcosa che non rimembro accompagnato da una bottiglia;
      dentro del vino rosso rubino.
      E poi, come solito, non c’erano che parole affettuose scritte
      su pezzetti di carta accanto, come sempre, ad ogni suo dono.

      Ricordo che quel Natale è passato molto in fretta …
      volato come tutti, anno dopo anno.
      Forse non ho fatto attenzione, può darsi che fossi distratto,
      però ricordo anche che quel Natale, nel suo piccolo,
      ha destato un forte impatto …

      Ricordo che mia zia è entrata da quel giardino
      e, silenziosa, è andata via senza farsi vedere.
      Ora un nuovo dicembre sta per arrivare
      ma il mio vecchio albero è seccato;
      fa troppo freddo anche solo per starci a pensare …

      Mai più, come lo scorso Natale,
      vedrò mia zia dal giardino arrivare …
      Partita in esilio anche lei
      dal giardino mai più la vedrò tornare.
      Mai un Natale futuro allo scorso potrà somigliare.

      • Bravo Mario. “Mai più come lo scorso Natale vedrò mia zia dal giardino arrivare…”
        Una frase, un verso che racchiude un mondo, una vita, gli affetti familiari, ciò che era e ciò che è. Quel fluire lento della vita che ci prende e ci coglie all’improvviso con l’animo a nudo. Ed è nostalgia che avvolge il cuore.

        Tanti auguri per un Felice 2011 a te e famiglia.
        Affettuosamente

        Nicla Morletti

        • E’ proprio così: il tempo cancella la ruvidità delle ferite, ma aiuta a vedere con cura il volto di chi ci ha voluto bene.

          Resta l’amore e i sentimenti sinceri provati per chi non è più con noi, ma lo è sempre – anche se silenziosamente -, a Natale come in ogni occasione, al pari degli antichi Lari e Penati protettori delle mura domestiche.

          Un Sincero Augurio per un Anno Nuovo ricco di serenità!…

      • Complimenti, Mario, con i più affettuosi auguri di Buon Anno!

        Daniela

    44. Sandra Gallani scrive:

      La mattina dopo Giacomo rientrò alle dieci.
      La prima cosa che fece, convinto di essere solo a casa, fu di andare sotto la doccia per togliersi tutte le tensioni accumulate nell’ultimo periodo.
      Il convegno era stato pesante e non era riuscito a concentrarsi perchè aveva pensato continuamente a sua moglie.
      A quello che stava succedendo al loro matrimonio. Quando uscì dal bagno con solo addosso un telo di spugna, rimase paralizzato nel trovarsi davanti Beatrice.
      “Ciao, non credevo che fossi a casa”.
      “Ero in camera. Come stai?”.
      “Bene e tu? La tua vacanza?”.
      “Discreta niente di chè. Mi sono riposata e ho cavalcato molto”.
      “Sono felice. Scusa ma ora devo andare in ospedale” disse freddo Giacomo.
      “Vai pure” rispose delusa Beatrice.
      Non credeva che Giacomo fosse ancora così risentito, invece percepì che era ancora molto arrabbiato.
      Non la sfiorò assolutamente l’idea che lui stesse soffrendo, era troppo convinta che fosse il suo orgoglio a farlo reagire così.
      Credeva come sempre, che il lavoro fosse il suo unico interesse, e che la rabbia fosse data dal fatto che lei fosse diventata indipendente e si ribellasse ad una sua decisione.
      Non sapeva quanto in realtà si stesse sbagliando.

      Estratto dal capitolo XV del romanzo “All’improvviso” di Sandra Gallani.

      • Alba Venditti scrive:

        Questa stralcio di racconto mette in evidenza quante volte nelle coppie si crede di conoscere sempre l’altro invece, a volte i veri sentimenti vengono ben coperti da falsi atteggiamenti.
        Certo, dimenticare tutto o tutti non è così facile, come può sembrare, ma bisogna pure sopravvivere agli eventi che si modificano anche contro la nostra volontà. Si mostra allora, indifferenza in quanto resta l’unico modo per “soffrire di meno” che viene interpretata erroneamente, come orgoglio dall’altro ed è difficile far cambiare opinione. Invece, di guardare soltanto gli altri che ci stanno vicino bisogna imparare ad osservarli con più attenzione.

    45. Luciano Rossi scrive:

      Gentilissima Signora Morletti,
      forse ricorderà ciò che la mia foto, che Lei ha ora pubblicato nel Suo blog, ha ricordato a me. Fu l’ultimo Molinello a cui partecipò Mario Luzi. Lei mi consegnò il secondo premio di narrativa. Un paio d’anni prima mi aveva consegnato il terzo premio. Allora Le dissi: “la prossima volta La colpirò al cuore”.
      Dalla platea ci giunse, sommesso ma percepibile, un corale sorriso.
      EccoLe il racconto, con gli auguri di un sereno anno nuovo.

      NATALE A CARACAS

      Professoressa Rosita Sylva De Castilio, così diceva il suo biglietto da visita, docente di botanica all’ Università di Rio de Janeiro, e presidente di una associazione di ‘verdi’. Avrei detto ‘verdi arrabbiati’, visto il cipiglio severo dell’interessata. Credo però che chi veda lo scempio progressivo dell’Amazzonia non possa che essere arrabbiato, verde o no che sia. Ero all’ hotel Tamanaco di Caracas, nell’ intervallo di un faticoso e accaldato lavoro di avvio dell’ attività di uno stabilimento meccanico. Ormai acclimatato, persisteva però la tosse causata dall’ entrare a mezzodì nei ristoranti raggelati da una corrente fissa d’aria condizionata con la camicia appiccicata alle spalle ed al petto dalla inevitabile sudata del mattino, anche nella stagione delle piogge quotidiane, brevi e puntuali. La sera la situazione era mitigata da una lunga doccia tiepida e da un cambio completo d’abito. Le visite di lavoro si susseguivano senza sosta, giorno dopo giorno, di città in città: Maracay, Puerto Cabello, Valencia, Barquisimeto, Maracaibo e l’allucinante laguna con la selva delle strutture delle pompe del petrolio solforoso e greve. L’unico rumore qui era una cacofonia di cigolii rugginosi, in quel movimento regolare, su e giù, che dava l’illusione di conciliare il sonno. Ma era impensabile di rimanere in vettura a condizionatore spento.
      All’aperto la fornace ti faceva oscillare sotto un sole pesante come piombo bollente. Chissà perché, in una regione dove il petrolio sgorga come da noi le acque termali, bisogna risparmiare benzina: ‘Ahorre gasolina!’, dicevano grandi cartelli pubblicitari e gli spot della televisione.
      Quella sera, al ristorante del Tamanaco, l’ atmosfera era rilassata da un dolcissimo pianoforte, ma tutti i tavoli erano occupati. Il cameriere chiese ad una signora anziana se gradiva ospitare al suo tavolo un tecnico italiano.

      Vidi l’occhiata rapidissima con cui mi valutò da lontano e quel cenno d’assenso, appena percepibile. La sensazione che mi diede quello sguardo fu molto strana. Mi ricordò l’ occhiata obliqua, sfuggente, corrucciata o forse timida dei grandi primati allo zoo quando insistevo nel fissarli e nel cercarne lo sguardo diretto, cosa che un amico zoologo m’aveva vivamente sconsigliato di fare quando un grosso animale ti si para improvvisamente di fronte, sorpresa conturbante per entrambi, senza il riparo delle sbarre.
      Mi presentai, naturalmente. Qualcosa mi rispose, ma non compresi. Senza lasciare la posata, estrasse da una tasca il biglietto da visita e finalmente mi guardò fisso.
      Gli occhi grigi, piuttosto vicini ed infossati, gli zigomi alti e pronunciati, il viso allungato mi sembrò severo, aristocratico, incorniciato dai capelli grigio-ferro raccolti da una crocchia stretta ma con ciocche sfuggenti e rigide, come mozziconi di pennelli. Forse non aveva tempo per il parrucchiere e li sforbiciava lei allo specchio. Fin dalla prima mia frase, mi rispose in un francese impeccabile, dicendomi che preferiva quella lingua all’ inglese che usava invece nel parlar di botanica e ritenendo che non parlassi il portoghese.
      “Anch’io preferisco il francese nella conversazione”, risposi.“…Dell’inglese ho un vocabolario piuttosto limitato alla professione ed ai termini tecnici e l’ho studiato tardi, da autodidatta e sul terreno, soprattutto negli Stati Uniti “. Tornò a guardarmi, come sorpresa dalla mia risposta. Forse sperava, col francese, di escludermi dai suoi pensieri. A lato del piatto, teneva un blocco di fogli ormai macchiati di sugo. Appoggiata all’ orecchio destro, aveva una matita, come da noi i salumieri per fare il conto al cliente, quando non esistevano i registratori di cassa.
      Questa volta gli occhi mi parvero dare un guizzo di sorriso, un sorriso formale.
      Così si trascinò uno scarno dialogo finché, sembrandomi doveroso, Le proposi di bere qualcosa al bar dell’ albergo.
      “Bevo solo acqua – mi disse – Devo stendere subito la relazione del lavoro di oggi, finché il ricordo mi aiuta a decifrare i miei appunti, geroglifici che già il giorno dopo non riesco più a leggere “. Questa volta, anche il viso sorrise, una rete di rughe, una vita all’aperto, al sole ed al vento. La sera dopo, la professoressa De Castilio m’ invitò al suo tavolo non appena m’affacciai alla sala, con un gesto un po’ rigido, maschile. La credevo rassegnata, per l’ affollamento del ristorante, ad ospitare qualcuno al suo tavolo: io o chiunque altro non poteva sottrarsi. Era invece trasformata, cordiale
      “ Tra pochi giorni è Natale “ le dissi, “… e non credo che mi sarà possibile tornare a a casa in tempo per l’apertura dei regali ai miei ragazzi. Manderò questi brevi versi che ieri sera ho tradotto in francese per lei:

      NATALE A CARACAS
      Calda è la sera.
      Lento un alito d’ aria
      carezza un tramonto
      corrusco e violento.
      Brillano tremule luci,
      come incerte candele.
      Ardono lingue di fuoco
      d’ arancio danzante nel vento
      sul fianco del monte fumante
      della favèla dipinta
      con vivi colori di sangue.
      Alta, l’aria tremante
      stende una torrida coltre;
      ondeggia la sagoma scura
      di Corazòn de Jesùs.

      Verso l’oriente, la notte
      è quasi trascorsa: è Natale.
      Voglia di neve, di bianco…
      respiro di casa lontana.

      Mi guardò fisso, senza smettere di sorridere ma non fece commenti. La conversazione diventò man mano più interessante e vivace sulla sua esperienza in Amazzonia. Della matita da salumiere e del blocco non c’era traccia.
      “ Domani parto per Ciudàd Guayana, sull’ Orinoco “.
      “ Anch’io – risposi – il prossimo venerdì. Devo andare alla nuova acciaieria di Puerto Ordàz “.
      “ Triste lavoro, il suo, se non rispetta la natura….Vuol venire con me nel fine settimana ? Proverebbe una notte in foresta. Ho il sacco a pelo se Lei ha l’abbigliamento adatto “.
      “ Con vivo interesse. I fine settimana li passo visitando le valli di Merida e di San Cristobal e sono attrezzato per questo “.
      “Molto bene, allora non dovrebbe soffrire troppo“, e il riso aperto e un po’ stridulo le scava rughe profonde e verticali, come nei ritratti di Rembrandt.
      Quel venerdì sera arrivai puntuale al suo albergo di Ciudàd Guayana. Pregai il portiere di avvertire la professoressa De Castilio. Avevo appena sistemato il bagaglio che arrivò la sua telefonata: “Questa sera non sono a cena in hotel. Domattina partenza alle quattro, per favore. Abbiamo tre ore di jeep e poi siamo in Paradiso, nella foresta del delta del gran fiume. Dopo il caldo della strada sterrata l’ombra buia le farà piacere. La prossima settimana ritorno a Rio. Il mio lavoro qui è finito o, meglio, la mia vacanza “.
      Dall’ alto terrazzo dell’ albergo, il panorama si apre al di sopra del tratto di foresta, cupa nella notte stellata, che ci divide dal grande fiume. L’ Orinoco, lento, maestoso, brilla nella notte chiara. Sembrerebbe immobile se la luna, uscendo a tratti dalle nubi dense verso est, galeoni veloci, non ne rivelasse il movimento con una sciarpa di diamanti, come un riflesso di una via lattea di cui in città abbiamo quasi perso il ricordo…
      “ Guido io ! “, così mi accolse al parcheggio e l’affermazione non ammetteva repliche. Di quel viaggio strano, spesso in lunghi silenzi, ricordo soprattutto quell’ unica notte nella foresta. Ci fermammo sotto una volta di rami più alta della navata centrale della cattedrale di Caracas. Nel buio profondo il fuoco di legna riscaldava la zuppa in scatola. Mi sembrò che ai guizzi della fiamma, mille occhi brillassero curiosi tra i cespugli fitti che circondavano la piccola area sgombra di sottobosco.
      “Mi chiami Sylva“, così disse chiudendo la cerniera del sacco a pelo impermeabile e dirigendo la pila sui fogli dei suoi appunti.
      Sopra a questi c’erano i versi di ‘Natale a Caracas’…
      Non osai interrompere il suo lavoro né quello strano silenzio di fondo, immenso, totale, ma popolato da rumori misteriosi, fruscii, strida, sospiri, fischi. Alle nove di sera il buio era assoluto ma la pila e la tranquillità di Sylva mi rassicuravano e alla fine, stanco, m’addormentai ma non credo che di mia iniziativa e solo, passerei una notte in quell’ambiente. Preferirei passarla in parete, sulla cengia gelata, assicurato ai chiodi robusti nella roccia, con la gambe a penzoloni sull’ abisso, ma con tutto il cielo e le stelle davanti agli occhi, fino alle creste che chiudono la vista e gli schianti dell’ aprirsi dei crepacci alla curva tormentata del ghiacciaio.
      Un ricordo è ben vivo. Il mattino dopo vidi a pochi passi degli splendidi fiori penduli. Mi sembrarono orchidee e mi avviai per coglierne. Sylva questa volta gridò: “ Non li tocchi…”.
      Mi ritrassi con un balzo, spaventato.
      “…Sono radici di clusie. Lunghissime, fino a terra o al pelo dell’acqua, sono epifìte graziosissime e turpemente pericolose. Sostengono grappoli di formiche piccole ma incredibilmente voraci, dotate di mandibole dolorosissime. Basta un tocco e quei grumi scoppiano in faccia e gli insetti assaltano con una virulenza che toglie il fiato e che lascia la faccia tumefatta per alcuni giorni ed anche febbre. E se ci sono quelle diavolesse che in Venezuela chiamano le ‘ventiquattro ore’, poiché paralizzano la parte morsicata per un giorno, allora le conseguenze sono anche peggiori ! Non tocchi nulla, non raccolga nulla se prima non me lo ha chiesto “.
      Non fu necessario un secondo avviso…

      …Una decina d’anni son passati da quell’incontro. In questa mattina d’un aprile tiepido di precoce primavera lombarda, ricevo una lettera. E’ il fratello di Rosita Sylva De Castilio. Scrive a tutti gli indirizzi dell’agenda della sorella, che ha rinvenuto nel piccolo studio alla Facoltà di Botanica. La lettera era stata inviata al mio vecchio indirizzo di Caracas; allegati vi erano i versi che le avevo tradotto in francese. Da Caracas, la società l’aveva spedita in Italia alla casa-madre e finalmente era pervenuta a me dopo quattro mesi di viaggi. Il dottor José Columbano De Castilio scrive che la sorella era partita con un piccolo gruppo di studiosi per una ‘campagna’ di cinque settimane nella foresta amazzonica. Si era poi separata per risalire testardamente un affluente mai prima visitato e nessuno aveva voluto seguirla in quella digressione non prevista e preoccupante per l’isolamento.
      Non era più tornata e vane erano state le ricerche. Il fratello invitava gli amici della sorella a non credere all’ ipotesi che non fosse tornata per sua volontà, una specie di suicidio solitario in un mondo perduto. A quest’ ipotesi qualcuno dei colleghi era giunto per la profonda crisi depressiva che aveva colpito Sylva negli ultimi tempi e che l’aveva indotta ad abbandonare l’insegnamento ma non la ricerca.
      L’ autore della lettera riteneva invece che, accampatasi lungo quell’affluente, fosse stata sorpresa da una piena improvvisa per le piogge abbondanti nel tratto a monte.
      L’onda di piena spiegherebbe anche il perché non sia stato trovato nulla della sua attrezzatura. Tutto sarebbe stato travolto e trascinato chissà dove…
      La ricordo nell’ ultima visione di lei. La salutavo con la mano dal finestrino dell’ autobus che mi portava all’ aeroporto di Ciudàd Guayana. Lei si volse subito e si allontanò, con quella sua andatura un po’ legnosa e leggermente piegata sulla destra che, immaginai, era la conseguenza del greve peso di libri ed appunti che ogni mattino riportava in università, dopo aver lavorato la sera a casa. (“Ogni giorno un paio d’ore di cammino a passo svelto,diceva, per tenermi in allenamento“).
      Una donna sola, una vita di studio. Forse accettava la mia compagnia nel desiderio di convertire un tecnico che scriveva anche versi, ma che, per agire, aveva bisogno che qualcuno prima distruggesse ettari di foresta. Pensava, forse, che una notte nel mistero della natura, nel profondo umido del grembo della madre terra, mi avrebbe convinto più di cento poesie. Già. Non è più tornata.
      Mi raccontava dei suoi giri nel folto, intorno all’ immensa città di Rio.
      “Bastano dieci minuti di macchina dalle ultime catapecchie e sei fuori dal mondo. Ovattati e inattesi, ti giungono, con la brezza di mare, i rumori della periferia degradata e che s’allarga ogni anno di più, rubando spazio vitale ai tuoi figli. Io non ho figli, solo allievi. Chissà se le mie lezioni saranno di qualche efficacia ! “.

      Andai a rileggere la lettera in giardino… Il roseto era già rosseggiante per i boccioli delle nuove rose destate dal tepore di quest’ aprile lombardo.
      I ricordi si ordinano come foto sparse che vanno via via allineandosi in un album, in una storia e salgono.
      Salgono nell’ aria tiepida come aquiloni.
      Poi, come foglie d’ autunno, ricadono in versi sul retro di ‘Natale a Caracas’…

      L’ AMICA DI RIO DE JANEIRO

      Ora qui fioriscon le rose…
      Un ricordo di Te mi rimane,
      un istante, come una foto.
      La tua snella figura ha lo sfondo
      di quel verde intenso, compatto
      tra il fitto dei tronchi e dei rami
      alla soglia d’una radura,
      quasi persa in intrico infinito
      tra misteri e vite striscianti,
      frullar d’ali, ronzìo d’insetti,
      cauti incontri di prede tremanti.

      La città è vicina:
      come un rumor di risacca
      nel silenzio del mare di verde,
      come il suono dell’onda in conchiglia,
      come lieve carezza sul capo
      di un’ala, di ossa sottili,
      sale, portato dal vento,
      quel fremer di vita,
      quel pulsare di lussi e miserie.
      Mentre qui fioriscon le rose,
      improvviso è giunto il messaggio:
      una lettera lenta, vagante.
      Una lettera spegne una vita.

      E’ accaduto da tempo e lontano
      ma è come se ora accadesse.
      Si dissolve sfocato il tuo viso.
      La memoria non fissa un ritratto;
      il ricordo sublima in profumo.

      Ora qui fioriscon le rose,
      ma ti perdo e mi sfugge
      il tuo serio profilo.
      Oramai il tuo corpo è disfatto
      tra quel brulicare di vita
      umida, arcana e sepolta.
      Splendono, pendule,
      le orchidee del male…

      Mentre qui fioriscon le rose.

      Luciano Rossi

      “Natale a Caracas” è stato pubblicato nel 2007 in “La sindrome di Rostand” dell’ editore Albalibri di Milano.

      • Complimenti vivissimi Egregio Luciano per questo brano tratto dal suo libro, avvolgente e ricco di suggestioni ed emozioni. Che tocca il cuore. Una scrittura avvincente, che affascina con le sue sfumature di intensa poesia.

        “Splendono, pendule, le orchidee del male… Mentre qui fioriscon le rose”.

        Lei si classificò al secondo posto all’ultimo Molinello a cui partecipò Mario Luzi. Bravo.
        E grazie mille per aver partecipato a questa iniziativa: “Natale insieme nella Blogosfera”.
        Auguri per un Sereno e Felice 2011 a lei e famiglia.
        Cordiali saluti

        Nicla Morletti

      • Antonio scrive:

        Caro Luciano, sono la platea di cui tu parli. Ero tra i tanti ad ascoltarti al Lucignolo Cafè la sera che hai letto questo tuo brano.
        Ci sono emozioni che non ti aspetti di vivere preso dal tran tran di tutti i giorni. Quando arrivano, così, senza preavviso, e ti parlano della bellezza della vita, resti lì, a bocca aperta. Grazie per quei momenti irripetibili. Buon 2011. Antonio

        • Gentilissima Nicla e caro Antonio – è vero: tu eri tra gli ascoltatori lo scorso 16 dicembre – Vi ringrazio per il commento. “Natale a Caracas” mi ha dato molto ed ha vinto tre primi premi. Tra questi, il ricordo più emozionante è certamente il “Giorgio La Pira” a Pistoia.
          Il Presidente emerito Scalfaro mi diede la targa d’argento del Presidente Ciampi. Rita Levi Montacini ed il dottor Strada, fondatore di Emergency, erano tra i premiati per meriti ben maggiori dei miei.
          A tavola mi sorprese il commento del cardinale Nguyèn Van Thuàn al racconto. Mi abbracciò e mi accorsi allora del suo crocefisso: due legnetti tenuti assieme da un filo di ferro ed appesi al collo da un pezzo di cavo elettrico. Legato pontificio a Saigon, fu imprigionato in un campo di concentramento e quattro di isolamento. Venne alla fine liberato ed espulso dal Paese. A Roma diventò la guida dei ritiri spirituali di Papa Woityla.
          Quel crocefisso era l’unico oggetto che gli rimaneva di quel tremendo periodo.
          Guardando le foto che il dr. Strada ci mostrava, riconobbi quel tratto di ombra profonda procurata, nel sole accecante, da tre enormi noci. A quella stessa ombra, con i miei amici e compagni di spedizione, avevamo posto il nostro campo e “assunto” i tredici portatori che ci avrebbero accompagnati lungo l’immensa valle del Panshìjr, in Afghanistan, fino al Nord del Paese, al di là dell’ Hindukùsh. Il giorno prima il nostro ambasciatore a Kabul ci aveva accompagnati all’udienza ufficiale con il Re Muhammàd Zahèr Shà, latori, noi, di un messaggio e di un dono del Presidente Saragat e introdotti da un nostro compagno d’avventura, un fiorentino doc, il principe Filippo Corsini.
          Al termine del pranzo a Pistoia, il presidente della giuria mi sorprese con una domanda: “La professoressa De Castilio è veramente esistita?”. Esitai un momento, poi risposi: “Ora sì, certamente!”
          Insomma, avete destato un’ondata di ricordi. Grazie. Un sereno e felice anno nuovo.
          Luciano

    46. Scuro si staglia
      sul cielo roseo
      il cedro del libano

      Scorgo il campanile
      le luci dei lampioni
      là lungo il viale di pungitopo

      il tuo lucente riso
      a te mi conduce
      in te mio unico cuore

      Altro non bramo
      altro non chiedo
      a questa sera di rose

    47. STELLA COMETA
      Eterno resta astrale lume
      nel tuo chiarore intimo al cielo
      stretto alla terra e al mare
      albore di pace e amore

      Resta che l’inverno scrudisce
      e appresta
      in letizia perpetua
      con fanciullo cuore
      gaie le giornate e l’ore

    48. Sandra Gallani scrive:

      La finestra sul parco

      Lei era lì come ogni giorno, da dieci anni.
      In piedi davanti alla finestra.
      Con una mano si attorcigliava i lunghi capelli rossi, resi crespi dalla poca cura, con l’altra, teneva il lembo di quel camice una volta bianco ma diventato giallognolo dall’usura.
      Ogni tanto ad intervalli irregolari, si dondolava da una gamba all’altra, come se andasse a ritmo di musica.
      Una musica che esisteva solo nella sua testa.
      E come ogni giorno Fabiola la osservava dalla soglia, per cogliere qualche miglioramento.
      Ma era una speranza vana, Anna non sarebbe più migliorata.
      Glielo avevano detto i medici.
      Allora prendeva un gran respiro e sfoderando un gran sorriso, entrava in quella stanza fredda e spoglia.
      Come spoglia era la sua vita.

      Dieci anni prima Fabiola era una ragazza di sedici anni allegra e piena di vita, come Anna.
      La sua migliore amica.
      Anna aveva un anno in meno, ma si conoscevano fin da bambine perchè abitavano nello stesso palazzo.
      Era il tipico palazzone di Milano a dieci piani reso grigio dallo smog e abitato per lo più da persone che non rispettavano la quiete altrui.
      Per questo motivo lei e Anna andavano tutti i giorni al parco lì vicino per studiare, salvo quando pioveva o nevicava.
      Fu proprio in quel parco che conobbero quella compagnia.
      Nonostante Anna venisse presa in giro perchè aveva i capelli rossi e le lentiggini e la deridessero chiamandola “Anna dai capelli rossi”, lei non se la prendeva anzi, rideva con loro.
      Così cominciarono a frequentarsi.
      Anna rimase da subito colpita da Paolo.
      Aveva 19 anni, biondo ossigenato con il piercing al naso e sulla lingua.
      Aveva capito che Anna aveva un debole per lui, ma Paolo non se la filava per niente.
      Per lui era troppo semplice, onesta.
      Preferiva le ragazze spregiudicate come Marilena.
      Era un “bastardo dentro”, perciò una domenica di maggio, decise di giocare con gli altri a mosca cieca.
      “Anna” disse, “sei stai sotto tu per prima e indovini chi tocchi, dai un bacio a chi vuoi tu”.
      Anna non se lo fece ripetere due volte. Era eccitatissima all’idea, non poteva perdere l’occasione di baciare Paolo.
      Fabiola alla quale Paolo e il resto della compagnia non era mai piaciuto le disse di lasciare perdere.
      Ma Anna non sentiva ragioni, sembrava drogata da quel Paolo.
      Così cominciò a giocare.
      Andarono avanti per ore, prima che qualcuno decidesse di farsi prendere.
      Anna era sfinita, Fabiola la supplicava di smettere, ma Anna imperterrita e indifferente alle risa degli altri continuava.
      Finalmente ormai all’imbrunire il gioco finì, e Anna riconobbe anche se a fatica Gaetano.
      “Brava Anna hai indovinato” urlarono tutti insieme.
      Quando Anna si tolse le bende cercò con lo sguardo Paolo, era a lui che voleva dare il bacio.
      “Chi cerchi?” le chiede deridendola una ragazza.
      “Secondo me cerca Paolo. Vero? Ma dai Anna dallo a me un bacio cosa cambia?” disse Gaetano stringendola.
      “Lasciami” rispose Anna “dove è Paolo?”.
      “Dai vieni con noi, ti accompagniamo dal tuo Paolo così ti prendi ciò che desideri”.
      E la spinsero verso l’interno del parco.
      “Dove la portano?” chiese con voce preoccupata Fabiola.
      Aveva una brutta sensazione, temeva per la sua amica.
      “Da Paolo” rispose Lucrezia.
      “Voglio andare anch’io”.
      “Stai buona qui tu” rispose Lucrezia prendendola per un braccio con una morsa che toglieva il fiato.
      Fabiola aveva lo stomaco attorcigliato dai crampi per l’ansia e il terrore che qualcosa di brutto stesse succedendo ad Anna.
      Dopo un tempo che a lei parve interminabile, sentì mollare la presa e si ritrovò di colpo da sola.
      Aveva freddo e non vedeva nulla, ma doveva cercare e trovare Anna.
      Vagò per il parco quasi tutta la notte, finchè alle prime luci dell’alba vide in lontananza da dietro ad una quercia un fagotto di stracci abbandonato.
      Capì che era Anna, provò a correre ma era troppo stanca.
      Allora trascinandosi le gambe il più velocemente possibile si avvicinò.
      Quello che vide le straziò il cuore.
      Si lasciò cadere sulle ginocchia, la prese tra le braccia e cominciò a piangere.

      Anche quel giorno Fabiola sapeva che Anna non si sarebbe voltata subito, che il suo sguardo sarebbe rimasto fisso verso il parco fuori dalla finestra.
      Ma Fabiola aveva pazienza.
      Sarebbe rimasta tutto il giorno per lei, per l’amore della sua vita.
      Dopo quella maledetta domenica tutto era cambiato, tranne quello che lei provava per Anna.
      L’aveva amata da subito, dalla prima volta che l’aveva vista sul pianerottolo delle scale.
      L’unico suo rammarico era che non era riuscita a proteggerla.
      Aveva permesso a quei mostri di abusare di lei, di distruggerle la vita.
      Quando l’aveva trovata, l’aveva tenuta per ore tra le sue braccia cullandola come una madre fa con il proprio figlio.
      Poi si era decisa a chiamare l’ambulanza e la polizia.
      Ma Anna non era più la stessa.
      Quella clinica, o meglio quel manicomio, l’aveva scelto lei.
      Non era un gran chè, ma visto quello che i suoi genitori potevano permettersi, aveva almeno un parco.
      Questo ad Anna glielo doveva.
      Come le doveva l’attesa, nonostante sapesse che anche se l’avesse guardata non l’avrebbe nemmeno riconosciuta e avrebbe fatto sempre quelle solite due domande:
      “Tu chi sei?”.
      “E Paolo quando viene?”.

      • Un racconto straziante nel quale puri sentimenti d’amore adolescenziale sfumano nella tragedia vissuta non solo da chi quelle vicende brutali ha subito al punto da perdere il senno ma anche da chi l’amava con il trasporto e la dolcezza di quegli anni. Un marchio a fuoco conseguente a momenti di leggerezza che si pagano e si fanno pagare per tutta la vita.
        Una prosa fluida ed essenziale che ben si adatta al racconto. Vale la pena ricordare queste cose anche nel periodo dell’anno in cui sembra che i mali della società si attenuino sotto l’onda di una serenità e di un buonismo spesso presunti.
        Lucia Sallustio

      • Brava Sandra. Una finestra che non si sarebbe mai dovuta aprire, una finestra che solo Amore può chiudere. Complimenti. Cari auguri. Gaia

      • Un racconto toccante, scritto bene, immediato, reale. Si inumidiscono gli occhi di pianto nel leggere di “Anna dai capelli rossi”, creatura ingenua e pura, vittima dei mali della società. Vittima di una brutalità difficile da comprendere.
        Vale proprio la pena di ricordare queste cose, proprio in qesto periodo dell’anno, al fine di risvegliare le coscienze e di inviare un messaggio importante: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.” Un messaggio per tutti: in questo caso soprattutto per i giovani.”

        Nicla Morletti

        • Sandra Gallani scrive:

          Grazie per le sue parole.
          Per me è molto importante il parere delle altre persone, sono costruttive.
          Il suo poi mi lusinga veramente molto.
          Un augurio di un sereno e gioioso 2011.

          Sandra.

      • maria rizzi scrive:

        Un gioco innocente per un trauma da non dimenticare.
        Gli uomini in branco si sentono spesso forti, Sandra, danno l’idea piena della loro pochezza.
        Tu descrivi un’anima di vetro, che resta aviluppata nel sudario della violenza e non riesce a uscirne.
        Come non riesce a dimenticare un amore… nonostante sia stato belva tra le belve.
        Le donne sanno amare così..
        Un racconto tutto femminile il tuo, che scava nella ferita e non consente attenuanti o giustificazioni. Una denuncia tagliente come lama di rasoio.
        Bravissima. I demoni si esorcizzano anche così…

    49. Come non fare da questo spazio accogliente e privilegiato i miei più riconoscenti ringraziamenti e i miei più cordiali Auguri all’amico scrittore Carlo Menzinger per la recensione alla mia Silloge “Errante tra Amore-Eros e Thanatos” che riporto qui di seguito:

      La raccolta” Errante tra Amore Eros e Thanatos” è un succedersi di quadri in cui la luce pervade ogni cosa e esalta abbondanza di colori (“vele nella luce bianca”, “in magico tappeto dai vividi colori”, “abbagliata da luce psichedelica di ipnotico sguardo in azzurrità liquefacente”, “al tenue chiarore della sera”, “calici iridescenti di fiori”, “e cerco tra gli stracci una reliquia di lume”, “azzurro di cielo ad aprire portali di luce” e così via).
      L’atmosfera ha spesso il fascino dei sapori, dei luoghi e dei suoni antichi (“scosto il velo della portantina dorata e sorrido”, “al tavolo intarsiato”) o esotici (“sotto una tenda di foggia turca lo sguardo senza veli di una donna straniera”, “in questo tempo seminato in disperse carovane di cammelli gravidi”). Leggendo penso ai dipinti di Turner, con le sue luci permeanti, di Morris o dei pre-raffaelliti.
      Trai versi che più mi hanno colpito quelli de “Il canto del ritorno”: “a raccogliermi pasta/ di pane in briciole/ nei palmi delle tue mani/ sfogliata su un letto/ raffazzonato di baci/ e di tocchi di orologi”; o quelli dell’intensissima “In resa di sfinimento estremo*”: La lezione che non ho mai voluto/ imparare dalla vita l’apprendo/ padre dalla tua resa infinta/ a un’agonia feroce”.

      Grazie!
      Gianna

    50. Con questa introduzione alla mia silloge “Croste” auguro a tutti, e in particolare modo ai Poeti, di ritrovare attraverso l’infaticabile ricerca della loro arte anche se sepolto sotto le macerie della vita il fulcro sempre splendente e vitale che solo può unirci alla Fonte divina della Verità e dell’Amore.

      AFORISMA

      Porta in sé ogni essere umano
      il segno della grandezza
      dell’Autore che lo ha effigiato.

      Ma spesso il tempo cela
      inestimabili opere
      sotto l’ingannevole parvenza
      di spregevoli croste.

      Infaticabili e tenaci scavano
      le parole nel profondo dell’animo
      a ritrovare intatto lo splendore
      dell’originario progetto.

      • In questo parole si svela il titolo di un bellissimo libro di Gianna Campanella che segnalo ad amici e lettori di questo blog.

        Per ordinare il libro seguite questo link

      • Gentile Gianna, bello il suo verso: “Infaticabili e tenaci scavano/ le parole nel profondo dell’animo/ a ritrovare intatto lo splendore/ dell’originario progetto.”
        Complimenti

        • Nel ringraziare di cuore Nicla e Robert per i lusinghieri commenti colgo l’occasione per porgere i miei fervidi Auguri di un sereno e felice Anno Nuovo.

          Affettuosamente.

          Gianna Campanella

    51. ESODO

      Acqua è passata sotto i ponti..
      deserto di donne il paese
      da un tempo lontano
      in cui hanno risuonato
      di arsura le pietre
      un nome e un addio

      Acqua è passata sotto i ponti
      e io trasmigro a ogni quarto
      di luna per non spegnermi,
      lucerna pellegrina che si nutre
      di effimero e di sogni

      Custode, tu, di un giardino
      guizzante di pesci volanti
      docili nelle mani a nutrirsi
      tra trasparenze di vetri
      e rossori in antri
      incustoditi di cascate

      muri di sassi a fatica
      affastellati in religiose
      trame di graffiti
      da decifrare in secoli
      a venire tra diagrammi
      di incustoditi incanti

      morsi voraci di
      aracnidi e drosere
      ai sospiri chiuse
      in serre rigogliose
      di piante carnose
      in scudi dorati
      di ispidi aculei

      sapiente conversare
      sotto le fronde
      tra uccelli e voliere
      e sguardi sibilanti di serpenti

      in ammutolito esodo
      abbandonano reame
      di orizzonti promessi

      *

      Dolcissimo signore,
      spodestato re
      senza più regno,
      donami dai tuoi denti
      una dolce nespola selvatica
      di ricordi asprigna
      che mi nutrisca con i succhi
      della dimenticanza

    52. A VOLTO CANGIANTE DI MIA INVISIBILE SECONDINA

      Hai raggirato la mia
      inseparabile secondina
      di catene e di brace
      con la tua impareggiabile
      maestria di giocoliere
      e i tuoi enigmi ardimentosi
      di esoteriche malie

      su pomo di velluto mi hai consegnato
      la chiave arrugginita
      del sotterraneo passaggio
      da sassi rilucenti segnato
      tra agavi bianche
      e esotiche piante
      di fichi d’india

      La libertà mi aspetta
      nell’antro lambito
      da onde di mare trasgressive
      dove di tanti misteri
      sparpagliati ai quattro
      continenti
      e altrove
      rifulgi
      da dietro un telo celato
      con l’implacabile ascia
      brandita al cuore
      delle ancestrali paure

      alla tua presenza di baldanzoso
      signore dal capo cinto
      di rosso turbante
      mi inginocchio accanto
      nel sogno a rinvenire
      al soffio di tutti venti
      sui miei labbri di viola slabbrati
      il totem di forsennato amore
      nel groviglio di sospiri
      alle inibizioni slacciati

      Mi riempi ora le vesti di sole
      e il bacino di pesci
      in mulinelli salmastri
      di reti sdrucite;
      ed è miracolo di percezione
      quanto lume possa la lucerna
      abbracciare e accogliere
      dalle tenebre della notte..

      non più a ceppi legata
      ma alla inconsistenza di un nome
      che appare e scompare
      tra pagine brucianti
      di felicità confinata

      al segreto di un voto

      * I carcerieri sono solo dentro di noi;
      e la felicità non si assapora totalmente se deve restare segreta.

    53. maria di grumo scrive:

      UN ANGELO A NATALE

      Betlemme. Angeli dinanzi alla grotta attendono la nascita del Santo Bambino.
      Ne manca uno…
      E’ lontano. In terra straniera, inviato per compiere una missione, ridare il sorriso ad un giovane uomo ed una giovane donna che avevano vissuto giorni tristi.
      L’Angelo degli Angeli gli ha mostrato il luogo, i volti, poi, una benedizione e…
      Spiegate le ali, raggiunta la destinazione, ha inviato messaggi dal cielo alla donna perchè accettasse l’invito dell’uomo.
      Si erano “conosciuti” tra le righe, raccontandosi solo in frasi telegrafiche, quelle della tecnologia dei giorni nostri. Aveva dovuto insistere, l’uomo, Nico, per ottenere dalla donna, Maria, il numero del cellulare! E pur avendo insistito, ancora desisteva. L’Angelo degli Angeli doveva proprio intervenire!

      Maria non ne era ancora convinta, malgrado avesse confermato l’appuntamento!
      In una delle vie principali del paese, deserta perché era la vigilia del Santo Natale, Maria attese Nico stretta nel cappotto.
      Non si era descritta ma l’Angelo era lì per questo… sapeva che non sarebbe stato difficile per Nico riconoscerla!
      Maria guardò l’uomo mentre nell’auto si avvicinava piano al ciglio della strada. Lo riconobbe. Entrando salutò, sorrise.

      Nico ricambiò il sorriso. Fissò la donna negli occhi. Pareva ammutolito!
      L’Angelo aveva scoccato la freccia!

      Come suo solito, e l’Angelo degli Angeli non ne dubitava, Maria esplose come un maremoto. Parlò senza celarsi. Raccontò di sé con la loquacia che la contraddistingueva dalle altre donne, magari più belle ma non così simpatiche.
      Parlava, parlava… e lui… la guardava. Ammirava di lei gli occhi, la semplicità, la simpatia.
      E soprattutto, sapeva ascoltarla e pareva pendere dalle sue labbra.
      Il ghiaccio era rotto. L’Angelo mosse le ali.
      Maria, sfiorò Nico con una carezza lieve sulla guancia.
      Un brivido…
      L’Angelo, guidò poi il resto! Un bacio, il primo, fu dolcissimo, appena accennato.
      La serata fu un susseguirsi di dolcezze.
      La missione era compiuta.
      Nico, invaso da un gran senso di benessere nell’anima, aveva compreso che non poteva che trattarsi di un miracolo.
      L’Angelo?
      L’Angelo, quell’Angelo, inviato dall’Angelo degli Angeli la Notte della Natività, rientrò felice. Aveva unito due cuori… ma veglierà su di loro per sempre.

      • Natale

        L’ odore buono

        della legna sul fuoco

        Poesia é…

        Poesia
        é
        volare
        con ali di farfalla
        Succhiare
        da un fiore
        La vita

        Il tempo

        Quanti anni ha
        un giorno?
        Quanti istanti ha
        una viza?

        Navigheró

        Prigioniera di un sogno
        azzurro come i tuoi occhi
        navigheró
        su barca di legno
        al vento di primavera

        Il canto di Orfeo

        ……..

        Rapiscimi, Orfeo,
        e portami sulla luna
        dove ogni voce é muta
        e muto é ogni colore

        ……….

        ( dal volumetto di poesie “ali” – Traccedizioni – Piombino – 2003)

    54. Auguri di tanta serenità e gioia a tutti e alla gentile signora Nicla anche di un bellissimo successo per il suo nuovo romanzo. Felice anno nuovo.

      NATALE

      C’è nell’aria pungente sentore di neve
      un silenzio bianco di perla
      e nello spirito un ricordo di giorni lontani,
      dovrei essere triste ma non lo sono;
      è stato il cielo che mi ha fatto dono
      di una pace che non ho provata
      se non nel tempo a cui solo la memoria
      mi lega ancora con affetto eterno.

      Dolce Natale, rimembranza fanciulla,
      sii benedetto anche se nel coro d’allegria
      qualche voce manca
      ma non importa…
      è nei nostri cuori che viva la sentiamo
      che ci invita a sognare
      lasciando i rimpianti ai crocicchi del tempo.

      Sei tu Natale che ancora unisci
      le membra sparse di uno stesso corpo
      ed è la voce che riudiamo, non un’implorazione
      ma un richiamo alla vita
      anche se vien dal nulla o da una croce.

      Emma Mazzuca

      • “… anche se nel coro d’ allegria / qualche voce manca…”

        è vero…qualche voce manca.

        Grazie

        • maria rizzi scrive:

          L’arte di dire in pochissimi versi, Rosa…
          “Qualche voce manca”, e di quelle voci si vorrebbe ricordare il suono,
          invece è la prima cosa che dimentichiamo e che segna, inesorabilmente,
          i confini dell’assenza…
          Grazie per questo contributo agli Amori che ci restano vicini, ma non sono più
          presenti.
          Il Natale, purtroppo, è anche saga delle assenze.
          Un abbraccio.

      • Auguri per un Felice 2011 anche a lei, gentile Emma.
        Molto bella questa sua poesia con un dolce Natale dal sentore di neve.

        Nicla Morletti

    55. Nunziata Franco scrive:

      Non so se questo messaggio potrà di fatto raggiungere persone che si trovano nella condizione descritta so che mi piacerebbe tanto.

      Io Quasi quasi

      Natale quì è un giorno senza gioia
      visto che in una cella sono costretto a stare
      mentre i miei cari nella loro casa
      sognano di vedermi ritornare.

      Vorrei che in questo giorno quel Bambino
      le ali mi potesse far spuntare
      ed io volando via piano pianino
      potessi almeno andarli a conosolare.

      Vorrei dir loro quanta tenerezza
      questo pensiero riesce a suscitare
      vorrei parlare lor di quelle scelte
      che certo non avrei dovuto fare.

      Natale oggi è un giorno di speranza
      per chi lo sguardo in alto sa levare
      si dice che quel Bimbo tutto possa
      se umilmente gli si sa parlare

      chissà che non ascolti
      io quasi quasi ci vorrei provare.

    56. SIAMO NOI
      sul ciglio dell’abisso con le braccia aperte a volare sotto un cielo di terra e sale/
      Siamo noi nel mirino del Potere, che attraversiamo nella tempesta di fuoco e fiamme un fiume
      di sangue e lacrime/ Siamo noi che calpestiamo i corpi esanimi dei nostri fratelli stesi a terra, mentre passiamo/ Siamo noi che ci nascondiamo dietro i molti compagni di Viaggio per
      sfuggire alla morte/ Siamo noi l’avidità dei Potenti, che puntano le armi al cuore dei propri simili/
      Siamo noi prigionieri dell’Oscurità con la Luce negli occhi/ Siamo noi le urla di disperazione di chi non ce la fa a oltrepassare il confine/ Siamo noi i Sogni spezzati dalla violenza senza pietà
      o compassione del Potere/ Siamo noi Efro, che cade ferito, trascinato dall’irruenza animalesca della folla in fuga, colta dal panico/ Siamo noi Achi che si rialza/ Siamo noi Vito, che torna indietro e tende la sua mano a Efro, prendendolo sulle spalle/ Siamo noi Ariel, che apre la porta della Libertà, varcandola
      per ultimo/ Siamo noi gli altri, che sopraggiungono, calandosi dall’alto/ Siamo noi i fari delle navi, che improvvisamente illuminano l’oscurità della rimessa/ Siamo noi i motori che si accendono/
      Siamo noi Madame Blanche, che resta indietro a liberare le navi dal loro cappio di ancoraggio/
      Siamo noi i pochi rimasti a terra per far volare i molti/ Siamo noi che sorridiamo, mentre le navi prendono il volo sopra ai nostri occhi, e moriamo per la causa…/ Siamo noi questo Mondo da ricostruire/ Siamo noi la speranza per un domani di Pace e Amore/ Siamo noi la Vita, che ricomincia dal paradiso perduto di Allerheiligen/ Siamo noi la sola rinascita possibile, attraverso le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri sentimenti, uniti in un senso più grande di comunione, condivisione e compassione…/ Siamo noi questo Mondo fatto di Amore e Violenza, Luce e Oscurità, Libertà e Schiavitù, Bellezza e Decadenza, Pace e Guerra, Sorrisi e Lacrime, Abbracci e Spari,
      Serenità e Rabbia, Rispetto e Soprusi, Generosità e Avidità, Equilibrio e Ingiustizia, Altruismo e Egocentrismo, Integrità e Corruzione…/ Siamo noi che dobbiamo semplicemente scegliere
      da che parte stare!

      Brano tratto da “Romanzo Elementale – Viaggio nell’Oscurità”, edizioni Albatros Il Filo.

      • Un bel brano tratto dal libro “Romanzo elementale – viaggio nell’Oscurità”, dal grande messaggio: “Siamo noi questo Mondo fatto di amore e Violenza, Luce e Oscurità, Bellezza e Decadenza, Generosità e Avidità, Equilibrio e Ingiustizia, Altruismo e Egocentrismo, Integrità e Corruzione… Siamo noi che dobbiamo semplicemente scegliere”.

        Auguri di un Felice e Sereno 2011

        Nicla Morletti

        • Vero verissimo. Siamo noi il Bene e il Male e spesso non sappiamo scegliere, o scegliamo male convinti d’ aver scelto bene. Spesso siamo confusi, spesso crediamo d’ aver le idee chiare. L’ unica che ci puó salvare é la buona fede. In tutto quello che facciamo.
          Buon 2011!!!

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